1949 Dicembre

In memoria di Mons. Ivo Sant

di Pietro Menis

 

Era venuto tra noi, novello Arciprete, il 5 gennaio 1948; un pomeriggio freddo e grigio con ventate di ghiaccioli che ti sferzavano di traverso. Fu un «ingresso» per lo meno singolare.

Tra lui ed il suo predecessore non vi era stato che un «cambio», quindi sarebbe venuto in bicicletta accompagnato dai «suoi giovani» di Fagagna, donde muoveva, e così avrebbe preso possesso, modestamente.

Fu l'Autorità Civile che non permise un simile ingresso e dall'oggi al domani improvvisò un «ricevimento» degno della, «nostra» tradizione. Sotto gli alberi stecchiti del Piazzale del mercato il Sindaco gli volse il primo saluto del paese, il popolo lo applaudì e, formato  un  lungo  corteo  con banda in testa, lo accompagnava in Duomo. L'investitura canonica l'avrebbe ricevuta la sera stessa nella Pieve deserta.

Due giorni dopo, Mons. Sant era all'opera per la benedizione delle case. «Sono venuto tra voi per lavorare... per fare un poco di bene... lavoriamo insieme...».

E lo slancio dei primi giorni non cessò mai. Sulla sua inseparabile bicicletta, alle volte col berretto a croce tirato sul naso, forse per fare schermo alla luce che gli batteva sugli oc chi, era sempre in moto: alla visita  quotidiana agli ammalati, missione,  sopra ogni altra a lui cara e spontanea; alle funzioni nelle varie chiese;  alle predicazioni che accettava volentieri; alle lezioni nella scuola; all'insegnamento della Dottrina Cristiana.

In tutte le ore del giorno lo potevi incontrare di ritorno dalla sua missione: qualche volta anche di notte entrava nelle, case dove qualcuno agonizzava.

Spesso era stanco ma non sostava: «Bisogna lavorar», diceva. Soffriva e si lamentava forse, ma diceva: «Bisogna fare un po' di penitenza», e andava avanti perchè la Cura lo richiedeva.

Alle volte poteva sembrare un «operaio» freddo, ligio al suo dovere, ed invece aveva un'anima sensibile: nulla sfuggiva al suo occhio attento anche quando pareva estraneo ed assente.

Nelle difficoltà intensificava la sua preghiera: in tanti paesi lo abbiamo veduto scalzo precedere con la croce i cortei trionfali della Madonna Missionaria. Tornava spossato, afono, eppure illuminato da una luce interiore: «Fa così bene... si può fare tanto bene... passerà...» e magari sapevi il giorno successivo, o poco dopo, che era ad una predicazione straordinaria per una Visita Pastorale, o per una sagra patronale o per un triduo.

Come altrove, anche a Buia aveva raccolto attorno a sé una schiera di filodrammatici che, sotto la sua guida intelligente, aveva recitato con lusinghiero successo.

E qui una punta di cruccio era stata per Mons. Sant la mancanza di una sala di raccolta e ricreazione per la gioventù.

Per quest'opera, infatti, fin dal primo tempo di sua permanenza tra noi aveva lanciato un appello: appello accolto con entusiasmo giacchè tutti siamo a lamentare una tale mancanza.

Senonchè la rottura della campana minore del Duomo frustrava ancora una volta la progettata costruzione della sala-ricreatorio.

Non solo bisognava rifare il concerto campanario, ma anche aumentarne il peso bisognava, adeguandolo alla mole solenne della torre che l'ospita.

Ed ecco ogni economia e cespite indirizzato alle nuove campane le quali, fuse nell'agosto scorso e benedette con una solenne cerimonia dal nostro Eccellentissimo Presule il 10 settembre, nel pomeriggio del 20 sprigionavano la loro prima romba sonora fra il giubilo di tutti i buiesi.

Una spesa rilevante assorbiva il «concertone» che, preoccupava sì Mons. Sant, ma non lo spaventava: ormai Egli sapeva che il suo popolo lo seguiva... che era generoso con le opere intese ad onorare Iddio...

«Preghiamo — diceva — vaghiamo le campane per ora... poi...».

Poi venne la morte!

Era la mattina del 16 novembre, aveva tenuto una lezione alla vicina Scuola di Avviamento ed era tornato in Canonica per presiedere una adunanza congregale del suo Clero.

Saluta tutti, dispone che, come al solito, alla sua ospitalità si facesse... onore e sale le scale per i registri ma... sul pianerottolo, sotto la statua del Sacro Cuore, stramazza, senza gemito, a braccia aperte, fulminato da una sincope.

I Confratelli lo raccolgono, esanime, lo adagiano nel suo letto... gli amministrano l'Estrema Unzione.

Mons. Ivo Sant aveva reso la sua anima di apostolo al Creatore!...

Pietro Menis