INDIETRO

Una notte 

all'ospedale da campo 

di Marisa Comoretto 

 

FOTO1 FOTO2

 

 

Toccai la fronte di mio figlio. Era bollente.

Mi spaventai subito. In quei giorni si parlava di casi di meningite. Chiamai il dottor Dolso che, dopo aver visitato Emanuele di tre anni e mezzo, mi disse: «È meglio portarlo all'ospedale».

Ma quale? Erano trascorsi pochi giorni dal sisma del 6 maggio e gli ospedali di S. Daniele, Udine e Pordenone erano stracolmi di feriti. Mio marito ci accompagnò all'ospedale da campo situato ad Arrio. Entrammo ed un giovane dottore di nome Giuseppe si avvicinò, esaminò il bimbo e decise di tenerlo in osservazione. Lo sistemarono in un letto a castello a tre piani.

Lo avvolsi in una coperta e lui si addormentò. Mi girai ed osservai con stupore quella tenda enorme piena di letti con persone di tutte le età che piangevano, guardavano nel vuoto o parlavano da sole. Verso sera si alzò un vento fortissimo che copriva il rumore della pioggia scrosciante. Alcune suore pregavano, due ragazze volontarie controllavano che i malati fossero ben coperti. Il tendone oscillava paurosamente. Io ero terrorizzata. Ad un tratto entrò un mio conoscente accompagnato dalla moglie; era pallidissimo ed accusava forti dolori allo stomaco.

Venne visitato ed udii un medico affermare: «Deve essere immediatamente accompagnato all'ospedale di Udine. Qui non abbiamo il necessario per operarlo». Fu portato via con una barella. Pensai: «Con questo uragano non ce la farà ad arrivare in tempo!» Guardai Emanuele, era sudato e respirava affannosamente. All'improvviso mancò la luce. Sentii urlare e fui presa dal panico, ma vennero subito'accese le lampade d'emergenza. Un militare mi venne vicino.

Era alto e robusto e, cingendomi le spalle, escalmò: «Non aver paura, sei sotto la protezione degli uomini della Marina Militare di Genova. Con tutta l'acqua che sta cadendo, meglio di noi chi potrebbe aiutarti?» Sorrise ed io lo ringraziai.

Più tardi il vento aumentò e sui volti delle suore e dei medici riuscii a leggere una forte preoccupazione. Ma cosa stava succedendo? Era la fine del mondo come qualcuno aveva previsto dopo il 6 maggio? E mio figlio sarebbe guarito? Sentii una mano prendere la mia. Mi voltai e vidi una ragazza che mi abbracciò e mi parlò a lungo consolandomi.

Era di Vicenza. Le sue parole mi diedero un po' di coraggio. Verso mezzanotte sentii delle voci ed un militare entrò nel tendone portando un'anziana che si era persa vagando nella notte. Il suo viso era bluastro a causa del freddo ed i dottori la massaggiarono con l'alcool e l'avvolsero in una coperta. Lei si riprese subito ma io cominciavo a star male. Venne mattina, la pioggia ed il vento erano spariti. Mia madre e mio marito arrivarono e mi chiesero come stava il piccolo.

Non risposi, scoppiai in lacrime. Insieme decidemmo di portare Emanuele da un pediatra che ci rassicurò sul suo stato di salute.

Tutto si risolse nel migliore dei modi, ma quella notte fu per me peggiore della sera del 6 maggio.

Tuttavia colgo l'occasione per ringraziare i dottori, i militari della Marina Militare di Genova e la giovane volontaria il cui ricordo rimarrà per sempre nel mio cuore.