Ballo nel “lager” di Giovanni Ragagnin |
Ci sedemmo accanto al filo che segnava l’estremo limite della nostra libertà; ancora un metro e una fucilata ci avrebbe colti; era affascinante essere lì a dieci palmi dalla morte. Tanto affascinante che William, il giorno prima, ne fu avvinto: guardata un istante la sentinella che vigilava col fucile spianato, sorrise e varcò la frontiera della nostra vita. Ma era il più debole di tutti. Pietro, che m’era accanto, si passò una mano sulla faccia pallida, quasi azzurra, ebbe un brivido poi esclamò: «Solum, Sidi Barrani, Africa! Oggi respiro deserto: è strano, ma anche in questo paese umido certe giornate sento l’Africa. Chi di voi è stato in Africa?». Ognuno stette zitto. Ebbe ancora un brivido e, puntellando le mani nel terriccio, s’accostò ancora di due palmi al filo. «L’Africa e’ strana - continuò- è come bere caffé amaro: all’inizio un pò è disgustoso e un pò piace. Poi comincia a piacere e allora….l’agonia dei cammelli, la sfera di cristallo della luna che diventa rossa, sì rossa come la lingua: tò così». Mostrò un attimo la lingua, ma noi non ci volgemmo ad osservarlo ed egli non sembrò irritarsi: « Eh, perchè voi non siete mai stati in Africa; voi non avete mai vista la luna rossa quando tira il Ghibli. Nel deserto s’accendono i lumi, è notte come a Calcutta». Quel nome di città lo ripeteva spesso, gli piaceva. «Calcutta è in India» commentò un altro. «Bene - disse Pietro - e io sono stato anche a Calcutta; io so l’indiano» - riflettè un momento, poi, con tono dimesso, continuò- « no ora l’ho dimenticato, ma lo sapevo. A Calcutta le donne vanno in giro scalze sul cammello, a Calcutta…..» Ma s’interruppe e, con le lacrime agli occhi, confessò che a Calcutta non era mai stato. «Ma in Africa sì». Mi tirò per una manica. Mi voltai e scorsi i suoi occhi che imploravano un cenno accondiscendente. Annuii col capo. «Solum, Sidi Barrani: al tramonto il muezzin gridava come a notte gli sciacalli; era bello però. Il cielo era viola e sull’orizzonte rosso; i negri fiutavano l’aria e dicevano: «Domani forse pioverà!.» E la pioggia, invece, non veniva mai». S’era rasserenato e forse sorrideva. Io non mi volgevo a guardarlo perchè mi faceva troppa pena. I suoi nervi già da tempo non reggevano l’opprimente vita del “lager” e i ricordi del passato, in cui in un primo tempo aveva pensato di abbandonarsi per poter evadere dalla vita che qui era condannato a menare, ora erano divenuti la sua ossessione: non riusciva a far altro da mattina a sera che ricordare e rivivere la quiete del suo paese o (e questo ancor più sovente) il periodo che aveva trascorso in Africa: il deserto, le gazzelle, Niuba la ballerina. Noi sapevamo tutto, ogni piccolo particolare chè tutti i giorni ce li ripeteva sempre più nevrastenico ed assente. Quel mattino che, ansimante alle mie spalle, aveva ricominciate le sue narrazioni, capii che ormai era giunto all’estremo: dei brividi lo percorrevano e gli occhi gli brillavano quasi fosse ubriaco. Mi volsi: « Sta attento Pietro: sei troppo vicino al filo. Vieni qui e parlami di Niuba». I suoi occhi ebbero un lampo e si dilatarono. Mi sedette accanto e mise una mano sulle mie spalle. «Niuba: io ne sono innamorato. Quando mi ricordo di lei vorrei lanciare sassi: è che nello stomaco mi fa male, sento solletico dentro. Niuba era come una serpe: si stirava che sembrava spezzarsi, poi con un guizzo si sedeva ai miei piedi con i seni scoperti. Mi offriva un fiore e ricominciava a danzare». Tacque un istante poi con uno scatto si rialzò e levatasi la camicia disse: «Così ballava». Si mise una mano fra i denti e si scosse con impeto, come un cane appena uscito dall’acqua. Tolse la mano dalla bocca e la sua voce intonò una nenia esotica. Alzò le braccia al cielo e, saltellando sulle gambe divaricate, si avvicinò a noi. Gli altri due compagni risero. « Pietro ferma!». Ma il suo parossismo l’aveva già travolto in un susseguirsi di piroette. Lanciava delle grida e girava in un vortice obliquo dando l’impressione che stesse per abbattersi da un momento all’altro, come una trottola quando ha perso velocità. Ma sempre un filo invisibile lo sosteneva. Le risa dei compagni crebbero e richiamarono l’attenzione di tanti altri che circondarono il,ballerino. Quella danza era la trasfigurazione plastica della pazzia: morbido ed elastico come un gatto egli s’agitava dolorosamente. Sulle labbra gli tremava un sorriso stanco da viandante e gli occhi rivolti al cielo imploravano. «Fermati Pietro!» gridai cercando di afferrarlo per un braccio, ma non mi riusci’; solo un istante il suo sguardo vuoto incontrò il mio e poi ritornò al cielo. Continuò con l’incoscienza di un automa, quasi ormai fosse condannato a rigirarsi in quella spira. «Was gescheht? Sapperlot!» ( Cosa accade? Perbacco!). Fu un urlo che ci colpì improvviso. Ognuno si sparpagliò lasciando allo scoperto Pietro che continuava a muoversi nella sua demenza lanciando, di quando in quando, delle grida acute come fischi: il Capitano addetto alla perlustrazione del nostro «lager» veniva verso di noi a passo di marcia. Una sentinella con la baionetta innestata lo precedeva correndo ed era già giunta vicino a Pietro quando il Capitano, che aveva scorto quello strano dimenarsi, gridò: «Lass es bleiben. Ick komme!» (Lascia stare. Vengo io!). Con le mani piantate ai fianchi s’accosto’ al ballerino : «Warum?» chiese a tutti senza voltarsi verso alcuno. Il silenzio divenne ancora più pesante: ormai tutti avevano capito. Pietro continuava instancabile. Sembrava non riuscisse più a fermarsi e, quasi avesse ignota l’immobilità, seguiva il suo incubo. La militare espressione del Capitano mutò e la piega scettica divenne un sorriso quasi divertito. Ma d’un tratto il ballerino s’arresto’ ed impassibile cadde a terra come un sasso: finalmente l’immobilità s’era impadronita dell’esasperazione. « Komm mit mir!« gli ordinò il Capitano , dal volto ritornato scettico. |