Roberto Ongaro e la sua opera

di Domenico Zannier

 

In una recentissima intervista a un quotidiano regionale Amedeo Giacomini, dichiarava tra il serio e il faceto, che tutta la letteratura friulana la si poteva leggere in un pomeriggio e gettava tutto il peso del risveglio friulano sul Novecento. Giacomini, poeta friulano e già docente di Letteratura Ladina all'Università di Udine, non è paradossalmente lontano dal vero. Dico paradossalmente perchè la produzione ottocentesca del solo Pietro Zorutti assorbe molto di più di un pomeriggio con il suo fiume di liriche, epigrammi, pronostici e novelle in versi.

E dal 1300 agli inizi del nostro secolo gli autori non mancano. Va detto tuttavia che la progressione letteraria, per non dire la sua esplosione, nella lingua friulana è l'inatteso evento del nostro secolo. Sembrerebbe quasi che un popolo, sentendosi linguisticamente minacciato, abbia raccolto le sue energie vitali per proiettare un fascio abbagliante di luce, presagendo il pericolo del tramonto.  

La stragrande maggioranza della produzione letteraria di lingua friulana appartiene alla nostra epoca. E' una testimonianza di amore e di cultura che resterà e io penso che invece di rapidi tramonti ci fioriranno ancora tante aurore. In questa temperie produttiva si inserisce il nome del nostro concittadino Roberto Ongaro, il quale, pur essendo nato nella prima metà del secolo si è rivelato nell'ultimo quarto del medesimo e si è dato molto da fare per recuperare il tempo perduto.

Parlo naturalmente di pubblicazioni a stampa datate. Il suo primo libro, una raccolta di versi, si intitola "De Poime al Cuâr" ed è del 1987. Questo spiega perché non lo troviamo nelle antologie della letteratura friulana, visto che la più recente è del 1982 e le altre si collocano diversi anni ancora più indietro nel tempo. Da quel fatidico 1987 Roberto Ongaro ha avuto un enorme crescendo, gettandosi a capofitto nello scrivere, nell'immaginare, nel ricordare, nel creare. Nascono i racconti "Dôs peraules e un quart" nel 1988.

 L'orizzonte locale si allarga e compaiono i romanzi "Destin" e "Il Muc" e "Cretevierte", entrambi premiati al Premi San Simon di Codroipo. Questi vengono editi nell'89, nel '90 e nel '92. Giacciono ancora inediti i romanzi "Il Grant Lavio", segnalato al concorso del premio San Simon del 1995 e "Blanc e neri", "Il Pecjât di Mosè", "Trente Pas a Misdì".

Siamo dunque di fronte a un decennio veramente fecondo. Un altro amore di Ongaro è il teatro, con preferenza per la commedia, un po' l'altra faccia della luna, visto che i suoi romanzi hanno risvolti piuttosto drammatici. Anche qui i titoli si infoltiscono: "San Laurinz - Zero a Cinc" - Consei di 'zonte", Ricerche di Marcjât ", "Mai cjalâ lis aparincis", "La gambiâl" ,Il tacuin", "Il mûr", "Il cjan".

"Ricercje di marcjât" è stata premiata al seconda concorso dell'Associazione Teatrale Friulana del 1992. Ai fanciulli ha dedicato "La stagjon dai sium". Ha tradotto in friulana "la bottega dell'Orefice" di Karol Woityla, l'attuale pontefice Giovanni Paolo II e "La metamorfosi" di Kafka, in collaborazione con Gianni Nazzi.

Suoi scritti compaiano regolarmente ogni anno su "Majano Nuova" dal 1988, su "Festival di Majano" dal 1991, su la rivista majanese "Exodus", su "Sot La nape" della Società filologica per il 1992 e il 1994 e sulla Strolic della medesima Società Culturale nel 1966. Se la matematica non è un' opinione (io però sono del parere che qualche volta lo sia ), il lavoro realizzata dal nastro scrittore è ampio e consistente.

 Nel prosieguo degli anni sono visibili nelle pagine di Ongaro mutazioni grafiche e linguistiche secondo scelte e adeguamenti culturali personali. La ricerca lessicale è puntigliosa. Abbiamo l'accostamento di lessemi antichi e nuovi e non manca un certo purismo linguistico restauratore.

La periodizzazione discorsiva filtra l'anima popolare del linguaggio, talvolta la trasporta di peso, talvolta l'alleggerisce. Non ritengo di fare esemplificazioni e citazioni di versi e di brani di prosa dell'autore, dal momento che verrà tra poco interpretata una sua opera teatrale da parte dei bravissimi attori del G.A.D. di San Daniele del Friuli.

E 'invece importante analizzare brevemente alcuni contenuti della produzione scritta di Roberto Ongaro, anche allo scopo di vedere quale Friuli e quale società ne emergano. E' naturale che si colgano in lui echi e riflessi della civiltà letteraria che lo circonda e lo precede,perché l'opera di uno scrittore non nasce isolata e senza basi culturali e nel rispetto dell'individualità dell'autore è e rimane dialogo, incontro sociale, con la gente che fruisce di quanto egli scrive o realizza.

Da qui anche gli addentellati con il passato e con la contemporaneità. Siccome ciascuno di noi è figlio della sua storia, va detto che Roberto Ongaro è nato negli anni Trenta. Questo comporta l'esperienza del mondo friulano prebellico e postbellico, l'assunzione di una civiltà artigiana e contadina con i suoi antichi valori, marca un'infanzia e una adolescenza trascorsa in piena guerra tra il 1940 e il 1945, con la Resistenza tra il 1943 e il 1945.

Al primigenio mondo rurale, artigiano, mediamente borghese succedono i mutamenti della prima industrializzazione del Friuli che si è sviluppata negli anni successivi fino ai nostri giorni. Oggi ci troviamo in una relativa agiatezza, agitata da venti di crisi, con pochi punti di riferimento e spesso privi di appigli che rendano motivata l'esistenza. Nonostante la perdita di valori basilari continua irresponsabilmente a demolire.

Nasce quindi un senso di vuoto e di apatia verso la vita. A questo si aggiunge la mancanza di tenuta della famiglia. Improvvisamente accade che senza plausibili giustificazioni e razionali motivi un uomo e una donna si trovino abbandonati, disperatamente soli. I drammi umani di tali situazioni sono sotto gli occhi di tutti. Sfocia no talora nel suicidio.

Lo vogliamo o no, anche questo è Friuli e Roberto Ongaro che sa darci idilli campestri e ore serene nelle campagne ce lo ricorda con evidenza. La sua anima si rivolge a un passato di guerre e di emigrazioni, a una conflittualità tra sentimenti vecchi e nuovi non sempre componibile e suscettibile di mediazione. Unica pace, quando è sincero, l'amore e massima felicità immergersi e lasciarsi avvolgere dall'ambiente naturale, domestico o selvatico che sia, trasmutato dal lavoro di generazioni o rimasto intatto da sempre come le nostre più profonde radici.

Avvertiamo, per quanto abilmente mascherata, una nostalgia per un mondo che non c'è più e la gioia per le poche reliquie rimasteci. Il resto è l'umanità di sempre, di ieri, di oggi e di domani. E tutto questo, lo ripetiamo, è scritto in lingua friulana, il ramo più consistente del gruppo ladino o retoromanzo, che va dalle sorgenti del Reno alle foci del Tagliamento. Purtroppo c'è ancora qualche sprovveduto, per non dire altro, che lo chiama dialetto, naturalmente in Italia.

Il messaggio di Ongaro, prima di essere linguistico o letterario è umano. E' sociale. Del resto ha molto operato per l'affermarsi di una democratica uguaglianza con utopico slancio. Forse ha capito che è difficile cambiare gli esseri umani e che occorre valorizzare e indirizzare al meglio la loro ancestrale natura. I suoi personaggi vibrano di una psicologia elementare e immediata. Dubbi e titubanze nascono in loro dalle norme imperanti nella comunità e dalla propria coscienza sconvolta da scelte ed eventi.

La vita è come una guerra, c'è chi vince e chi perde, chi sopravvive e chi muore e chi si riduce a stato larvale. Penso che il messaggio di Roberto Ongaro, soprattutto per i romanzi e le prose sparse, sia un richiamo alla essenzialità tragica dell'esistenza. I suoi lavori teatrali si pongono su un versante consolatorio, volutamente comico e perfino esilarante. Dialoghi e battute hanno la loro efficacia. Pure nelle composizione teatrale osserviamo una contemperanza tra passato e presente.

Se il calcio e le cambiali ci portano nel mondo contemporaneo, gli scambi dei personaggi risalgono alla commedia attica di Menandro e ai commediografi latini e si rivelano sempre produttivi. Salva la bravura degli interpreti, il teatro trova la sua critica artistica nell'accettazione del pubblico per il quale è stato prodotto. Il teatro friulano, accanto alla prosa narrativa e descrittiva, ha avuto grande sviluppo negli ultimi decenni e ha affrontato temi numerosi e svariati.

La narrativa prende veramente piede nel secolo scorso con il goriziano Comelli e con Caterina Percoto, ma perviene al romanzo di grande respiro, dopo un tentativo di Titta Feruglio, con Dino Virgili, tra il Quaranta e il Cinquanta. In seguito sono diversi gli autori che si sono accostati al romanzo in friulano, tra i quali Sgorlon.

Tutto questo ha permesso l'elaborazione di una prosa friulana, in parallelo con la più antica plurisecolare lingua poetica. Si potrebbe obiettare che in prosa sono stese varie omelie ecclesiali, ma, a parte che sono per lo più traslitterazioni di termini italiani, la loro dimensione, nome le loro tematiche,non ci permettono di prenderle in considerazione a proposito di narrativa e di prosa d'arte.

Mi riferisco al Settecento e all'Ottocento. L'affermarsi di una prosa è quindi un fenomeno piuttosto recente in fatto di storia letteraria friulana. I passi però sono stati tali per cui chi vuole dedicarvisi ha a disposizione preziose esperienze e un discreto materiale linguistico. Roberto Ongaro da parte sua ha fornito un valido arricchimento. Un altro fattore da aggiungere, oltre all'attenzione per le classi umili, è la partecipazione di Roberto Ongaro, per gli ambienti popolari nostrani e per i borghi caratteristici, alla celebrazione in sapide rime per i medesimi.

Va considerato il suo amore per la montagna, motivo di riflessione, di meditazione puntuale. Se ci chiediamo in fase conclusiva quale speranza emani per il domani della nostra gente e della nostra terra fra tanti travagli passati e timori presenti, mi socorrono le ultime righe de "Il Grant Lavio", In questo romanzo che mostra il comporsi di rotture e di tensioni legittime e illegittime nella cornice del tempo che tutto riequilibra in Provvidenza alla fine prevale la vita.

 Il nonno e il nipote, e si noti questo salto generazionale di trasmissione culturale quando gli anelli naturali intermedi e diretti non tengono, vanno verso "Il grant lavio", l'immenso greto del Tagliamento, tenendosi affettuosamente per la mano. Sono affini le zone del crepuscolo aurorale e vespertino. C'è la sutura di un filo che si era spezzato o il rafforzamento di un legame che rischiava di rompersi definitivamente. Ma non si è rotto.

La vita del vecchio è sapienza. E' la vita del bambino speranza. E davanti il Friuli. E davanti il suo domani che non dobbiamo tradire.

 11 ottobre 1996 Domenico Zannier