La contestazione globale

di Mario Ragagnin

 

Dalla conferenza tenuta dal prof. Mario Ragagnin al Circolo Culturale di Tomba di Buia stralciamo la parte che presenta la contestazione dal punto di vista dei contestatori.

La conferenza si apriva definendo l'opposizione fra generazioni regola della vita e vedendo nella protesta per qualcosa di determinato il tentativo di razionalizzare l'insofferenza individuale sotto una formula comune capace di collettivizzarla.

Proseguiva con un excursus storico ed un panorama della situazione attuale del mondo, rilevando la funzione liberatrice avuta (nonostante tutto) dalle manifestazioni giovanili nel campo delle idee e delle istituzioni, e le inadeguate risposte offerte dal « sistema ».

Veniva poi la parte che sotto riportiamo, consistente nell'esposizione sistematica delle idee e delle convinzioni dei contestatori globali.

Seguiva l'esposizione imparziale delle tesi della controparte, l'evidenziamento delle ragioni e dei torti vicendevoli ed un'analisi dei motivi della reciproca incomprensione ed incomunicabilità.

Dopo una attenta considerazione sugli effetti di varia natura che già si riscontrano derivare da tale situazione, la conferenza concludeva senza offrire soluzioni definitive, ma delineando un nuovo modo di intendere il fenomeno e proponendo una più corretta impostazione da dare alle due opposte posizioni.

Proviamo a metterci dalla parte degli studenti. Anzitutto va rilevato e condannato il boicottaggio che la stampa ufficiale fa alla divulgazione delle loro idee. Infatti, per scoprirle, bisogna andarle a cercare nella loro stampa specializzata. Raramente e poco i giornali correnti espongono di esse, e questo è già un indizio di partito preso. Ciò dimostra che non hanno tutti i torti gli studenti accusando in blocco il « sistema », che se ingenuamente qualche volta è quasi considerato una divinità astratta o un Moloch nascosto, spesso e in molte forme rivela la sua esistenza e il suo carattere repressivo.

Ora cerchiamo di vedere le cose ed il mondo con gli occhi di chi vi è appena arrivato e lo giudica per quello che è, paragonandolo ad un suo ideale, per rigettarlo poi in blocco, dando la colpa di averlo fatto così a chi è arrivato prima di lui. A lui sfugge, o non importa, che il suo predecessore lo abbia trovato ancora peggio: non avrebbe dovuto accettarlo. Naturalmente questo mondo è visto dietro la lente d'ingrandimento rappresentata dalla scuola, e la scuola è la prima istituzione a essere giudicata e contestata, e dalle deficienze di questa si passa a dedurre tutte le altre.

Ma se la contestazione rimane chiusa nelle Università, resta sempre un fatto « intellettuale ». Per superare questa situazione gli studenti pensano di dover uscire dalla scuola e organizzare praticamente la protesta insieme con le altre forze sociali. Si propongono così obiettivi di lotta legati alla scuola ma nello stesso tempo inseriti in un discorso più vasto, che indichi quale è la soluzione globale dei loro problemi in correlazione agli altri problemi sociali come unica possibilità di loro sbocco e soluzione.

Anzitutto la proposta del salario generalizzato agli universitari collega la lotta studentesca, attraverso la categoria degli studenti operai, alla lotta degli operai tutti, e in seguito cointeressa gli studenti delle Medie. La scuola poi, come è oggi, è ritenuta classista, sia perchè impone la discriminazione e l'esclusione attraverso la provenienza sociale dello studente e le sue condizioni economiche, sia perchè essa impartisce la cultura della classe dominante. Perciò bisogna ribellarsi, essi dicono, alle cose che vengono insegnate, ai metodi con cui si insegnano ed ai « funzionari » di questa operazione repressiva, cioè ai professori. Quella che viene chiamata comunemente « formazione umanistica » sarebbe l'addestramento imposto allo sudente a pensare ed a vedere le cose nel modo che si vuole da lui, e cioè di consenso alla ideologia borghese, che impedisce ogni capacità di critica alla maggioranza, e permette un relativo margine di libertà di pensiero solo a quelli selezionati per la carriera accademica, i quali poi vengono neutralizzati con l'essere assorbiti nella struttura di potere.

Attraverso la quantità di dati nozionistici che lo studente è costretto a ingurgitare, e attraverso la prassi dei rapporti di potere fra lui e il professore, egli assorbirebbe passivamente, senza riuscire a giudicarli criticamente, tutti i concetti e i valori storici e politici che rientrano nel sistema (individualismo, autoritarismo, razzismo ecc.), che maschera la sua natura classista sotto i miti della oggettività e scientificità.

Gli studenti devono anzitutto chiarirsi, attraverso la battaglia condotta all'inizio dalla loro avanguardia, quali siano la natura e la funzione della cultura e della scuola, e i loro rapporti con la realtà circostante; devono cioè acquistare consapevolezza del sopruso subito e dei legami di questo con le altre forme di violenza della società. Devono poi organizzare autonomamente le attività culturali, scegliere e studiare argomenti che li mettano di fronte a realtà da cui finora sono stati tenuti separati, a punti di vista diversi da quelli finora imposti, e non ritenere la cultura come staccata dalla vita e dai problemi di questa.

In tale senso i « controcorsi » sulla scuola e sulla fabbrica (sotto forma di scelta e di ricerca collettiva, al posto delle lezioni cattedratiche su argomenti imposti) devono analizzare le situazioni economiche e sociali, e insieme (superando cioè l'attuale distacco tra lo studio e la realtà) collegarsi per una lotta comune con le forze sociali, affinchè queste non rimangano sottoposte alla oppressione morale ed  allo  sfruttamento  materiale.

Per quel che riguarda in particolare il ramo tecnico-scientifico, dalle Medie all'Università, c'è tutto un discorso a parte. I diplomati degli istituti tecnici, che solo di recente sono stati ammessi a certe facoltà, si trovano svantaggiati nei primi anni dell'Università, data l'impostazione astratta e teorica delle materie di studio, staccate da ogni esperienza pratica. Questo fa sì che il tecnico spesso tronchi gli studi e si convinca che, se nella vita e nel lavoro resterà sempre un sottoposto, non è perchè la società glielo imponga ma perchè lui non ce l'ha fatta e non è all'altezza. Così lui si rassegnerà e, accettando per valido il principio della selezione del più idoneo e per oggettivi e insiti nelle cose (e perciò giusti) i criteri di discriminazione usati nei suoi confronti, adotterà lo stesso atteggiamento nei riguardi dei suoi sottoposti. Così il capitalismo ottiene un buono e convinto servo intermedio.

Quelli che invece riescono a superare le preliminari difficoltà (e sono coloro che provengono dai licei) sono orgogliosi della vittoria e tanto più convinti poi nella esecuzione dei propri compiti. Quelli che si dedicano alla ricerca, pura o applicata (in realtà sempre al servizio delle industrie, che in carenza dello Stato pagano i costosi strumenti di laboratorio, e pretendono di conseguenza risultati concreti, imponendo metodi, tempi e programmi), hanno la funzione di convincere gli altri che la ricerca è di per sè progressiva e che è la suprema attività dell'uomo, al di sopra delle ideologie di parte. Così si maschererebbe la strumentalizzazione e l'uso che, della ricerca, vengono fatti dalla classe dominante per fini ed interessi di arricchimento e di potere.

Il futuro ingegnere poi è già predisposto ad essere un convinto funzionario del sistema: organizzerà meglio lo sfruttamento dei sottoposti e dirà a questi che ciò viene fatto per il progresso dell'uomo.

I contestatori accusano infine i professori cattedratici di continuare, in nome della ricerca, ad accaparrarsi il maggior numero di incarichi attraverso giochi di pressioni; li accusano di pensare soltanto ai loro affari privati e di farsi vedere raramente nella loro facoltà, lasciata in mano ad incaricati ed assistenti, che verrebbero sfruttati in ogni modo (anche per quel che riguarda le pubblicazioni) e tenuti sulla corda dell'incertezza del posto e dei miseri stipendi, sì che debbano dipendere sempre dai « baroni » e considerino questi dei benefattori se non li licenziano e continuano a sfruttarli. E ciò mentre il numero degli studenti cresce, le Università straripano, le esigenze e le discussioni aumentano ed il caos sta raggiungendo dimensioni vertiginose.

In molte Università, anche italiane, gli studenti, dopo avere occupate le aule ed essersi riuniti in assemblea, hanno cercato in diverse riprese di applicare i loro principi, attuando praticamente metodi didattici completamente nuovi. Le assemblee di facoltà (soprattutto umanistiche, che meglio si prestano a tali esperimenti) si sono divise in commissioni (Lettere, Filosofia, Analisi Sociale, Pedagogia); ciascuna di esse si è suddivisa in sottogruppi: ognuno di questi si è scelto un argomento, intorno al quale convergessero gli interessi della maggioranza. Con l'aiuto degli assistenti che avevano  aderito  all'occupazione  e  degli   studenti  degli ultimi anni, si è impostata una discussione sulla metodologia didattica di ciascun gruppo di ricerca (il che, tra l'altro, rappresentava un primo tentativo di unire ricerca e didattica, che finora sono rimaste sempre separate). E' stata quindi raccolta una bibliografia necessaria ai lavori, sono state progettate ricerche sui rapporti fra scuola e società, e ci si è messi al lavoro con letture comuni e con spiegazioni fatte dagli assistenti; infine si sono ciclostilate e distribuite le relazioni di studio.

I partecipanti discutevano, le cose difficili venivano spiegate; ognuno si abituava al lavoro di gruppo, entro il quale ogni componente era trattato alla pari. A far parte dei vari gruppi erano stati invitati anche i professori cattedratici, purché accettassero la regola di considerarsi alla pari, non più da padroni e rappresentanti dell'autoritarismo, ma per mettere la loro competenza al servizio degli altri. Non si ha notizia che qualcuno abbia accettato... Alcuni risposero con l'offerta di istituire speciali corsi di studio, ma mai abdicando alla propria supremazia.

Questi sono stati i tentativi di spezzare l'isolamento dell'Università dai problemi del resto del mondo, e di procedere senza essere al rimorchio di centri di potere, nè interni ( le gerarchie universitare) nè esterni (le richieste dell'industria, che oggi condiziona la preparazione professionale e scientifica, incurante delle esigenze e della dignità della persona umana, che viene alienata e strumentalizzata).

Ma questi metodi, siccome minacciavano la struttura stessa dell'Università attuale mettendo in discussione il potere e l'autorità dei docenti, vennero boicottati in tutti i modi. Le autorità accademiche decisero spesso di tenere le lezioni in altri locali, cercando di dividere gli studenti. Alcuni professori si valsero del loro prestigio, altri sollevarono la minaccia degli esami; così un po' alla volta i controcorsi cessarono, e con essi le assemblee studentesche permanenti, che dovevano rappresentare il fulcro dell'attività didattica e soprattutto il nuovo centro di potere universitario. Anche la richiesta che i bilanci dell'Università e degli Istituti venissero resi pubblici, venne elusa e cadde nel vuoto.

Così si tende ora a ritornare alla vecchia struttura baronale, in cui ciascun docente è signore e padrone del proprio corso, dell'Istituto in cui esso si svolge e degli allievi che lo frequentano.

Ma come ogni restaurazione, priva di prestigio e di credibilità, anche questa è ormai pericolante, perchè la contestazione ha definitivamente liberato menti ed istituzioni da parecchi pregiudizi e cristallizzazioni. Infine si raggiungerà, con travagli e riforme di struttura, un nuovo riassestamento, che permetterà all'umanità un progresso morale e civile, dopo il tecnologico attuale.