1931 Ottobre-Novembre-dicembre. |
Note Storiche - Le Cronache di S. Stefano di Pietro Menis |
(Ottobre 1931) Note Storiche - Le Cronache di S. Stefano A cominciare da questo numero del "Bollettino" troverete una colonna di notizie storiche concernenti la Chiesa di Santo Stefano, il nostro Duomo. Era giusto che dopo la illustrazione della vetusta Pieve, si pensasse alla primogenita. Così quanti vorrà sforbiciare via via queste colonne, in fine avrà una rac. colta interessante di notizie, e da buon parrocchiano conoscere le vicende della sua Chiesa. Da quando data l'origine della Chiesa dì S. Stefano? Non troviamo notizie antecedenti al 1300, anno in cui si sa che venne donata di olio per la sua illuminazione. Ma se pensiamo che S. Stefano è sempre stato il cuore civile del Comune, dobbiamo supporre che la sua esistenza sia di molto anteriore. Sarei per dire, anche se per provarlo non abbiamo documenti, che sia la prima sorta in Buia, dopo la matrice. E sorgeva tra mezzodì e ponente dell'attuale piazza. Non conosciamo però quale fosse la sua mole e la sua struttura; ma certo doveva essere una chiesa comoda e degna del Capoluogo poiché la vediamo fatta oggetto di attenzione dai devoti del tempo che la donavano di regali e dotavano di beni immobili onde a lei venisse lustro, fasto e decoro. E quantunque i due vicari di Buia risiedessero "sul Monte" accanto alla Pieve, uno d'essi era denominato "vivario di S. Stefano in Plebis Buiae". Fu verso il 1473, secondo le memorie conosciute, che i vicari dividendosi la cura di Buia, si trasferirono presso le due chiese sacramentali di S. Stefano e di Madonna. Ecco i nomi dei Vicari fino al 1500:. 1364 P. Jacobus; 1391 P Franciscus; 1458 P. Angelus; 1464 P. Nicolaus Sinitio; 1467 P. Leonardus de Glemona; 1470 P. Tomaso de Marostica; 1473 P. Benedetto d'Otranto; 1475 P. Domenico; 1500 P. Tomaso Comini di Buia. (continua) --------------------------------------- (Novembre 1931) Note Storiche - Le cronache di S. Stefano (continuazione vedi n.o precedente). Fu questo Vicario Comini verosimilmente che appena assunto al Vicariato, assieme "all'huniversità et huomini della villa di Buia" facevano istanza al patriarca di Aquileia, affinchè concedesse loro di poter ingrandire la chiesa di S. Stefano. Chiesa antichissima che minacciava rovina, ed era incapace di contenere i fedeli "per lo sviluppo preso dalla villa stessa!. Da Roma, palazzo San Marco, Domenico Grimani, patriarca di Aquileia e Cardinale di S. Marco, il 19 maggio 1500, emanava il decreto col quale concedeva di poter demolire fino dalle fondamenta la chiesa di Santo Stefano, dopo che il Rettore della medesima avesse levato le reliquie dagli altari, per usarle poi nella consacrazione della chiesa nuova. E concedeva che questa, a spese tutte dei ricorrenti, venisse eretta in luogo più comodo, e sempre sotto l'invocazione di S. Stefano. Così la chiesa sorse nella posizione che attualmente occupa il Duomo. Quanto tempo durarono i lavori della nuova fabbrica? Se si dovesse dire fino al giorno della sua consacrazione, gli anni sarebbero tanti: cioè fino l'11 agosto 1547. In quell'anno "Luca Bisanzio vescovo di Cattaro, vicario generale del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani consacrava la chiesa di S. Stefano di Buia". Il nuovo tempio aveva tre altari: il maggiore dedicato al titolare S. Stefano, quello in cornu evangeli in onore di S. Brigida e quello in cornu epistole in onore dei Santi Primo e Feliciano. Nei quali altari si legge che vennero poste le reliquie dei Santi Innocente martire e di Marta vergine. E nella solenne circostanza, con la facoltà che aveva, il vescovo concedeva 40 giorni di indulgenza a tutti i fedeli che confessati e comunicati visitassero questa chiesa nelle feste : 4.a di agosto (la sagra), Natale, Circoncisione (1.o giorno dell'anno), Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, SS. Trinità, Ascensione di Maria Vergine, S. Rocco, nelle feste di tutti gli Apostoli, ed infine dei SS Innocente e Marta colle cui reliquie la chiesa era stata consacrata. L'atto di questo alto privilegio era stato redatto nella veneranda chiesa di S. Stefano il giorno della sua consacrazione 11 agosto 1547, alla presenza dei reverendi Nicolo Pasquali Canonico di Cattaro e Francesco De Urbanis Capellano di Udine. Dopo di questi due documenti non si hanno altri che riguardino la chiesa di S. Stefano fino al 1600. Si riscontra però che con un crescendo meraviglioso, a questa chiesa, vengono aumentando i legati pii, le offerte di oggetti sacri per il culto e per il suo splendore. Qual differenza coi tempi nostri! Nei quali si pensa a tutto, e ben poca alla nostra chiesa, la nostra seconda casa, perché alla sua ombra si nasce e si muore! Citiamo a titolo di curiosità alcuni di questi doni alle chiese: Certo Calligari dona un calice di valore in remissione dei suoi peccati: a Giovanni Padeoni che lasciò alla chiesa un numero di monete d'oro, senza oneri, la Comunità stabilisce in consiglio Messe n.o 4 annue: Daniele Guerra lascia un cingolo con capolette d'oro: Pietro Riva per 44 ducati compra un messale a Venezia. I Vicari di Buia di quel tempo erano costretti a seguire il popolo e la comunità di Buia in una serie di ricorsi, di suppliche e di minaccie contro "li deputati della fabbrica del duomo di Udine". E' risaputo che la Pieve di Buia, con le sue pertinenze, beni e possessioni con il decreto del 19 marzo 1512, dato a Roma dal Papa Leone X, era stata unita, annessa e incorporata alla fabbrica di S. Maria di Udine, in seguito alla rinuncia del beneficio fatta nel 1511 dal Pievano titolare Luigi Card. Diacono di S. Maria in Cosmedin. (Continua). -------------------------------------------
Note Storiche - Le Cronache di Santo Stefano (Contin. Vedi numeri precedenti) Questi ricordi, queste lotte dimostrano che ogni forza vitale si era unita in difesa della Pieve, così cara ai nostri antenati, e in difesa della tradizione pluri secolare (il primo documento che parla della Pieve risale all'801.) I Vicarii erano trascinati a queste diatribe materiali anche dal fatto che la loro mensa era povera. In seguito all'annessione a Udine quei deputati riscuotevano il quartese e pagavano a loro beneplacito in Vicarii, in cura. Alla sede patriarcale restava solo il diritto di scelta e di nomina dei Vicarii di Buia. Troviamo una dichiarazione giurata del Vicario Tavella dove elenca l'intrata dei Vicariato di S. Stefano. Scrive specificando: per gli anniversarii della scuola della Madonna L. 12,06, per gli anniversarii di S. Lorenzo Martire dei piccoli L. 12,19, per la scuola di S. Antonio, per li anniversarii L. 13,16, per la scuola di S. Nicolò, per li anniversarii dei piccoli L. 3. Abbiamo dunque un totale di L. 40,41. C'era poi la paga in generi: " Fomento. " Lo quartese della Pieve posto in mano dei Sigg. deputati della fabbrica del Duomo Staia 6. In più formento di Michiel Piamont Staia 1, delli eredi di Battista Vacchian Staia 1, da Toni Temporal mezzina 3, degli eredi d'Antoni dei Savi mezzine 3, di Antonio della Zanina mezzine 2. Staia, in totale N.ro 8 e mezzine 6 di formento. "Vino" del suddetto Quartese conzi N.ro 6, più quartese da una contrada d'essa villa di Buia, di case N.ro 5 et povere chiamate Coleseman: Grossame, cioè formento e Segalla tutte e due le sorti misciata Staia 1, fava e legumi mezzina 1, vino conzi 1 e secchi 1. Il Vicario concludeva che con la sopradetta Entrata son obbligato a celebrare li divini uffizi e a far la cura tutto l'anno, che certo per lo sacramento mio che ho tolto non è in tutta la Patria del Friuli la più laboriosa cura. Questa dichiarazione porta la data del 6 novembre 1564. Prossimo numero (Continuazione) --------------------------------------- (Febbraio 1932) Note Storiche - Le Cronache di S. Stefano (Continua vedi numero di Dicembre) Come abbiam visto non era questa una posizione brillante. Ma prescindendo da questo fatto materiale, restava il fatto morale e tradizionale che era anzichenò umiliante per un paese che aveva secoli di indipendenza ecclesiastica. Da notarsi coi che i Vicarii di Buia erano investiti prò tempore con tutti gli attributi e doveri dei parroci, tranne quello del quartese, come abbiamo visto più sopra. Quindi, un'altra questione spinosa incombeva loro : la conservazione alla Pieve delle sue giurisdizioni e dei suoi, privilegi. Giurisdizioni sulle chiese e le ville di Vendoglio, Mels, Pers, Maiano e Farla. Queste Chiese sia per lo sviluppo preso dalle ville annesse, sia dall'indebolimento e morale della Pieve facevano da sè, dispensandosi arbitrariamente dal recarsi nella Chiesa matrice anche le poche volte all'anno che avevano per obbligo. Anche quì ricorsi e discordie che affliggevano. Forse questo stato di cose spiega la lunga serie dei Vicarii che si succedettero nel rettorato di S. Stefano dal 1500 al 1600. Citiamo qui i loro nomi: 1511 P. Laurentius 1513 P. Franciscus da Murano 1523 P. Augustinus da Verona 1525 P. Andreas da Gradisca 1539 P. Franciscus Iohele da Tabasco 1543 P. Thomas 1564 P. Iacobus Tavella 1574 P. Bartolomeo da Porto 1586 P. Franciscus Mauritius 1590 P. Marcellus 1592 P. Iacobus da S. Daniele 1596 P. Ioannes Battista Gianetti. Con questa scheletrica enumerazione che dice ben poco, giungiamo al 1608, anno in cui troviamo un documento che da qualche luce sulla "Villa di Buia" del tempo. È una supplica rivolta dalla Comunità al Vescovo Nicolò di Cittanova e Vicario Delegato dal Patriarca di Aquileia, venuto qui in visita pastorale (Continua)' ------------------------------------
(Marzo 1932) Note Storiche - Le Cronache di S. Stefano (Continuazione vedi numero precedenti) La villa di Buia rapisce quattrocento fuochi col numero di 2500 anime : dice la supplica. Con contrade sparse, ed abitualmente l'una dall'altra distanti, così che tutta la gente non può avere il benefizio della S. Messa celebrata dai R. R. Vicari, ma in gran numero restano privi in giorno di feste solenni e delle domeniche. Desideroso perciò il Comun, che tutti ne siano partecipi del Santo Sacrifizio e soddisfino all'obbligo di buoni cristiani, ha deliberato di fare i ricorsi a V. S. Ill.ma e Rev.ma col supplicarla, come fa con tutta umiltà, acciò degni di conceder licenza di poter far celebrare una Messa nella Veneranda Chiesa di Santo Stefano. Col suono delle Campane nelle feste e nelle domeniche dopo fornita quella dei R. R. Vicari, e mentre anche non corri l'obbligo nella parrocchiale di Monte e concludevano così: "la grazia (della Messa) servirà al l'accrescimento del Culto di Dio, ed a consolazione di questi popoli, che vedendosi adorni di un tanto tesoro unanimi pregheranno continuamente per la conservazione et esaltazione di V. S. Ill.ma et Rev.ma. Grazie,,. Essendo i Vicari investiti col titolo di S. Lorenzo, questi nelle solennità maggiori ed altre feste dovranno celebrare sul Monte, di conseguenza molti fedeli restavano senza Messa. Il Vescovo prese in considerazione il ricorso e di buon grado concedeva la Messa nella Chiesa Sacramentale di S. Stefano, ma dopo che avranno celebrato i Vicari curati le loro Messe i quali dovevano dirle nel tempo ed ora prescritti dalle Costituzioni del Rev.mo Cardinal Patriarca. Allora la Comunità provvide ad assumere un Cappellano Comunale che poi mantenne per lunghi tempi. In quel tempo era Vicario a S. Stefano, venuto in sede nel 1601, Francesco Subitino da Udine, il primo che abbia tenuto per un buon lasso di tempo il governo della Cura. Si legge sul Catapane che quando questi venne in Sede, il paese fosse liberato da molti molesti animali,. Ed ancora passano degli anni senza documenti che riguardino la storia della nostra Chiesa. Troviamo però una nota nel Catapane citato che nella sua laconicità ci da un'idea dei tempi duri e difficili Essa dice: "L'anno 1617, 78, 19 la nostra povera villa di Buia patì molti travagli per causa dell' innaspettata guerra sotto l'innespugnabil Gradisca, giurisdizione di Austria. Hebbe poi finalmente una Compagnia di Corazze francesi che la fecero andare a fondo». A differenza di tutte le altre preziose memorie sulle vecchie e corrose pergamene, questa e scritta in italiano. (Continua) -------------------------------
(Aprile 1932) NOTE STORICHE - Le cronache di S. Stefano (Continuazione vedi numeri precedenti) Così giungiamo al 1639. A predicare la Quaresima in Buia era venuto certo fra Pietro Martire da Bologna, domenicano. Questi nella sua permanenza in Pieve conobbe e seppe apprezzare le brame del popolo per la devozione alla Madonna che innalzò i loro voti al Padre Tomaso da Verona, Generale dell'Ordine dei Domenicani affine di ottenere l'autorizzazione di istituire la Fraterna del SS. mo Rosario". Ed ottenuto anche il consenso del Patriaica di Aquileia, Monsignor Marcho li 7 Aprile dell'anno stesso, correndo la domenica in Albis, fu fatta la solenne funzione nella Chiesa di Santo Stefano per l'erezione della Confraternita". Fino allora, 1639, tutte le Fraterne erano istituite in Monte, nella chiesa Matrice di S. Lorenzo. Con l'istituzione in Santo Stefano di quella del Rosario era un privilegio che si concedeva, soltanto perché la detta Chiesa era frequentata più di tutte dai fedeli, "per la sua positura nei centro della villa". Abbiamo trovato in proposito una curiosa dichiarazione del tempo, circa questa "positura". "Santo Stefano è in mezzo della Villa o cura di Buia, ov'è la piazza, la casa del Comune, quelle delle Fraterne di Sant'Antonio (Abbate) e San Nicolò ove si radunano li consegli, le vicinie e si fanno li conti delle Chiese e fraterne; ove si tiene l'audienza per amministrar giusticia, ove è e si fa il pubblico concorso di tutto il popolo in tutte l'occorrenze a quello necessarie, et insino le pubbliche festa da ballo nel tempo del camevale". Con l'erezione della Fraterna del Rosario si ha memoria che venne eretta una cappella ed un'altare alla B. V. dove i fedeli si raccoglievano spesso e volentieri. intanto dopo quarant'anni di cura, moriva il Vicario Subitino e a lui succedeva per poco tempo un buiese P. loannes, Petrus Monassi 1641 1646. In quest'ultimo anno troviamo un Vicario di ferro che farà molto bene alle anime ed ai costumi, alla Chiesa ed al paese; che sistemerà la Pieve e le Chiese di Buia coi loro beni ed i loro privilegi, attraverso aspre lotte, infiniti ostacoli, peripezie e processi. Di lui si hanno ancora molti "rotoli" dove traspare la sua forte per (Continua) -------------------------------------
(Maggio 1932) NOTE ST0RICHE - Cronache di S. Stefano (Contin. vedi Num. preced.) Era questi P. Osvaldo Taboga da S. Tomaso venuto in sede nel marzo 1646. Appena preso possesso della sua Cura egli si diede a correggere i costumi e gli usi taluni dei quali poco decorosi per il culto e per il luogo sacro. Scrive egli stesso fra le pagine di un rotolo, che prima di lui "s'usava di confessare la gente in sacristia dove con grande confusione si confessava per avanti (a faccia) tutti, così le donne come gli uomini ed a porte serrate."
Il Taboga a toglimento di questo uso provvide la Chiesa di Confessionali. E continua "levai l'abuso dei comunicanti tutti, maschi e femmine che con grandissima confusione si comunicavano con pochissima devozione, avanti l'aitar grande, che cerchiavano, s'inginocchiavano e ricevevano il SS.mo e poi passavano via subito a far li fatti loro ". Il Vicario invece li faceva accomodare in due file "longo la chiesa" ed intorno al coro, dove tutti stavano fermi, finché si comunicavano e dopo andavano a "pigliare la perdonanza a torno l'altare, facendo l'offerta regolarmente " ed ancora " si fermavano in chiesa a pregare ". Prima di questi non si usava insegnare la dottrina Cristiana "che solo da un tal Giorgio Tissino nella chiesa di S. Pietro, e questo anche contro la volontà del Vicario della Madonna che non voleva". Era pure invalsa l'usanza " che niuna donna andava in chiesa col suo mantello in capo, a confessarsi e comunicarsi, né vecchie né gioveni ". Ma il Taboga tanto fece che tutte dovettero andare alle funzioni coperte col mantello. Inoltre istituì la consuetudine che gli sposi " giusta l'osservazione del Concilio Tridentino, si confessino e comunichino prima che facino il matrimonio". Introdusse inoltre " la consuetudine delle genti che si confessino tutte le prime domeniche del mese ed altre feste della Madonna, ed altre solennità del anno, che difficilmente prima si comunicavano a Pasqua" Quest'ultima affermazione del Vicario non torna di certo a gloria dei nostri antenati, né dei Rettori della Cura! Sistemate queste cose di indole morale il Taboga passò alla sistemazione dell'orario delle Messe col Vicario di Madonna, " in modo di celebrare a turno nella Quaresima, la seconda di Natale ed altre feste di precetto e dì festivi per comodità del popolo, che prima celebravano unitamente nelle rispettive chiese di S. Stefano e di Madonna con incomodità del popolo per le lontananze e conturbazione dei tempi ". Ma dovevano essere povere allora le nostre chiese, o almeno uscite impoverite e dalle turbolenze dei tempi, e forse più, dal susseguirsi dei Rettori e l'intromissione di estranei nelle cose e negli affari delle chiuse. E questo lo si può dedurre dai seguenti fatti citati dal Vicario. "Acquistai l'ostensorio del Santissimo in Monte, ed il turribolo d'argento con la navicella, et fatto fornir le chiese di fornimenti per tutto, nelle quali avanti, vi era poco di bono di paramenti ". "Feci fare il baldacchino rosso coi fondi delle fraterne". Ed eccolo darsi intorno alle opere di costruzione. E prima di tutto scrive (Continua) ------------------------------------------- (Giugno 1932) NOTE ST0RICHE - Cronache di S. Stefano Continuazione vedi n.o prec. Compiuti i lavori in Monte, il Taboga pensò all'ampliamento della Chiesa di Santo Stefano divenuta ormai incapace di tante genti: essendo detta chiesa in mezzo della villa situata alla maggior comodità del popolo abbasso del monte ». Correva l'anno 1657 giorno di martedì 1.o maggio quando venne esteso il Contratto nella pubblica Casa del conseglio di detta Villa. Dove radunati Ser Francesco Calligaro massaro, Ser Giacomo Guerra sindaco insieme con tutti li 24 huomini del corpo del suddetto consiglio et come dissero cò l'assenso di Ser Giuliano Giamonte curatore della veneranda Chiesa di San Lorenzo, et piena voce deliberarono che la calcena: sas. si, ò vero mattoni, fatti condurre, o condotti da Ser Carlo Calligaro carneraro della Veneranda scuola del SS. Rosario, situata nella Veneranda Chiesa di S. Stefano di detta Villa, per occasione della fabbrica da principiarsi per allargar la detta Ven.da Chiesa debba restar a benefizio della medesima. Furono presenti a ciò ser Zuanne Tondo di Buia et Battista suo figliuolo testimoni. L'atto venne esteso da « Leonardus Desiderati pubblicus notarios ». Così cominciarono i lavori di ampliamento della chiesa. Ma c'era d'altro da fare e molto da sistemare. E noi vediamo che il Vicario Taboga, quasi fosse conscio che a lui erano riservati molti anni di governo nel suo Vicariato procedeva per gradi. Difatti mentre si lavorava intorno alla chiesa maggiore di Buia, egli si diede tosto a regolarizzare i numerosi lasciti ed i legati delle chiese e Fraterne, le sue entrate, ed i suoi diritti acquisiti attraverso i tempi, ed anche a precisare i suoi doveri. Allora era invalso l'uso di legare per testamento dei lasciti per messe anniversarie, esequie sulle sepolture dei testatari in certe determinate epoche ed anche per la recita di preci periodiche o per illuminare altari e chiese, oppure per la distribuzione di pane e vino al popolo durante le processioni di San Marco, delle Rogazioni, e di quella votiva di Comerzo. Ma siccome si suol dire che la roba di questo mondo deve fare le spese, per tutti, era avvenuto che molti eredi non erano in grado di soddisfare agli obblighi loro commessi dai antenati. Sia perché i "fondi" gravati erano stati venduti, sia perché generazione era succeduta a generazione e il "patrimonio" era sminuzzato, ed altri ancora stimando aver già abbastanza contribuito al sufragio dei propri ascendenti ; fatto si è che pochi pagavano. Il Vicario tagliò corto: quelli che non potevano pagare li cancellò, svincolandoli da ogni obbligo, al contrario con quelli che lo potevano fare il loro dovere fu deciso, ed i ribelli li costrinse.. Continua -------------------------------------------------
(Luglio 1932) Note storiche - Le cronache di S. Stefano (Vedi N.o precedente) Così fece con Antonio Piusso 'specchiero habitante a Venecia ma figlio di Appolonio Piusso vivente et nativo di questa villa di Buia". Si accordò col "Comun o massaro la paga per la Messa ogni primo lu Le processioni fuori della villa erano quella di Comerzo che anche ai nostri giorni si fa, ed una a "Santo Spirito degli Ospedaletti". Brigò financo, il Taboga, con ser Giacomo del Calligaro procuratore della Chiesa, perché "havendo il suo precessore penultimo per il corso di anni circa 43, et il suo ultimo precessore per anni 5 continuamente e pacificamente scorso una spadola porcina" a lui il predetto Comeraro di S. Lorenzo "voleva usurparla per essere dimenticato di scoderla". Anche le fraterne avevano molti beni d'amministrare, ed a quei redditi erano dei legati. Il Vicario regola anche queste e fece la sua "Tabella". Le fraterne erano: Della Madonna di Melotum, di S. Antonio Abate, di S. Nicolò, del SS.mo Sacramento, di S. Valentino e del S. Rosario. Vien da sé che in tutto questo lavorio di sistemazione ed epurazione urtasse e nella suscettibilità e negli interessi di qualcuno. Abbiamo la prova in un processo dove compare quel "notaro Desiderati" che stipulò il contratto per allargar la Chiesa. Riportiamo la sentenza del Luogo-tenente della Patria del Friuli Antonio Grimani che ben chiarisce il fatto. "Zuanne Desiderato, Gio Batta Piamonte, Francesco Madusso, Lonardo Desiderato e Gioseffo Giacomino officiale, tutti di Buia, processati, perché fatti direttori; e capi di quella villa all'uscir di Messa il 2 Settembre passato, mediante l'officiale predetto fermassero il popolo, che dalla chiesa usciva, per ricavar nella pubblica piazza con reprobo modo l'approvazione di scritture a senso loro formata da Lonardo Desiderato predetto nodaro a suggestione di quel R.do Taboga Curato o Vicario, per quei vantaggi, che dalla medesima si ricavano, pubblicandola egli a quella radunanza, e dando in essa forza di Vicinia et pubblica approvazione ". " Obbligati perciò alla giustizia, per render conto di tal scandalosa operazione, comparvero (gli imputati) et constituiti si difesero " ma dice la sentenza " in considerazione di quanto resulta da processo, dicemo che li sudetti siano in solido condannati in L. 300, d'essere pagate in loro specialità, non dal Commune, per ogni loro eccesso respettivamente come in processo ex arbitrio, et nelle spese. " "Gioseffo Giacomino sia dalle carceri rilasciato " " Pubblicata al loco solito il p.mo Febraro 1658 ". Intanto a Ursinius Grande " 4 huomini Superbi, et capricciosi " arrogandosi a esponenti della volontà della borgata vollevano costruire una chiesa, al posto di una antica cappella; a modo loro indipendentemente dei Vicari, e " specialmente del Taboga per essere nei borghi di sua cura ". Questa è storia di tutti i giorni di tutti i tempi, e forse di tutti i paesi! Il Taboga si oppose, lottò contro questa invadenza, finché " doppo più volte ricercato et pregato finalmente gli la concessi — così scrive — sotto l'ultimo maggio 1664, con quelle condizioni però et riserve descritte nell'ingionto foglio di cui anche essi huomini hebbero la coppia per mostrarla a Sua Ecc.za Rev.ma il Cardinal Delfino Patriarca, et lasciarla nella sua Cancelleria ". 11 decreto per la costruzione della Chiesa di Ursinins, venne così data il 4 giugno 1664, ma più inanzi vedremo di quante amarezze fu causa, a questo grande Vicario la detta. Chiesa. (Continua) ------------------------------------------------ (Settembre 1932) NOTE STORICHE - Cronache di S. Stefano (Continuaz. vedi num. prec.) Quanto durarono i lavori di ampliamento della Chiesa di S. Stefano incominciati nel 1657 non c'è dato saperlo. Si sa invece, e questo appare da tutti i documenti, che il Taboga amava la sua Chiesa e perciò la voleva bella. Difatti ampliata la Chiesa l'arrichì quasi subito di un nuovo altare intitolato "Del Cristo Signor nostro " e " appiedi di detto altare, scrive, nelli ultimi di giugno 1686 feci fare la sepoltura (una tomba) a mie spese e per l'amor di Dio, per tutti li Sacerdoti che in essa desideravano di esser sepolti, come si vede colla sua iscrizione sopra". E nota: Quelli che l'escavarono furono Francesco Troiano et Troian Troiano, à quali per loro fattura io pagai L. 12, per commanda di Odorico e di Pietro Piamonte, poi anco fu murata, et coperta, et ridotta alla perfezione, contentandosi essi di L. 10, che avevano mangiato sul Losteria et un desinare che io li feci. Li manovali furono Domenico Tunino et suoi figli Giuliano et Giobatta ". E spiega il motivo di quella tomba nella Chiesa del Centro: " Perchè li preti venivano sepolti in una sepoltura secolare dei Rizzardi, in compagnia o per dir meglio in mescuglio di uomini e donne secolari ". E finisce con una nota di colore oscuro " dove nel sepelir il S.r Pietro Gastaldis non fu trovato pur un osso de cadaveri per avanti sepolti ". La tomba dei Rizzardi sumenzionata è quella che anche ai giorni nostri si può vedere nella chiesa matrice, ed è l'unica che rimanga delle tante che erano nelle nostre chiese. Riportiamo Fatto di morte de l'ultimo sacerdote che in essa scese per l'eterno sonno. "A di 6 Agosto 1662 il Rev.do Gio Batta Forte, di circa anni 32, passato da questa a miglior vita retto da li Sacramenti di Santa Chiesa fu sepelito nella sepoltura delli Rizzardi avanti l'altare di S. Antonio nella chiesa di S. Lorenzo in Monte ". Di questa tomba che udimmo più volte dai buoni vecchi parlarne attribuendogli origini e vicende di sparate, avremo in altra parte motivo di scrivere ancora più difusamente. Terminata dunque la tomba per "li sacerdoti" il Taboga si diede tosto a fare il «Cimiterio» attorno alla chiesa di S. Stefano. Prima di allora vi era bensì il Cimitero ma di proporzioni minime, e in esso vi trovavano riposo soltanto li foresti, gente di servizio, carcerati, mendicanti, od anche i nuovi venuti ad abitare in Buia. I veri Buiesi, quelli che avevano il diritto alla cittadinanza risalivano il vecchio colle per dormire per sempre all'ombra di S. Lorenzo. Terminati i lavori: la tomba, la cappella, l'altare del Crocifisso, il Cimitero e li muri di Cinta, richiedeva al Patriarca Giovanni Delfino il permesso di poter procedere alla benedizione delle sue opere. La licenza patriarcale porta la dada del 12 marzo 1687, ma il Vicario attende il primo maggio per la cerimonia. Ecco come egli stesso la descrive: « Faccio notta come io Vicario Taboga con l'assistenza et aiuto delli Rev.mi Padre Andrea Barnabà mio Cooperatore, Pre Domenico Guerra e Pre Leonordo Floreano Cappellano delli Colautti (Chiesa di S. Giuseppe in Ursinius Piccolo) io benedissi la Cappella della Chiesa di S. Steffano verso mezzogiorno, et il Cimiterio fatto intorno alla detta Chiesa, fatto da nuovo per comodità del popolo, et cantai la Messa corrente dei Santi Filippo e Giacomo Apostoli. Sopra l'altare del Cristo in detta Cappella fatto di nuovo è ciò a perpetua memoria e per essere autorizzato dal Patriarca Delfino Cardinale». (Continua) ----------------------------------------------
(Ottobre 1932) Note storiche - Cronache di S. Stefano (Continuazione vedi numero prec.) Non era finita però l'attività di questo Vicario. Egli la voleva bella anche di fuori la sua Chiesa poiché lasciò scritto di "aver dato il ricordo et aver stortato il Comune a fare il terrapieno fra la Chiesa e la Piazza, et alzar la strada fino de salto della Piazza e così venne fatto ». Il terrapieno di cui parla il Vicario è lo stesso, naturalmente ingrandito, che ai giorni nostri forma la bella Piazza di S. Stefano e la strada «alzata fino de sotto » della stessa è un avanzo quel breve tratto di « pedrata » che ancora si può vedere dinanzi alla porta maggiore del Duomo. Come dissi più sopra, le Chiese filiali della Pieve andavano via via esimendosi da ogni contratto colla Matrice. Il Taboga nella sua qualità di primo Vicario della Pieve, «perché tali erano sempre stati i suoi precessori » dovette molto lavorare e di tatto e di penna e autorità, per indurle all'osservanza delle « Tabelle » antiche. Anche la vicina chiesa di Ursinins, sempre per opera di pochi, gli amareggiava la vecchiaia contestandogli ogni ingerenza e controllo, facendo ivi officiare sacerdoti estranei alla Cura. Solo dopo un processo le cose si misero nel corso regolare e la Chiesa passò sotto la sua direzione assoluta. Ma forse non erriamo dicendo che questo spirito fattivo e intraprendente di Vicario, trovasse diletto, svago e riposo nel silenzio della sua casa, scrivendo le memorie degli avvenimenti del mondo, quali fin qui potevano giungere a quei tempi : ed altresì delle opere che egli faceva, i fenomeni astronomici, le stravaganze del clima, e financo alcune usanze e tradizioni che ai giorni nostri van morendo. Quali ad esempio l'uso di fare le vigilie sulle fosse nel cimitero, e quella che lo sposo regali di un fazzoletto il celebrante. Se fossero raccolti tutti gli scritti del Taboga si potrebbe, con essi, formare una piccola biblioteca!... Questa bella figura, dopo anni di apostolato nella nostra Pieve, si spegneva nel 1691. Ecco l'atto di morte : « A dì 30 'agosto Il mollo Rev.do Don Osualdo Taboga Vicario passato da questa a miglior vita retto con li Santi Sacramenti di S. Chiesa, fu sepolto nella sepoltura da lui fabbricata nella Veneranda Chiesa Ci S. Sleffano di età d'anni 75 circa, e fu il secondo sepolto in detta sepoltura ». (Continua) --------------------------------------------
(Dicembre 1932) Note storiche - Cronache di S. Stefano
Nella Cura di Sottomonte, come allora si chiamava S. Stefano, successe al Taboga, il suo Cooperatore D. Andrea Barnabà, col quale entriamo colle nostre cronache nel secolo XVIII. I primi anni di quel secolo e precisamente il 21 aprile 1703 " alcuni pii Sacerdoti della Pieve di Buia, mossi da fraterna carità, concertarono assieme sul modo di farsi del bene a vicenda, e per mano di notaio si obbligarono a questo, che "Qualora uno di essi morisse, gli altri si sarebbero uniti nel giorno dopo la deposizione, e gratis assieme avrebbero cantato un notturno dell'Uffizio dei morti e celebrato la santa Messa ". La pia unione venne denominata "Confraternita sacerdotale del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Stefano Protomartire in Buia ". La Confraternita trovò subito calde adesioni e grande sviluppo e tanto più quando 23 anni dopo il Sommo Pontefice Benedetto XIII la onorò di sua approvazione con Breve del 12 novembre 1726, e anche l'arricchì dei tesori delle sante indulgenze. Attraverso i duecento trent'anni di sua vita la Società andò migliorandosi e sviluppandosi fino a raggiungere i 300 iscritti, portando di conseguenza lustro alla chiesa di S. Stefano. ------------------------------------------------------ (Gennaio 1933) NOTE STORICHE - Cronache di S. Stefano Più volte nel corso di queste note abbiamo ripetuto della importanza e funzione storica, attraverso i tempi, che sempre ebbe la nostra Chiesa di S. Stefano; nella vita, nelle vicende e nella devozione stessa dei nostri più lontani antenati. Un'altra conferma l'abbiamo nel documento che trascriviamo a gloria dei passati e ad esempio ai viventi. Ill.mo e Rev.mo Signor Patriarca, Il nostro Comune, osservatore umilissimo di V. S. Ill.ma e Rev.ma, avendo una particolar devozione al glorioso Protomartire S. Stefano, ha in piena Vicinia deliberato di supplicare, come fà con la più umile e devota rassegnazione, la bontà di V. S. lll.ma e Rev.ma. perché ci permetta di poter santificare il giorno dell' Invenzione di questo Santo, che è il 3 del mese di Agosto. Concedendo alli due deputati del Commune medesimo, begnino decreto con cui resta ingionto a cadonno della Villa di Buia l'osservanza della sudetta festività con obbligo d'astenersi d'ogni opera servile, e di ascoltare la S. Messa, come si fà nelle feste commandate dalla S. Chiesa, a maggior gloria del Signore Iddio, ed al loro glorioso Santo Protettore. Come S. Lorenzo in Pieve, anche S. Stefano era dunque invocato come « proiettore della Villa di Buia ». Il patriarca Dionisio Delfino «veduta la supplicazione, per maggior incremento della devozione, e per la salute delle anime, concedeva e declarava festività il giorno dell'Invenzione del Protomartire ». «Dato a Udine dal Palazzo Patriarcale il 23 Aprile 1706». A giorni nostri questa festa non si celebra più, quando si costruì il Duomo cadde in disuso dopo quasi ! duecento anni. (Continua) ------------------------------------------ (Febbraio 1933) Continuazione - Cronache S. Stefano
Perché nel 1730 si dovette fare il coperto pella Chiesa di S. Stefano? Un'incendio forse lo aveva distrutto, od una forte scossa di terremota rovinato? Certo appare strano, che fosse una necessità ordinaria, se appena settant'anni prima il Vicaria Taboga aveva ingrandita nuovamente la Chiesa. Il documento che abbiamo ci dice soltanto che si dovette fare il coperto nuovo e con "urgenza" necessità e urgenza tali, che induceva ben ventuna ditta della Viela ad impegnarsi "per se ed heredi in solidum" affine di provvedere il denaro necessario per tale opera. Ditte, che se non fosse troppo lungo enumerarle meriterebbero citate in queste note. Il giorno stesso de l'impegnativa notarile, questi campioni, o meglio Cavalieri, diciamolo pure della casa di Dio, che à giorni nostri trovano così pochi imitatori, passavano la pratica alla comunità per l'approvazione. "Radunata la Vicinia in publica piazza, prosegue l'atto, al luogo e sistema solito, nella quale intervennero Vicinii N. 191, à quali ser Larenzo Tunino, sindico assistito dagl'altri consiglieri del Comune e dodici della Vicinia fu proposto, attesa la presente urgenza di fare il coperto alla Veneranda Chiesa di S. Stefano di prender a livello ducati 800, stante che presentamente il Comun, né intervenienti delle Venerande Chiese ha modo di provvedere al bisogno, fu presa parte e deliberato di ritrovar a livello detta somma, per impiegarli in detto coperto: con facoltà ha detto Comun di stipulare contratti nei modi, forme, e con le clausule opportune delle leggi prescritte". Un atto seguente dice: "Passò la parte inconscio che il prò che s'ha tiolto di ducati 592 avendo il comodo li civanzi delle Fraterne, et elemosine pagherà et non avendo, che il Comun debba suplire a quanto che occorre per detto prò". Questi atti sono datati dalla fine di settembre 1730, e rogati dai notai Pietro e Antonio Missio. Quattr'anni dopo, nel 1734, troviamo un Breve di Papa Clemente XII, col quale concedeva indulgenza plenaria a tutti i fedeli, che osservate le solite modalità, visitassero la chiesa sacramentale di S. Stefano di Buia, la domenica in Albis, e cioè dai primi vespri della vigilia fino al tramonto del soledi quello stesso giorno: e qui pregassero per l'espiazione delle proprie colpe, per la pace e la concordia dei Principi della terra, per l'estirpazione dell'eresia, e l'esaltazione di Santa Madre Chiesa.
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Giungiamo così ai primi giorni di settembre del 1736. Tutta la Villa di Buia era in gioiosa attesa per la venula del Principe Patriarca di Aquileia, Daniele Delfino. Veniva in visita pastorale e per consacrare la Chiesa di S. Stefano, bellamente rimessa a nuovo. Difatti si legge che fatta la visila in Pieve e nelle altre chiese della terra e sue filiali, il 9 di settembre con grande solennità il Patriarca consacrava la nostra chiesa assieme all'altare maggiore dedicato "in honorem et sub invocatone S.ti Stephani Protoanartiris.» imponendo in esso altare le reliquie dei santi Fulgenzio e Benedetto. Nello stesso atto si legge che l'anniversario della consacrazione (In sagra) veniva fissata per tutti gli anni avvenire la domenica quarta di agosto, concedendo l'indulgenza di quaranta giorni a quei fedeli che in detto giorno visitassero lo chiesa del Santo. Pino a pochi anni addietro, la quarta domenica di agosto si faceva anche la festa delle sante Reliquie, che venivano esposte sull'altare omonimo, con una suggestiva cerimonia, alla quale partecipava una folla immensa di fedeli. Pochi anni dopo, il 17 luglio 1740, moriva il Vicario di Stefano Don Andrea Minighirio da Percotto di anni 73, successo «nella Cura al buiese Don Andrea Barnabà nel 1726. Della vita e dell'attività di quésti due Vicari ben poco possiamo dire perché, nulla o quasi, essi lasciarono scritto, come aveva fatto il l'oro predecessore Taboga e come fece in seguito l'immediato successore Don Giobattista Ciali di Cortale, venuto in sede nell'agosto: dello stesso anno. Uno dei primi atti del Ciali per quanto ci è dato sapere è stato quello di costruirsi la canonica. Sembrerà forse strano che abbia pensato proprio primieramente alla sua dimora anziché alla casa di Dio, ma è altresì più strano che in un centrò quale, anche allora, era S. Stefano non vi fosse stata una abitazione decente per i Rettori della Chiesa maggiore della terra. (Continua) -------------------------------------------------- (Agosto 1933) NOTE STORICHE - LE CRONACHE DI S. STEFANO (Continuazione) Così precisa il Ciali della vecchia residenza vicariale e della nuova casa Canonica da lui fatta costruire : « - La Canonica dei miei predecessori allogata dall'onorato Commune di questo luogo era in Piazza : consisteva in una cucina con una camera contigua, granaro de sopra e cantina dabbasso. Nell'anno 1744 si principiò la presente canonica (previamente erano stati comprati i fondi) e nel 1746 fu terminata : nella edificazione concorse l'onorato Commune coll'esborso di Ducati 100, e colla erezione di un passa di muraglia incirca verso la strada del portone maestro fino al muro dell'orto: concorsero parimenti diversi particolari nella condotta del materiale gratuitamente. L'aria antica fu convertita in più comodi per la presente canonica. Il fondo dell'aria nuova è di quantità passi n.° 32. Furono sborsati a Leonardo Vezio venditore ducati 31. Si dovevano contare 32 (come erano i passi) ma fece dono di uno ducato. Di questi dinari li Procuratori della Scuola di S. Vatentino impegnarono ducati 30 in francazione di un livello per cui pagava detto Vezio formento alla stessa. Nel rimanente della spesa dell'istessa canonica compreso muraglia di clausura, divisione dell'orto e cortivo provvide l'infinita Divina Provvidenza - ». La descritta canonica è quella stessa, che con successive modifiche, giunse fino ai primi anni del presente secolo, abbattuta quando Mons. Giuseppe Bulfoni costruì l'attuale, grande e sontuosa, fra gli anni 1903 - 907. Non era tempra, come vedremo, il Vicario Ciali di stare come si suol dire colle mani in mano. Appena provveduto alla casa per se e per i Rettori che gli avrebbero succeduto, il 13 agosto dello stesso 1746 stipula « - Accordo e convenzione tra il Sig. Pietro Franchi fonditore di campane in Udine e quest'Onorato Commune e Procuradori della Veneranda Chiesa di S. Stefano di questa Villa di Buia per fondere di nuovo una campana dal peso di libbre 700 circa : e per rifondere due vecchie in una, di peso proporzionato, che secondi la prima - ». L'accordo era regolato di ben tredici capitoli, dei quali togliamo le parti essenziali e caratteristiche. «-La prima campana non sorpassi il peso stabilito di libbre 700 ed il metallo sia nuovo, buono e fino, che la seconda campana (formata colle vecchie) non sorpassi il peso di libbre 500 ed in caso non si arrivasse s'aggiunga metallo nuovo buono fino. Che le forme da farsi per la fusione siano a tutta perfezione e secondo il gusto moderno, e moderna pratica. Che si dovesse avvertire il Vicario, il Comune e li Procuradori del giorno preciso della fusione acciò possano intervenire e vedere del peso delle campane vecchie, alla preparazione del metallo ed alla fusione del medesimo. Che le campane si fondino separatamente e non una sopra All'atto vennero anticipati al Franchi L. 180, ed erano presenti Pietro Baracchino sindico del Comun Mattia Baracchino scrivano del Comun Giacomo Rottaro masaro Giuliano Missio procuradore e deputato del comun Micael Piemonte procuradore e deputato del Comun P. Giobattista Ciali Vicario Curato di detto luogo ricercato dalle parti. Le due campane furono fuse, la piccola il 29 agosto e la grande il 31 e sortirono rispettivamente del peso di libbre 534 e 746. Il 20 maggio 1749 il fonditore riceveva il saldo dal (continua) ----------------------------------- (Ottobre 1933 ) NOTE STORICHE - LE CRONACHE DI S. STEFANO (Continuazione) Intanto il 12 gennaio 1749 il Cameraro della Fraterna del SS.mo Rosario ed intervenienti avevano radunata l'assemblea dei Confratelli ed erano venuti nella determinazione di far erigere un altare di « pietra decorosa per onorare la Madonna nella Chiesa di Santo Stefano ». L'8 luglio seguente il Vicario Ciali stipulava il « Concordio » col sig. Lorenzo Stefenato tagliapietra di Gemona, il quale si impegnava della esecuzione dell' altare per Ducati 570. Che cosa avesse ritardato fino a tre anni dopo il compimento dell'opera non lo sappiamo. Da quanto specifica il Vicario siamo indotti a pensare che si fosse atteso al ristauro o al compimento della Cappella del Rosario. Egli scrive così : « Nel 1752 fu posto in opera l'altare. L'altare e il pavimento della Cappella importa Ducati 850:64. Ombrizò il pittor Dotti di Gemona tutta la cappella, e fu soddisfatto, non comprese le spese da me fatte, con Ducati 56: L. 2.16 - In colori fu speso Ducati 21:6. -Fu parimenti fabricato l'abito della B. V. a ricami». 1753. La chiesa venne dotata di « una grande croce d'argento» eseguita dall'orefice Zerbin di Udine, e « parimenti di un crocefisso d'argento». Così pure dal maestro Mattia Deganutto di Cividale «fu fatto d'intaglio il pedestallo del Crocefisso in mezzo alla Chiesa, ed l'espositorio delle Reliquie che venne indorato a Udine. E quest'opera costò L. 600». In quell'incontro il Deganutto ebbe ad «aggiustare il Banco di Nogaro della Sagrestia, con tutta la cima d'intaglio, e fatti da nuovo li due sgabelli preparatori». L'anno seguente 1754 dallo stesso artefice «furono fabbricati li due Confessionali di Nogaro d'intaglio» Costarono L. 670. Intanto il Coro aveva ancora bisogno di restauro, ed « anche la Linda al di fuori della chiesa nella parte inverso l'orto di Vezio e sopra la sagrestia». Vennero eseguite le riparazioni in settembre e costarono L. 170.19. Nelle spese vi concorse come sempre la carità pubblica, «in parte il Comune ed il resto provvide Iddio». In ottobre dopo riparata la chiesa « passò parte tra il Vicario Ciali ed i Rev.di Sacerdoti, ed assieme fu fabbricato un monumento nel Coro». Concorsero i seguenti sacerdoti : P. Gio. Batta Missio Cooperatore P. Angelo Tonino P. Francesco Tonino P. Mattia Tonino P. Domenico Baracchino P. Girolamo Barnaba P. Zuanne Misso P. Angelo Fabris P. Valentino Misso P. Pietro Pezzetta P. Carlo Pettoruti P. Angelo Misso P. Tomaso Masone P. Gio. Batta Savio P. Giuseppe Pezzetta Accenneremo di sfuggita che questo monumento (tomba) per li sacerdoti era il secondo che si costruiva alla distanza di settant'anni nella nostra Chiesa. Delle tombe privilegiate di S. Stefano faremo un capitolo a sè. Rileviamo invece che nel dicembre di quello stesso 1754 si pose mano alla costruzione di un'opera che è giunta fino a noi. Forse per il suo carattere, o per seguire un criterio unico nelle modifiche fatte ed in quelle che più tardi si sarebbero fatte nella chiesa di S. Stefano, venne deciso di fare l'altare maggiore in pietra, in sostituzione di quello di legno preesistente. L' altare in parola, con piccole modifiche, è quello che ancor oggi noi vediamo nel nostro Duomo e venne eseguito anche questo dal maestro Lorenzo Stefenati di Gemona. Dalle memorie del Ciali si rileva che venne fatto in tre riprese: la mensa nel dicembre del 1754, i piedestalli nel marzo 1755, ed in maggio la scalinata, con il resto. Come cornice al bel manufatto si fece a nuovo in marmo la scalinata del Coro, sostituendola a quella di pietra « nostrana » : « fu fatta la pittura del soffitto del Coro ed ombrizato ». - Inoltre venne « restaurata la Cappella del SS. mo Crocifisso, rincolorito l'altare dello stesso, fatta la Predella ed aggiunti gradini». In tutte queste spese ed opere, dichiara il Vicario, «non concorsero né Chiese, né scuole (Fraterne) né il Comune : fù un qualche sollievo la carità ». Nel dicembre del 1757 nella nostra Chiesa dal maestro Mattia Deganutto di Cividale venne fatto « l'intero coro di Nogaro coi nicchi e le due cattedre». Il prezzo convenuto era di ducati 280 pari a lire 1680; però si spese di più in accessori ; cioè in ferro, chiodi colori e cibarie « Agli huomini che aiutarono per 20 giorni ». Il «Coro» è quello che ancor oggi noi abbiamo in Duomo. : L'anno seguente, 1758, Scrive sempre il Vicario Ciali, dallo stesso artefice venne «fabbricata » la cattedra per catechismi, ed un Banco d'Albeo in sagrestia con n. 8 nicchi. Nella spesa del Banco concorsero otto sacerdoti, i quali si « acquistarono così il jus d'un nicchio ». P. Gio. Batta Misso Coop.re. P. Gio. Batta Piuzzo P. Angelo Fabris P. Francesco Tonini P. Domenico Baracchino P. Domenico Comoretti P. Domenico Fantinutti- P. Giovanni Battista Savio Completò l'opera del Deganutto, sul finire di quell'anno, Maestro Angelo Aita, facendo gli inginocchiatoi dinanzi agli stalli ed alle Cattedre. Nel giugno del 1759, da Lorenzo Stefenati, venne fatto a nuovo il pavimento della nave di mezzo, con « quadrelli di pietra bianca e rossa ». In quest'opera, che costò lire 1680.30, senza la conduttura e « li manuali » concorse il Comune pagando circa una metà della somma. Altri lavori in Santo Stefano vennero fatti in quell'anno, che se pur sono di minor entità, dimostrano però la cura e l'amore che posero in questa Chiesa gli avi nostri ed i Rettori della medesima. Pertanto si legge che furono fatte le due portelle ai fianchi della Chiesa in modo da chiudere il cimitero che la circondava, «per impedire certi inconvenienti». «Il Comune non acconsentì a tal opera necessaria - dichiara il Ciali - ed io la feci fare con denaro ricavato dalla pietra vecchia del pavimento, e con altri di ragione di S. Stefano». Si restaurò inoltre il muro di cinta del Cimitero «verso le stalle della Casa del Marchese C.° Savorgnano ». Con ciò sappiamo che le vecchia casa che ancor oggi vediamo a fianco al Duomo fu dei Savorgnani, gli ultimi feudatari della nostra terra. È dubbio però che essi l'abitassero. Anche due pianete vennero acquistate i quell'anno da un « mercadante di Cargna : una di damasco di tutti i colori, e l'altra di color rosso ». Si vede ancora da queste note che si andava non solo trasformando la nostra Chiesa, ma altresì dotandola di suppellettili ed apparamenti degni. Difatti nel 1760 vennero acquistati due « Ceroferrari di ottone » da Paolo Zanuttmi di Cividale ; un'altra pianeta, probabilmente dallo stesso mercadante dell'anno prima, e questa di più colori « ma specialmente paonazzo e verde coi suoi finimenti d'oro » ; inoltre quattro candellieri con la facciata di ottone; ed una lanterna pure d'ottone con lastra, che venne posta davanti al Crocifisso nel mezzo della Chiesa : ed infine « di due pedestalli di pietra di Carrara nella Cappella del Rosario». Del 1761 abbiamo copia di un solo documento attinente a S. Stefano, e cioè la concessione di un altare privilegiato, goduto fino allora dalla Chiesa Matrice. « Gode - dice la supplica - la Chiesa sotto il titolo di S. Lorenzo Martire della Pieve di Buia, il quotidiano perpetuo altare privilegiato, secondo il privilegio concessone dalla S. V., ma essendo quella situata sopra una disastrosa, ed irta collina, succede che nella Chiesa filiale di S. Stefano posta in piano, ed in situazione più comoda v'è il concorso di maggior numero di Messe, oltreché in questa si fanno le funzioni parrocchiali ed ivi si prendono li Sacramenti per maggior comodo dei parrocchiani, ecc. ecc.». «La Santità di P. P. Clemente XIII° benignamente concedeva l'Invocato privilegio perpetuo, in data 15 giugno 1761 ». È del tempo dunque la leggenda sull'architrave della porta centrale della vecchia facciata " Ogni di giorni cento d'indulgenza,,. Anche nel 1762 si hanno registrati nuovi importanti lavori ed acquisti. Venne fatto il soffitto con due cassettoni ed imbiancata tutta la Chiesa dal Capomastro Sebastiano Lotti di Bertiolo. Il pittore Dotti dipinse ad angeli i cassettoni nuovi, e nel Coro, ai quattro angoli fece gli Evangelisti. Intanto il maestro Mattia Zuzzi di Resiutta installava il pulpito che venne poi pitturato « a finto marmo dallo stesso Dotti » Sfatte le armature per questi lavori, che, tra l'altro, dovevano essere colossali, poiché si legge che vennero impiegate oltre trecento tavole, si principiò l'altare di S. Vincenzo Ferreri. Nel 1763 dal Zuzzi vennero costruiti due « confessionali d'Albeo ». E precisamente due dei quattro che si possono vedere anche attualmente. Ancora venne « fatto il coperchio d'argento del Battistero, acquistata una pianeta e fatti i banchi di nogaro, che vennero pagati da particolari ». In quell'anno va notata anche la visita pastorale fatta da S. E. Rev.ma il Patriarca Bartolomeo Gradenigo il 1° luglio. Dalla situazione della Pieve e sue Chiese fatta dai Vicari prima della visita non troviamo alcunché di particolare per la Chiesa di S. Stefano, crediamo invece da questo memoriale desumere « la nota del Clero esistente in Buia ». VICARI CURATI P. Gio. Batta Ciali di Cortale. P. Giacinto Bevilacqua di Seano (Cividale) COOPERATORI TUTTI DEL LUOGO P. Gio. Batta Piuzzi, qual tiene una Mansioneria nella Chiesa di S. Pietro P. Zuanne Guerra P. Giuseppe Minisino P. Francesco Tonino, qual tiene una Mansioneria nella Chiesa di S. Giuseppe. SACERDOTI P. Gio. Batta Misso P. Leonardo Calligaris P. Angelo Fabris, qual tiene una Mansioneria nella Chiesa di S. Pietro P. Valentino Calligaris P. Angelo Misso P. Domenico Baracchino P. Tomaso Masone P. Domenico Fantinutti, Cappellano del Comune in S. Stefano P. Angelo Tonino, Cappellano del Comune alla Madonna P. Giuseppe Pezzetta P. Carlo Pezzetta, qual tiene una Mansioneria nella Chiesa della B. V. Annonziata P. Domenico Calligaro P. Giovanni Rottaro. (continua) ---------------------------------------- (Dicembre 1933) NOTE STORICHE - LE CRONACHE DI S. STEFANO (Continuazione)
Ogni anno il Ciali faceva delle opere nuove nella sua chiesa. Così nel 1764 venne posto in opera l'altare di S. Domenico « tutto in marmo di Carrara con rimessi di rosso di Francia, il quale costò Ducati 330». Anche questo altare venne fatto dal maestro Lorenzo Stefenati di Gemona, il quale mori certamente in quello stesso anno, poiché nel mese di dicembre Francesco Olaf riceveva parte del denaro convenuto per conto della sua vedova. Nel 1765 venne ancora acquistata la statua di San Vincenzo Ferreri in Farra d'Isonzo, ed eretto il reliquario, cioè quel piccolo altarino che ancora i nostri vecchi ricordano, dove si esponevano le S. Reliquie il giorno della sagra. Anche questo era di marmo, e venne benedetto l'anno seguente 1776, il 20 agosto, assieme alle lampade del Coro e le 22 nuove custodie delle reliquie, ed un reliquario d'argento che costò lire 384.60. Fu un giorno di grande solennità poiché il Ciali segna spese non lievi « in addobbo dei reliquari, organo, tamburi, musica, spari, e per i portóni fatti col fil filato e tela ». Nel 1767 troviamo che venne fatto il «salizo» di pietra attorno il Battistero e lo stesso rinchiuso con ringhiera di ferro. Tutto per opera di Leonardo Fabris. L'anno dopo 1768 dal maestro Mattia Zuspi di Resiutta venne fatta l'orchestra la quale poi venne pitturata assieme ai Cassone dal Sig. Pietro Leoncelli pittore di Venzone. Tutto il materiale, compresi i chiodi vennero dati di carità. L'anno seguente 1769 la nostra chiesa ebbe anche l'organo, opera di Francesco Dari di Venezia, cioè da quegli che li aveva «forniti per il Duomo di Gemona e di Tolmezzo, e quello di fronte alla sacrestia del Duomo Così il Ciali aveva dotato il suo tempio anche dallo strumento magno qual'è l'organo, per vieppiù e meglio cantare le laudi all'Altissimo nelle cerimonie. Nel 1770 sulla torre campanaria di S. Stefano viene collocato l'orologio fatto dal maestro Valentino Minisino di Mels. Questo orologio che fino all'invasione del 1917 doveva segnare tante ore, tristi e liete, ai figli di questa terra, fu l'utima opera, diremo di mole, compiuta dal Vicario Ciali. Due anni dopo, il 4 dicembre 1772, questo grande Vicario nell'età ancor verde di anni 65, chiudeva la sua bella e laboriosissima giornata. Ai Ciali succedeva nel Rettorato di Santo Stefano, il nob. sig. Padre Gerolamo Stancile della terra di Gemona. Da alcuni atti compiuti da questi si intravede che nel suo apostolato e nel suov governo proseguiva sulle orme del suo precessore. Ma il Signore aveva disposto altrimenti poiché poco più di due anni dopò, chiamava lo Stancile a se, a soli 36 anni di età, il 6 maggio 1775. (continua) --------------------------------------- (Febbraio 1934)
NOTE STORICHE - LE CRONACHE DI S. STEFANO (continuazione) 11 23 giugno seguente, 1775 prendeva possesso il nuovo Vicario di S. Stefano, Don Giovanni Rottaro, buiese. Dalle memorie . che si hanno, questi si può dire che abbia completata l'opera del suo precessore ed abbia altresì dotata la Chiesa di apparamentì ed altre suppellettili sacre necessarie al servizio del culto. Togliamo pertanto-cronologicamente quanto il Rottaro lasciò scritto in proposito. 1777 si comprò il paramento nuovo di solennità, cioè pianeta, dalmatiche e piviale. Nel mese di luglio venne compiuto anche l'altare di S. Vincenzo. 1778 si comprò un reliquario e quattro lanterne per portare il viatico agli infermi. Si fece il Confalone del Rosario per le processioni, e alla Congregazione dei Sacerdoti fu fatto il catafalco nuovo che costò lire 600. 1779 si comperarono n. 6 candellieri con tabelle e croce all'altare di S. Vincenzo " diversi merli e tovaglie per solennità „. 1780 si comprarono due pianete di Satin, l'una bianca 1781 « Fu il getto della campana maggiore di S. Stefano e del campanello » nella fonderia del Nob. Signor Francesco Conte Comuzio di Tolmezzo. La campana era di « libbre 1230, (?) che a lire 3 la libbra importa 3690». Dopo di queste memorie si fà un salto e precisamente fino al 1786 addi 15 giugno. «Venne da Venezia l'ostensorio nuovo» che colla busta ed altro costava lire 678.16. Per questo nuovo acquisto il M. R. Gio. Battista Piuzzi offriva lire 308. Si acquistarono pure due pianete di camelotto rosso. « Il procuratore del SS.mo Rosario Domenico Misso diede lire 20 ed il restante fu supplito dalla carità di un religioso. Fino a quel tempo si. aveva un tabernacolo di legno in S. Stefano, «poco decoroso » confessa il Rottaro. Perciò il 26 ottobre égli stipula contratto col «sig. Francesco Aloj altarista di Gemona per la fabrica del Tabernacolo, da doversi fare tutto di marmo di Carrara, à riserva di alcuni rimessi di Affricano da porsi a piacimento dell'Artefice. Il Tabernacolo doveva essere pronto per « li 22 agosto prossimo venturo 1787 e la somma stabilita per l'opera fù di ducati 770 di L. 6.4 l'una. Somma veramente cospicua !.... Il 23 dicembre inoltre vennero acquistati n. 6 candelieri di legno argentato da Fr. Angelo Servita da Udine. 1787 si comprarono pianete n 4 di Camelotto, due bianche, una rossa, ed una nera. 1790 si fece il piviale violaceo con due stole. (continua)
------------------------------- (Marzo 1934) NOTE STORICHE - LE CRONACHE DI S. STEFANO (continuazione) A questo punto cessano le annotazioni del Vicario e perciò noi seguiremo le cronache sulla scorta dei documenti che si hanno. Ed il primo è l'inventario della Chiesa di S. Stefano fatto il 27 Ottobre 1792 nell'imminenza della Visita Pastorale. Da questo togliamo l'elenco degli oggetti d'argento. «1 Lampada grande d'argento per l'altare della B. V. del Rosario. 2 Lampade minori. 1 Turibolo, navicella e cucchiaio. 1 Pisside per portare il S. Viatico. 1 Chiave del tabernacolo e suo pendacchio. 4 Calici. 5 Patene. 2 Vasi. 1 Ostensorio. 1 Pace. 1 Croce grande. 1 Crocefisso su croce di legno. 4 Candellieri. 3 Tabelle: cioè S. Convivio lavabo ed in principio. 1 Pisside grande. 3 Reliquari ». Sappiamo inoltre che vi erano N. 34 pianete « di vari colori e qualità» - N. 19 camici - N. 5 veli omerali «uno dei quali colla frangia d'oro massiccio ». Si aveva poi un'infinità di candellieri, croci, paci e lampade dinanzi ai cinque altari non soltanto ma molte altre disseminate in tutta la Chiesa. Per cui si può pensare che fin d'allora il nostro Santo Stefano fosse una delle più belle e ricche Chiese dei dintorni. Quando venne fatta la bella facciata in pietra viva che sussiste ancora dinanzi al nuovo tempio? Noi sappiamo soltanto che venne « restaurata » agli albori del nuovo secolo, e cioè tra il 1801 - 805 su disegno del sig. Rodolfo Barnaba, benemerito assertore della Pieve. Ed eccoci al 1815, anno che segna una grande tappa nella storia della Chiesa di Buia. Il 26 maggio moriva improvvisamente Don Giovanni Rottaro, quegli che doveva essere l'ultimo Vicario di S. Stefano. Ma se dopo 563 anni veniva spezzata la serie dei Rettori, un'altra ben più degna si rialacciava al glorioso passato della nostra terra, e precisamente la serie dei Pievani interrotta nel 1512 con l'annessione alla Collegiata di Udine. Non era è vero il Pievano di S. Stefano, ma però « Egli ed i suoi successori avranno la residenza presso la Chiesa Sacramentale di Santo Stefano, come il luogo il più adattato per ogni riguardo ». « Ubi Petrus ibi Ecclesia» dice il Santo Dottore Ambrogio ; e difatti da quel giorno gran parte della vita del paese e tutta la vita religiosa si svolse intorno a Santo Stefano, il quale oltre ad essere il centro, diveniva anche il cuore di Buia. Cuore vivo e pulsante che in poco tempo la vecchia e bella Chiesa era divenuta insufficiente, e alle esigenze dei tempi ed allo sviluppo del paese. Tanto che il terzo Pievano della nuova serie trasformava il vecchio tempio nell'attuale Duomo. P. MENIS |