La Città

di Giovanni Ragagnin

 

Non case, ma muri, terra su terra, con buchi di finestre aperti al cielo. E sarebbero calcare morto, se non le vedessimo nascere e muoversi e sorgere nuove in una metamorfosi continua, che è l’unico segno della loro vita: se si fermassero rimarrebbero cose spente, e ancora sarebbero mute nelle loro finestre, senza il linguaggio delle rovine. Perchè esse non contengono alcun segreto di vita, e il loro essere è soltanto nel loro movimento.

Ma allora non si può non pensarli immobili finalmente nel silenzio: cosa accadrebbe di questi muri, ci domandiamo, se giungesse il silenzio delle praterie? Sappiamo che non resterebbe nulla, come quando i funghi svaniscono nella terra per mancanza di pioggia.

Il silenzio distruggerebbe il rumore, che è l’unica parte viva della città, la forza che non è della terra e che fa nascere i muri, e che entra nelle porte su per le scale e si sparge sui pavimenti e si affaccia ai balconi.

Per questo la città ha paura del silenzio: “silenzio di facciate” sarebbe non esser più sulla terra.

Ma il rumore è ancora forte e cresce tuttora: denso e uniforme, senza grida o colori si diffonde eguale nelle strade senza cuore; ha soltanto vita per strisciare nelle aperture delle piazze, con l’onda dei rumori che l’uomo gli ha dato.

Cresce il rumore della vita dell’uomo, che ha voluto creare la sua casa.

Ma egli ha perduto nella lotta con la terra, perchè ha tolto dalla sua vita il rumore e l’ha donato come le nubi la pioggia, ma non ha donato il suo genio o un pezzo anche piccolo del suo cuore, intorno al quale la corrente dei suoni potesse riposare e vivere.

Per questo la terra lo ha vinto trasformando i suoi sogni in suoni diluiti di macchine e in echi vuoti di rintocchi di campane. E contro di esso le praterie hanno innalzato dai campi di calcio il “loro” monumento: un’arma terrosa.