dicembre 2004

La mia chiesa

di Giovanni Ragagnin

 

La mente mia è una chiesa che ha per volta cielo vero ove stelle si rincorrono instancabili dopo essersi staccate da quel filo che solo da bambino riuscii a vedere.

Quivi nulla va distrutto: c'è Iddio solenne sull'altare che attento vigila. Tutto è come allora: c'è Iddio che m'illumina il ricordo; anche il più piccolo purché sia triste e bello: lacrime azzurre cadute su colline.

Scappai   allora   dalle braccia materne e corsi e caddi. ma non erano lacrime: erano fiori. Ne colsi uno e lo portai alla madre. E quello ancora è vivo nella mia chiesa assieme a due occhi tristi che perdettero le lacrime nel  mare: la incontrai una sera su una strada sabbiosa.

Avevo un morto in petto e guardando basso sulla strada di mare vidi delle orme nella  sabbia. Subito riconobbi lei in quei passi  e corsi.

Le rane gracidavano e al mio passare le canne si ergevano sdegnose. Ma appena la raggiunsi tutto s'acchetò dattorno e dentro: non sentii più peso nel mio petto.

La guardai soave e lei sorrise.

Le parlai di me di lei, allora  mi  credette. Volle  sostare ma il  mare la chiedeva e continuò implacabile il cam­mino. La strinsi a me più forte, ma non per questo si arrestava.

Cercai di abbandonarla per non soffrire nell'ultimo distacco. Ma non riuscii. L'accompagnai finché non s'immerse, con un lungo bacio sulla guancia. Poi mi volsi senza dirle addio, senza guardare le lacrime che cadevano nelle onde.

Ritornai là dove i suoi passi ancora mi apparivano. Li raccolsi e tutti li posai sull'altare della mia mente. Riudii l'inter­rotto  gracidare  di  rane  e lo sdegno delle  canne.

Tutto raccolsi e portai a Iddio nella mia chiesa perchè illuminasse anche quel ricordo

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Tutti i miei ricordi qui palpitano vivi, qui sempre mi richiamano. Io sommesso e tepido spesso ritorno a loro come l'avaro ai suoi gioielli: ad uno ad uno li ammiro e li accarezzo. Poi prima di lasciarli li bacio e prego Iddio perchè mantenga viva la loro luce.