n°3 1968      GALLERIA   FRIULANA

In questa «Galleria» ogni «invitato d'onore» racconta
 la propria storia, puntualizza le esperienze della propria 
carriera di scrittore, parla apertamente di se stesso 
e del proprio tempo.

Questo terzo numero è dedicato a Pieri Menis.

PIERI   MENIS

 

Non ho studiato. Non potevo studiare. In casa eravamo dieci ragazzi ed io ero il primo e dovevo dare l'esempio: lavorare. Nel settembre del 1903, quando compivo undici anni, avevo già fatta la prima «stagione», in una fornace della Baviera.

Il mio destino pareva segnato per sempre; eppure già allora, dentro di me, un vago presentimento mi diceva timidamente di nò. Mi sentivo diverso dai miei coetanei, dai miei compagni di lavoro. E forse anch'essi, quelli che mi vivevano accanto, mi sentivano diverso; fu così che mi appiccicarono il nomignolo di «predi»o di «predessàt», che miallontanava da loro. Non poteva essere come loro uno che non bestemmiava, uno che spesso fantasticava isolandosi, uno che leggeva sempre, tutto quanto gli capitava tra mano Leggere! Ecco la mia passione. Ho letto tanti libri, tutti quelli che ebbi modo di procurarmi, spesso senza discernimento, senza un piano od uno scopo. Così per tutte le dieci «stagioni» che dovetti fare «sulla fornace», finché andai soldato, alpino del battaglione Cividale, che aveva stanza nella città longobarda.

La cittadina con i suoi monumenti, con i suoi palazzi, le sue chiese, le sue mura esercitò su di me un fascino strano e misterioso che mi spingeva a ricostruire la sua lontana storia, magari sognando fra quelle viuzze, nella penombra della basilica, sulle rive del Natisone ... Anche in caserma leggevo ed anche qui il nomignolo significativo, che mi avevano affibbiato i fornaciai, mi aveva seguito!

Venne la guerra. Dopo una ferita d'arma da fuoco, che mi colpì nei primissimi giorni del conflitto, alle falde del Monte Rosso, venni mandato al battaglione Tolmezzo, sulla linea del Freikofel.

Un giorno di novembre del 1916, a Tolmezzo, entrai nella rivendita di giornali della piazza per acquistare un giornale. Sul tavolo, appena svolto, odorante d'inchiostro, vidi il primo numero di un giornale destinato ai combattenti, che s'intitolava « Il Soldato » e si stampava a Roma. Nell'ultima pagina c'era il bando di un concorso riservato a ufficiali e soldati, con i temi da svolgere. Ritornato in trincea, istintivamente, scelsi uno dei temi proposti: «Impressioni del primo giorno di guerra» e mi misi a scrivere sulle ginocchia, usando delle cartoline in franchigia che allora circolavano fra le mani dei combattenti. In seguito ricopiai lo scritto su alcuni fogli di protocollo che un furiere compiacente mi aveva passati di nascosto. Mandai il tutto a Roma. Nel successivo febbraio 1917 vidi pubblicato il mio «pezzo», fra i tre che la commissione giudicatrice aveva prescelto, «fra le migliaia» che erano stati inviati.

Fu questo il mio primo «successo» letterario!

Ritornato in patria, dopo un anno di prigionia trascorso in Austria ed in Polonia, alcuni brani di memorie del tempo tristissimo di cattività trovarono ospitalità sulla «Patria del Friuli». Al direttore di quel giornale, Domenico Del Bianco, l'arguto e faceto Meni Muse, simpaticamente noto in tutto il Friuli per le sue poesie e per la sua bonomia nonché per la sua comprensione per quanti aspiravano ad inserirsi nel mondo letterario, sono debitore di incoraggiamento e di guida. Finché il suo giornale ebbe vita, Continuò ad accogliere mie novelle, ricordi, appunti di storia e tradizioni.

Intanto, nel 1919, aveva iniziato le pubblicazioni il quotidiano del Partito Popolare, «Il Friuli». Su quelle colonne, fin dai primi numeri, vide la luce il mio diario di prigionia e quindi una serie di novelle: racconti alla buona, direi ingenui, romantici, ma sinceri. Il direttore, don Attilio Ostuzzi, mente quadrata, aspro nel tratto ma carico di calda umanità, fu il mio primo severo critico; si prendeva la briga di correggere le mie produzioni, difettose perfino nella punteggiatura. Anche Giuseppe Ellero, che aveva preso a seguire con interesse la mia attività letteraria, mi fu largo di consigli e, quando nel 1923 pubblicai un libretto di novelle, egli stesso mi stese una lusinghiera prefazione.

In breve tutta la stampa locale aprì le porte alla mia collaborazione. Un giorno Chino Ermacora, incontratomi in città, mi disse a bruciapelo, com'era nel suo costume: «Per il prossimo numero della "Panarie" devi prepararmi un pezzo sulle tradizioni popolari friulane dell'Epifania e segnatamente sui fuochi, i cosiddetti "pignarûi"! ». La mia illustrazione, frutto di ricordi di gioventù, fu alla base, direi la «magna charta», delle manifestazioni che ancor oggi si tengono a Tarcento il 6 gennaio di ogni anno. Dopo quel primo scritto, altri miei saggi seguirono sulla elegante rivista di Ermacora, che ampliarono gradualmente l'orizzonte dei miei interessi.

Nel 1930 un avvenimento della mia Buia rendeva opportuna la pubblicazione di una memoria storica. Fu allora che l'Arciprete, Mons. Giuseppe Bulfoni, mise a mia disposizione l'archivio arcipretale. «Qui troverai una miniera di notizie», mi disse il paterno Arciprete. In tal modo la storia locale divenne l'«hobbi» della mia vita. Scrissi in seguito un'infinità di articoli e di opuscoli, sulle chiese, sulle fraterne, su costumi e tradizioni, sulle attività artistiche e sull'operosità dei miei concittadini.

Fin dal 1920 mi ero associato alla Società Filologica; ne leggevo le pubblicazioni, seguendo con particolare attenzione gli scritti dello Zorzut. di Cadetti, di Fruch. della Fabris, di Pieri Corvat. Avevo tuttavia una certe ritrosia a cimentarmi io stesso con la prosa friulana.

Senonchè, nel 1927, una vecchia conterranea, proprio per caso, ebbe a raccontarmi una leggenda buiese. Talmente mi colpì la spontaneità del racconto, il sentimento e la poesia della trama, che la trascrissi subito, di getto, e la portai a don Alceste Saccavino, che allora redigeva il «Ce fastu?». Lavorava il sacerdote in una angusta stanza del palazzo Bartolini, presso la Biblioteca Civica, dove, se non erro, aveva sede la direzione della Filologica. Il buon sacerdote aveva un acuto senso del bello e genuino sangue friulano nelle vene. Fu lui ad esortarmi a scrivere ancora in lingua friulana ed io obbedii. Alla prima leggenda seguirono diverse altre che poi furono raccolte in un opuscoletto, ormai introvabile, che ha per titolo «Lis lejendis di Buje».

Il libretto ebbe una fortuna insperata e fu esaurito in poco tempo. Emilio Girardini mi scriveva: «Ho letto "Lis lejendis di Buje" con interesse e compiacimento per la schiettezza e sapore veramente friulano; esse varranno a meglio diffondere il senso poetico delle nostre leggende e delle nostre care tradizioni». E Pier Silverio Leicht da Bologna: «Grazie une vore pal biel librùt, plen di tant bon aiarùt furlan». Bindo Chiurlo invece da Praga mi scriveva: «Grazie delle leggende nelle quali trovo segnatamente simpatica la fedeltà al suo paese... e mi auguro che il suo slancio trovi sbocco naturale... Scriva ancora... lei ha stoffa. Stoffa, oggi, è merce rara in Friuli!... ».

Approdato così al Friulano, non lo abbandonai più. Nella lingua viva di mia madre, della mia terra, trovai il mezzo espressivo più immediato del mio mondo, della mia esperienza umana.