Maschere di Giovanni Ragagnin |
Come sono stanche le labbra delle nostre maschere allorché si schiudono nel chieder l’obolo. In questi giorni sovente le incontriamo per le umide strade dei nostri paesi: sono bimbi di povera gente che s’agitano suonando o ridendo, (piange qualcuno tra i più piccoli). La fuliggine o il nero grasso dei carri copre loro la vergogna del volto, ma non muta la piega della preoccupazione di raccattare più possibile per facilitare la merenda a sera. Tristezza e gioia brilla allo stesso istante nel fondo delle loro pupille; la sorda tristezza, senza più scampo, del mendicante e la gioia di sentirsi “maschere”, di vivere quella anormalità che nel più profondo del cuore dovrebbe pur essere anche leggiadra. È da quando son nati, infatti, che quei poveri bimbi hanno accompagnato alla parola “carnevale” un sentimento d’allegria. Ma ora e’ il chiudersi di una grande illusione nel constatare insincera quella gioia; chiuso nel loro cuore e’ un gioco che piange. Così le piccole maschere vanno per i paesi del nostro Friuli con un tormento che le tiene per mano. I loro costumi son fatti di stracci: è la giacca militare del fratello grande o del babbo che copre fino alle ginocchia e strisce sbiadite di carte colorate, che s’agitano sul cappello o sulle spalle, danno una tristezza ancora più acuta. Si affacciano sugli usci (dopo aver rotto la timidezza, anonime, nella via con frastuoni di spensieratezza fittizia), tacite nella umile implorazione di non chiedere chi siano, di non farle più ridere. E il nero grasso dei carri, che seppellisce sogni e speranze, e’ vinto dal rossore del volto, allora rapide fuggono a cercare nuovo cibo, come i passeri in perpetuo volo dei quali non si sa dove abbiano il nido. |