Natale 1990 |
Cinquant'anni di sacerdozio di don Giuseppe Sava di Gian Carlo Menis |
Ricordo come un sogno, un bel sogno della mia adolescenza, la prima messa di prè 'Osef, cinquant'anni fa esatti, nel duomo di Santo Stefano. In quell'anno io ero entrato in Seminario e il novello sacerdote rappresentava per me la mèta verso cui si era orientata la mia vita e che, a Dio piacendo, avrei raggiunta dopo dodici anni di studi. Ma per me il nuovo sacerdote bujese significava anche qualcosa di più. In lui si incarnava il modello di vita cui io avrei dovuto uniformare da quel momento la mia esistenza. Lo osservavo con attenzione, perciò, lo studiavo come un libro aperto. Allora ho cominciato anche a stimarlo, ad ammirarlo, a volergli bene. Dopo cinquant'anni quell'ammirazione profonda e sincera non si è affievolita; al contrario si è rafforzata e molto più maturamente motivata. Considero, infatti, don Giuseppe Sava una delle personalità più riuscite di quella generazione di sacerdoti che ha immediatamente preceduta l'attuale e che, pur con sofferta abnegazione, ha realizzato un nobilissimo ideale di pastore d'anime. In altre parole, in don Sava ciascuno di noi può ancora riconoscere con gioiosa sorpresa e con un po' di nostalgia quel tipo di sacerdote friulano integro, schietto, disponibile, comunicatore convincente di certezze, figlio del popolo e con il popolo sempre solidale, che durante l'ul- timo secolo ha felicemente guidato le nostre comunità cristiane. Un bel sogno, dicevo, la prima messa di prè 'Osef. Era il 16 giugno 1940. Sul- l'Italia e sul Friuli si allungava l'ombra o-scura della guerra imminente. Il giovane sacerdote, pur non avendo raggiunto l'età canonica, era stato consacrato dall'Arcivescovo Mons. Nogara, il 9 precedente, anche con l'intento di evitare così l'arruolamento. Il fratello presente alla consacrazione, non potè assistere alla prima messa perché già inviato nel frattempo al fronte. Il duomo, tuttavia, straboccava di fedeli. Mons. Chitussi e don Pacifico Durisotti, il cappellano, sì erano fatti in quattro per preparare una solenne celebrazione degna delle tradizioni bujesi. La cantoria rafforzata eseguì la musica delle grandi occasioni. Accanto allo zio, don Fasiolo, parroco di Sammardenchia, che faceva da "santul", era venuto da Udine per la predica nientemeno che il Vicario Generale, Mons. Quargnassi, che tenne uno dei suoi celebri ed alati discorsi. Tutti noi chierici d'allora (Menut Cattarino, Primo Marcuz-zo, Otello Gentilini) prestammo il servizio liturgico. Presenziavano i giovani di Azione Cattolica al completo. Quanta commozione in tutti e quali orizzonti ormai lontani rievoca il mio sogno! I cinquant'anni di vita che lo separano da quel giorno sono trascorsi per don Giuseppe lineari e senza traumi gravi apparenti. Una vita semplicemente dedicata a Dio ed al suo popolo. Al termine dei mesi estivi passati a Buja, il nuovo sacerdote venne inviato nel mese di settembre a Flumignano, come cooperatore del parroco Vasinis. Qui trascorse sei anni, sei anni di guerra e del primo dopoguerra. Momenti di ansia, di paura, di tensioni vissuti assieme al parroco e alla gente con piena dedizione. Nel 1946 viene destinato a Sammardenchia come cooperatore dello zio, ma soprattutto per dargli assistenza e aiuto. Lo assisterà così con tanta generosa pazienza fino alla morte sopravvenuta nel 1950. Divenne quindi parroco fermandosi così a Sammardenchia per altri quattordici anni. La cura pastorale divenne allora l'impegno primario e quotidiano di don Sava, "pastor bonus in populo". Dovette però affrontare anche non facili problemi amministrativi ed economici, come quando dovette rifare il soffitto della chiesa, crollato d'improvviso fortunatamente quando non c'era nessuno dentro. Tra parentesi: in quella circostanza fu distrutto anche l'affresco che lo zio pittore vi aveva realizzato. Purtroppo il terremoto del 76 distrusse interamente quella chiesa che non è stata ancora ricostruita. Nel 1964 la parrocchia di Driolassa era rimasta senza parroco. I driolassesi godevano allora ancora l'antico diritto del giuspatronato, cioè di scegliersi con votazione il proprio parroco da una terna proposta dall'Ordinario. Fu così che durante l'estate di quell'anno una delegazione di capifamiglia si recò a Sammar-denchia per pregare don Sava di accettare di trasferirsi alla Bassa. Si svolsero le elezioni e prè 'Osef fu votato plebiscitariamente parroco di Driolassa. Ci fu un solo voto contrario. Ma poi gli spiegarono che ciò era avvenuto "non per contrarietà alla sua persona, ma per mantenere il diritto"! "Da allora - scrive il maestro Giona Bigotto di Driolassa - sono passati ventisei anni. Pur tra alti e bassi, inevitabile incomprensione e delusioni, don Giuseppe sa-di essere circondato dal rispetto generale di stima e simpatia per aver sempre dimostrato coerenza ai principi evangelici e fedeltà alla missione sacerdotale". Semplice ma significativa testimonianza di uno stile sacerdotale inconfondibile. Quattordici anni non privi neppure di attivismo organizzativo e promozionale. Si ricordano l'elettrificazione delle campane, il riscaldamento e la decorazione della chiesa, il rifacimento del tetto e del campanile, il restauro dell'organo, la ristrutturazione della canonica. Ma a me piace ricordare soprattutto la sistemazione del piazzale antistante alla chiesa. Perché? Perché è il segno di una tradizione edilizia ecclesiastica che propone l'edificio sacro come punto d'attrazione dell'intera area circostante profana. Una tradizione che affonda le sue radici nella cultura sacerdotale bujese indelebilmente sigillata dai Venier, dai Bulfoni, dai Chitussi, dagli Alessio... A Buja, il dì di Sant Ramacul, prè 'Osef ha celebrato nella chiesa in cui è stato battezzato, che l'ha visto crescere e in cui ha celebrato la prima messa, il suo cinquantesimo di sacerdozio. L'Arciprete ha espresso le felicitazioni e gli auguri a don Giuseppe a nome dei sacerdoti presenti e di tutta la comunità, auspicando che qualche giovane di Buja accolga l'invito del Signore a seguire le sue orme. A Driolassa il 22 luglio, il dì dal Perdon, grande sagra e grandi festeggiamenti per il cinquantesimo del Parroco. e espressioni di riconoscenza di tanta gente si sono intrecciate con gli auguri commossi di lunga vita pal siôr Plevan. A me non resta che unirmi a quell'onda lunga e vasta di simpatia ed augurarmi di poter ancora godere a lungo dell'amicizia e dell'esempio di prè 'Osef. |