Anfiteatro

di Giovanni Ragagnin

 

La mia città è posta fra le montagne, per trovarne un'altra bisogna fare quaranta chilometri verso sud e si è già sul mare.

In mezzo c'è la piana dalla terra ghiaiosa, dal verde incolore per la polvere continua che si solleva dalle strade bianche e si posa sui gelsi e sulle siepi, ci sono anche le rane che, appena buio incominciano a gracidare e tutta la pianura, nella notte, porta il loro segno.

Verso nord, a dieci chilometri cominciano le prime salite e l'erba è più verde, in mezzo ci sono molte acacie, qualche pino e qualche castagno. All'improvviso c'è una rampa che sale in una muraglia di bosco ceduo, per più di un chilometro, prima ancora di giungervi si ha l'impressione di varcare un confine, si respira aria diversa. Appena lassù, si prova un senso di smarrimento: aperta, di fronte, c'è la bocca di un cratere, immenso: un anfiteatro morenico.

Dentro è tutto pieno di macchie nere, sono i boschi di pini, di coni azzurri, sono le colline, di drappi rossi e gialli, sono i campi coltivati, di nastri chiari, sono le strade e i fiumi, di grovigli di tetti.

Ma quando è sera non si vede più niente, perché dalle paludi cresce la bruma che copre ogni cosa al pari di una lastra di ghiaccio.. Il gracidare che viene da sud continua, mentre qualche lume, a tratti, si vede sul lago ghiacciato e invita a pensare. Le montagne che si levano sul lato nord del cratere, sono pure esse dei coni, forse perché un tempo vulcani e, spoglie come sono, luccicano anche di giorno. Nei gioghi, fra gli opposti versanti, le nubi costantemente si stirano in disegni, creando figure che gli abitanti della conca  interpretano per prevedere il tempo: nubi gonfie annunciano tempesta e allora scampanottano tutto il giorno, perché il suono delle campane rompe i nembi fino a svuotarli.

Se, invece, è una coltre grigia, non c'è nulla da fare: potrà venire pioggia, tempesta, neve e nebbia, in qualsiasi giorno d'inverno, d'autunno o perfino di primavera.

Poi torna il sole e le nubi, non si sa proprio dove siano finite, perché il cielo è di un blu cupo ovunque, tanto che pare circoscrivere anche il sole, come dietro ad una lastra affumicata.

Sono i giorni questi in cui gli abitanti scendono dalle colline, escono dalle case per osservare i campi, per lo più sono donne, uomini vecchi e giovanissimi perché gli altri sono tutti per il mondo e non tornano che di rado o non tornano più. Dal campo guardano sull'alto orizzonte o dietro fra le montagne. Quando rincasano, le donne scrivono: tu vedessi il campo, le glicini sul muro........

I lontani rispondono che sanno com'è. Spesso le madri, le spose ritornano nel campo con la lettera e, specie se d'estate come ora, si stendono sotto i filari delle viti e se la rileggono, poi pensano contro il sole che batte sulle foglie……