dicembre 2004 |
Il poeta Juan Ragagnin di Renato Calligaro |
Pubblicato "Vibrido", mi dice Juan: "Non so se scriverò ancora". Da "Rattle" a "A Pla Tà" a "Vibrido", si è consumata la sua discesa agli inferi. "Vibrido" è il luogo dove ormai la tenzone d'amore e dissoluzione tra l'uomo e la Grande Madre, tra l'autore e la Forma, finisce: finisce il lungo insistito racconto della sua stessa scrittura. "Vibrido" narra l'evento primo, l'incesto di madre maldestra da cui nasce l'eroe come figura del mito: colui che, mai placato nelle umane ragionevolezze, persiste, si ostina, si inebria nella lotta col drago che è in lei. L'eroe abita l'inconsio, e il mondo è solo il palcoscenico sul quale giostrano le maschere della espiazione quotidiana: il portiere delle partite di calcio, il pugile, il partigiano, il giocatore di poker, il maestro di montagna, il giornalista, il notturno viveur, il piazzista triveneto che predica sul fare e non fare. Ma chi è dunque costui che tanto ci inquieta, incalzato dall'antichissimo segreto? Nel baratro da cui tutti veniamo fermenta desideri la Grande Madre: è una condizione nostra dell'anima, non certo archeologia. Una realtà psichica, uno stadio nello sviluppo della coscienza dell'Io. Unica certezza e pertanto prigione. Non c'è maschio che per poter essere tale non l'abbia amata e penetrata e nel terrore non sia stato tentato di ucciderla. Così dea e così mostro. Così divorante genitrice, vergine e prostituta. E a volte sapienza, e a volte maga che impazzisce i maschi alla deriva. Comunque seduzione, e dissoluzione: la vita e la morte. Così, nel corrente quotidiano vivere, il mestiere di maschio è dimenticarla, interrata da ragionamenti, patriarcati, religioni, civiltà, storia, cultura e rassicuranti verità matematiche, e guerre e potere, macchine e prodotti, e donne e più donne, omicidi e macerie. Ma quella emerge da ogni detrito. Finché è meno noioso ad alcuni sfidarla (per questi è un amore tremendo) e violarne la casa, e rischiare. Gettare il cuore oltre l'ostacolo, insegnava Juan. Ma sono cose da eroi, di coloro che più agli dei si affidano che alla umana ragione, pur essendo mortali. Per questo hanno, indecifrabile, il coraggio. Per questo gli altri li chiamano "personaggi". Il personaggio non recita la sua differenza. E' così, e quando mette le scarpe e va, vestito delle sue maschere mondane, non sta uscendo di casa, piuttosto cammina sotto una chiocciola d'inconscio, protezione ancestrale. E se ti parla è ossessivo, ma non proprio egoista. E' un uomo nel mito, che ascolta solo il proprio destino. Anzi, più che ascoltarlo, lo ausculta, ma senza tentare di correggerlo. Chè, lui dice, più lo correggi, più ti si avvita in errori mediocri. Va allora invece perpetuato il segno, l'evento primordiale: un evento glorioso, quel nascere da una dea folle di te, fanciullo in fiore che un'intera vita dischiudi a diventare eroe per uccidere il drago: un'intera scrittura. Mito e letteratura. E infatti guardala, ora, come solerte lo accompagna. Anche se non sempre, si sa, perché la dea è ingannevole, e preda di Eros. Ma più è paziente l'autore, e perseverante, e devoto in dedizione al sororale incesto, più lei lo soccorre e lo legittima eroe, amorevolmente. Non altrimenti legittimò "poeta" il Juan, l'insaziabile sua dea. Il cui nome era Forma. La Forma dell'arte. Renato Calligaro, Buja dicembre 2004 |