Inverno 2005/2006 |
Giuan di Elio Bartolini |
La notte le sue profondità, le lusinghe dei suoi silenzi, le sue trasfigurazioni di luoghi e di volti. I'intelligenza nuova di cui li investe era dimensione alla quale Ragagnin scrittore friulano ma mai dialettale, tornava sempre più volentieri (e ci viveva anche volentieri) concludendo il suo impegno di scrittore con quest'ultima prova: "notturna ovviamente. Stavolta si tratta di una notte di neve, di solitudine, di silenzio (e non significa niente che sconfini oltre I'alba: sarà appena un inversione temporale) in cui si aggirano due figure, da definire funzioni più che personaggi: "il tipo” e un gattino che “il tipo” ricaccia costantemente sotto il maglione per non doverne ascoltare la voce antagonista. Per il resto: la scena fissa di un osteria, un ostessa materna e condiscendente che forse ama il "tipo" una villa a mezza collina alla quale il tipo deve arrivare per sottoporre al giudizio di un editore - ecco "quel misero senso” del suo vagabondaggio un manoscritto in cui ripone ogni ragione di vita. Perché scrivere è la punta di un urlo che coinvolge tutti dal momento che tutti si ostinano "a descrivere I'urlo che hanno dentro” ripromettendosene parole se non d'incoraggiamento almeno d'assoluzione. Ma I'editore, la volta che si decide ad apparire sulla porta di una villa ambigua anch'essa nella più generale ambiguità a cui la neve riduce la notte, il manoscritto, più che leggerlo, si limita, e con le più ostentate mostre d'irritazione, a leggerlo qua e la addirittura ne strappa pagine su pagine, le sparpaglia irridente sulla neve. E al "tipo" sempre con il suo gattino sotto il maglione, non resta che raccoglierle (perché nonostante tutto "le ama") e tornarsene giù al paese, all'osteria, al miserando aiuto di una grappa, a una parola che va ripetendo "... aggio, coraggio" nel giro sempre più avvilito delle sorsate: la sua reazione alla sconfitta e alla consapevolezza di una morte imminente. Ora, cominciando dallo sbilenco di una scrittura come incespicante nelle tante interruzioni e in tutte le contaminazioni dialettali del suo lessico, sarebbe vicenda che la letteratura ha praticato fino all'usura questa in cui "il tipo” si dibatte in esitazioni e angosce se Ragagnin non I'avesse posta, e redente, sotto il segno di una folgorante onnicomprensiva metafora. Perchè questo vagabondaggio notturno, con l'unica compagnia di un gattino-coscienza, che cos’è se non il supremo itinerario verso l'ammasso di stelle dietro il quale, in "distanza beffarda", si cela la Presenza che ben oltre I’aridità inconcludente della disputa teologica, potrebbe por fine ad un dialogare dove uno ''perpetuamente domanda” e l'altro, a sua volta, "ha più domande che risposte: incomunicabilità insuperabile nella sua angoscia e tuttavia d’irresistibile persistenza? E questo libro su cui "il tipo” aspetta sentenza con tanta perentorietà ("E se domani non ce la faccio, dice, mi sparo ) che cos'è se non il Liber della Messa dei defunti che - Liber scriptus proferetur in quo totum continetur - spalancato sotto gli occhi di un Giudice supremo rivelerà, in ogni sua piega, la vicenda umana di chi è andato scrivendolo nel corso di un intera esistenza? Respinto, quasi umiliato, dal Dio-Giudice-Editore al "tipo" e al suo gattino non resterà, e già sarà sentenza pietosa, che passeggiare per "un grande prato'', e "ci consoliamo l'un l'altro”. Così dopo tante incertezze e amarezze, è a un ritrovato messaggio di fede cristiana e ad una elisia quiete che Ragagnin s'affida, lasciando a noi la sua testimonianza più disarmata e insieme più provocatoria. |