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Ricordi di un friulano

 in India 

di Luigi Gobetti

 

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Nel 1932, undicenne, mons. Camillo di Gaspero mi chiamò alla vecchia canonica di Tarcento per dirmi che entro due settimane dovevo partire per l'Istituto Missionario di Ivrea, in Piemonte. Per lui era decisione presa, per me, l'interessato, era "sorpresa".

Cercai di fargli intendere che non avevo più l'idea di farmi prete che manifestavo a 4-5 anni di età, ma volevo essere medico. Monsignore non modificò la sentenza. Un chierico di Tarcento, don Aldo Paoloni, partente per la Palestina, mi condusse all'Istituto Missionario "per prendere il suo posto che lasciava" per andare in Palestina. Morì, squarciato da bomba micidiale mentre conversava con amici nel cortile della Scuola Salesiana di Beirut, in Libano.

Durante il primo mese a Ivrea sentivo tanta nostalgia e volevo tornare a casa. Il Direttore cestinò più volte le mie lettere ai genitori in cui li supplicavo di venire a prendermi. Finalmente un giorno mi chiamò per dirmi che le lettere da me scritte non erano state spedite, ma che vedendo la mia condizione disperata avrebbe avvisato i genitori di riportarmi in paese. La mamma rispose brevemente al messaggio per dirmi "che non era il caso di lasciare il collegio per tornare a casa" mi raccomandò di studiare e farmi uomo: "non ero andato per una passeggiata e per divertirmi".

Così si asciugarono le mie lacrime! Ritornai in famiglia soltanto dopo quattro anni per salutare parenti ed amici essendo in partenza per l'India: era il 1936, quando avevo 15 anni e sei mesi. Un bellissimo ricordo Dal 1940 al 1945 fui prigioniero civile nel campò di Prennagar, Dehra Dun, India Nord. Ero uno dei 12000 detenuti, Italiani e Tedeschi, civili e militari. Soldati armati ci sorvegliavano in un recinto di reticolati e su vedette. Tra le dodici sezioni in cui era suddiviso il campo, una era destinata ad alti ufficiali dell'Esercito e Camice Nere.

Il Luogotenente del Maresciallo Graziani in Africa-Nord, gen. Gallina, il famoso gen. Bergonzoli "barbaelettrica" e molti altri erano in questo campo e godevano di trattamento superiore al nostro. Attraversando i reticolati, nelle notti senza luna, passavamo da un campo all'altro col pericolo di essere sorpresi e puniti con reclusione più severa e sottomessi a lavori forzati.

Per vendicarsi di quelli che riuscivano a fuggire a volte le guardie sparavano e uccidevano, simulando un motivo di attentato di fuga, anche quelli che solo passavano i reticolati di divisione interna per visitare amici. Tra gli ufficiali c'era un cappellano friulano: don Domenico Urbani, richiesto dai generali per la grande stima di cui godeva nell'Esercito. Per incontrarlo attraversavo anch'io quattro barriere di filo spinato nelle notti senza luna. Durante il passaggio il cuore batteva forte, specialmente le prime volte, ma grande era il desiderio di incontrare don Urbani.

Gli incontri si ripeterono senza gravi incidenti e pericoli. Una sola volta avendo rischiato il passaggio al chiaro di luna, le guardie del perimetro estremo notarono la mia presenza; li sentii parlottare ad alta voce e dirigersi verso la mia direzione battendo gli scarponi militari. Mi gettai in un fosso che sembrava fatto per me. Persero le tracce. Tutto il corpo mi tremava fortemente, per fortuna senza far rumore! Avevo rischiato molto. Giorni dopo un falegname, sig. Bovani, che aveva portato una chitarra fatta di sua mano, a missionari del PIME in un campo adiacente fu scoperto e ucciso a fucilate. Don Urbani veniva informato in qualche modo delle nostre visite.

Preparava su un tavolo della sala comune un cumulo di frutta, biscotti e torte. Poi lui stesso veniva a passare un'oretta insieme. Nel campo studiavo teologia ed ero prossimo al sacerdozio. Una notte trovai sul tavolo un pacco contenente un taglio di stoffa con la scritta: "Per la Prima messa di don Luigi". Uscito dal campo già diacono fui presto ordinato sacerdote indossando la bella veste talare, dono commovente di don Urbani, mio co-prigioniero. Per motivi di salute don Urbani fu rimpatriato assieme al gen. Gallina prima del termine del conflitto. Nel 1951, sacerdote da sei anni, celebrai "la Prima Messa" in paese. Rividi don Urbani, ora Monsignor Arciprete di Buja.

Fui suo ospite a Santo Stefano e celebrai la Messa solenne dell'Assunta di quell'anno. Mia mamma "Assunta" e mio padre ebbero un posto d'onore. Mio fratello Giovanni costruì la sua abitazione a Ursinins Grande ed ora riposa nel cimitero di Buja. I miei nipoti abitano la bella villetta. Mons. Urbani mi donò la veste per la Prima Messa che non conservai per 53 anni di sacerdozio; ma ho sempre conservato in cuore il ricordo della sua grande bontà che rimarrà finché avrò vita. Ho raggiunto la mia ultima sponda nella Basilica della Madonna del Buon Viaggio di Bandel, Bengala.