Udine dalla montagna di Giovanni Ragagnin |
Spesso siamo andati su quella rupe per ammirarti. Ci sedevamo su quei sassi, che offerti al sole della riviera, ardevano. Ma non ci interessava ciò: dinanzi a noi c'eri tu, vecchia città, col tuo Castello. Venezia ha un mare ed una gondola, tu la torre dell'angelo. Ma a noi che conoscevamo il tuo palpito non importava del mare che brillava sull'infinito. Dinanzi a noi c'eri solo tu che, seduta in mezzo alla pianura, attendevi. E ricordavamo. Meriggi di sole passati sulle panchine del tuo Castello ad aspettare che passasse l'ora di scuola. Spesso guardavamo l'orologio e l'angelo, dal braccio teso che ammoniva. C'infastidiva il tuo angelo, ma da quella rupe lo sentivamo fraterno. Come buoni fanciulli ascoltavamo assorti la sua parola che ricordava. La distanza spariva e senza accorgerci respiravamo l'atmosfera del giorno bello passato fra quelle lontane case. Tutti l'avevamo: " Vedi laggiù, sotto il Castello....." e tu, vecchia città avevi tanti punti dove un cuore aveva palpitato e pianto. Tutto, alla tua presenza, sgorgava dai nostri anni, affratellati da quel senso di solidarietà che solo il pericolo sa dare. Qualche volta eri come un bene perduto che ci raccontavi di serenità scomparse. Di quando spensierata sorridevi e cantavi con noi. E la tua parola era stanca. L'impulso di poter arrivare un solo momento fino a te ci dominava, di poter rientrare nell'intimità delle tue vie strette, dai lastricati mal connessi. Troppo presto la bruma serale ci avvolgeva, chè i nostri occhi arrossati volevano sognare ancora. Ma tu scomparivi e noi rimanevamo ad assaporare l'ultima sensazione: forse l'indomani non avremmo potuto goderti. Le montagne che fino allora erano rimaste taciturne, ritornavano. Era dura la realtà per i nostri animi lasciati alla nostalgia. Ma quelle vette ci capivano e pacate nella loro austerità sapevano ridarci serenità. Ora erano loro la nostra casa, il nostro esilio: l'esilio per riscattare te, bella città, che laggiù nella notte immensa piangevi.... |