LE ASSOCIAZIONI CREANO AL LORO
INTERNO L’ARMONIA CHE È PROPRIA NELL’UMANITÀ UNIFICATA
Le iniziative locali degli animatori di associazioni normalmente hanno per scopo i residenti stessi, i borghigiani; mentre sarebbero logicamente destinate a rivolgersi al mondo, all’intera umanità; perché quel senso di appartenenza e di essere compresi, che gratifica sia i promotori che i consoci, è proprio di ciò che avviene a chi rientra nell’armonia dell’umanità.
Le associazioni locali stanno al posto dell’intera umanità, a causa degli odierni limiti e delle insufficienze di ogni genere: per illudersi di essere autosufficienti ci si limita e ci si chiude nel recinto (“è la festa di noi altri…”).
Tra l’altro questo significa che i promotori involontariamente e inconsciamente trattano i consoci da popolazione del terzo mondo, a cui dare voce, immagine e “identità”.
La soddisfazione che i promotori provano è quella di capi potenziali, di leaders nella prima fase del procedimento, quella positiva, di guide alla liberazione.
Solo che, rivolgendosi ai popoli terzi, questo modo di considerarli è il constatare oggettivamente come stanno le cose, ma per superarle e fare sì che non continuino più così. Difatti i volontari eleveranno i popoli terzi al livello dei primi proprio col renderli a loro volta promotori, soggetti e animatori di ulteriori terzi. E cioè col far sì che acquistino voce propria, e che non abbiano più bisogno di altri che gliela diano (e che diventino così i mediatori indispensabili, i capi inamovibili); e questo può avvenire solo se si attivano a favore di altri, ulteriori emarginati.
Perciò, anche localmente, deve avvenire la stessa cosa: il promotore deve elevare al proprio livello, di soggetto e capo, tutti i borghigiani.
E questo lo può fare solo attivandoli a essere promotori e animatori a loro volta.
Non deve approfittare del fatto che la maggioranza è passiva e attende di essere fatta esistere, di essere compresa e valorizzata da altri, i soliti “salvatori”.
Questo significa fermare il procedimento al punto di partenza, che diventa anche punto di arrivo, in un corto circuito.
Inconsciamente l’animatore diventa l’indispensabile intermediario col mondo, fisico e metafisico (ci penseranno gli oratori da lui convocati a dare la sensazione di rapporto col Tutto, coi discorsi di circostanza, che si fermano sempre alle attese degli ascoltatori chiusi nel recinto), al posto di collegare direttamente col mondo coloro che lo seguono, e che hanno una totale ed esistenziale fiducia in lui (il “carisma”), per tutto, e non solo per ciò che riguarda le particolari iniziative locali; che dunque si rivelano il “pretesto” di ciò che dovrebbe avvenire.
Questa, tra l’altro, è la spiegazione della soddisfazione che l’animatore prova, e che lo spinge a lavorare gratuitamente per gli altri.
OGNUNO, RESPONSABILIZZANDOSI, DIVERRÀ UN CAPO AD ACTA, GUIDA DI GRUPPI E DI COLLETTIVITÀ
La situazione attuale comporta che i capi istituzionali, col solo loro esistere, costringano in posizione mentalmente bloccata gli altri, inclusi i promotori stessi delle iniziative dal basso, e non solo locali, che non vedono al di là della situazione esistente il fine logico e il destino della loro azione creativa.
La soddisfazione di stare insieme (e di compiacersi e congratularsi l’un l’altro) è l’attuale vero scopo inconfessato di ogni iniziativa dei volontari anche ad alto livello; ma è il surrogato sostitutivo di ciò che “dovrebbe essere”: la sensazione di armonia con l’intera umanità e così anche all’interno di sé stessi, socialmente nelle associazioni e individualmente nel proprio fisico.
Per fare diventare soggetti responsabili e creativi tutti, sin dal momento di partenza, si partirà dal basso. Si coinvolgeranno i “prossimi” ad operare attivamente e a diventare a loro volta concreatori attivi. Ci si rivolgerà anzitutto agli immigrati circostanti, e si contatteranno in seguito attraverso loro i popoli dai quali essi provengono.
Gli immigrati oggi sono visti come un problema: suscitano sospetto e timore, e non solo per ragioni economiche, ma per la sfida intellettiva che rappresentano alla nostra capacità razionale, assopita e atrofizzata dal mancato uso. Finché li si vedeva lontani, si suppliva al mancato confronto razionale fra le diverse ideologie col considerare gli altri “inferiori”; e ciò bastava a garantire le nostre sicurezze ideologiche.
Oggi siamo stati risvegliati dalla forza e dalla violenza. Questo è un avvertimento del come dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento una volta per tutte: da passivo in attivo, che preveda e prevenga, ma soprattutto che progetti tutto ciò che la nostra realtà e possibilità (in questo caso l’Occidente) è chiamata a svolgere nel mondo, dato che ogni potere (politico, economico, religioso, culturale e fisico, a cominciare dalla nostra stessa vita) comporta un dovere.
Si continua a parlare di integrazione e di interculturalità, sempre in una visuale di tolleranza, di filantropia e di “sperare bene”…, ossia sempre sotto mano alla situazione esterna naturale, imprevedibile e incontrollabile in quanto non progettata attivamente e sistematicamente dalla razionalità umana.
Le attuali iniziative benefiche a favore degli altri, anche sostenute dalle varie manifestazioni artistiche in comune esplicitamente finalizzate all’accoglienza e all’integrazione, rimangono nell’ottica della solita filantropia, che gratifica chi la applica perché lo fa sentire superiore al beneficato.
Occorre invece coinvolgere i “diversi” come soggetti attivi, di una patria ideale da formare, e perciò responsabili di sé e degli altri; che fin dal primo momento consideriamo al nostro livello. E, constatando che da tali non risultano ancora essere trattati dalle istituzioni, dobbiamo affrettarci a cambiare queste. Finora solo gli ideologizzati, religiosi e politici, sentono come propria patria gli Stati in cui è al potere la loro ideologia. D’ora in poi sarà la patria da costruire insieme, l’intera umanità, a sostituire nelle nostre priorità la patria naturale empirica di provenienza. La quale però potrà essere veramente apprezzata e valorizzata solo così, solo rendendola un’organizzazione dinamica orientata al fine dell’unificazione umana. Difatti già oggi i politici, per giustificare eticamente la sussistenza del proprio Stato, cercano di presentarlo come necessario ai rapporti con gli altri, intermediario ai fini della stabilità e sicurezza di tutti.
CHE COS’È LA FAMOSA “IDENTITÀ”
Se l’oratore di turno loda gli ascoltatori e li chiama “protagonisti”, è naturale che essi non si muovono; credono di essere già arrivati e non prendono coscienza di sé e di ciò che dovrebbero fare. Queste sono faccende che non li riguardano. Ci sono gli addetti ai lavori, molto più esperti. Possibile che tutti si sbaglino?
Tale possibilità dovrebbe essere evidente dal fatto che i manovratori vogliono andare in direzioni opposte. “Ma è ovviamente il nostro manovratore che ha ragione!”
Soprattutto le adulazioni che vengono da un oratore esterno sono gli inganni e i trucchi più evidenti. Quando per esempio l’autore di un libro sulla località, per fare pubblicità a sé e al libro, chiama i residenti unici, eccezionali, dotati di una peculiare misteriosa identità, è più chiara l’intenzione dei secondi fini. Eppure è questo che gli ascoltatori si attendono e desiderano. Perché “dovrebbe essere” così. E se l’oratore non parla così, vuol dire “che non sa parlare”.
Ora sappiamo che ciò che “dovrebbe essere” non c’è, e dobbiamo farlo essere noi, rompendoci le scatole, e non rimanendo comodamente seduti ad aspettare che qualcuno ci racconti le favole che ci piacerebbe tanto fossero realtà.
Quando si timbrano le greggi con una ideologia e con la famosa “identità”, tutta trovata nel passato, gli ascoltatori sono convinti di non aver più nulla da fare e da raggiungere. Si sentono già arrivati al punto finale, allo scopo di tutto.
I politici con la scusa dell’identità vogliono sempre avvalorare una loro finalità particolare.
Per esempio il Fascismo ci faceva credere di essere tutti Romani. Così non solo unificava l’Italia, ma dava ad ognuno la sensazione di partecipare da protagonista alle conquiste imperiali. E perciò la maggioranza, accontentata, credeva e obbediva.
Le Leghe, che si definiscono tali ma vogliono l’inverso, ossia la scissione del Nord, affibbiano a queste popolazioni l’identità di Celti, Galli, ossia i nemici dei Romani.
Coloro che cercavano di guadagnare posti eminenti nell’Italia del Nord-Est, facevano sentire identificati gli abitanti con i Tedeschi, sia tramite i Patriarchi e sia tramite i Longobardi (l’”Italia Longobarda” è andata di moda negli anni Sessanta).
Coloro che attribuiscono una identità agli ascoltatori fanno leva sull’esigenza che gli uomini hanno di sentirsi immortali, di provenire da radici antiche e di essere perciò destinati a un indefinito futuro. L’aspirazione è giusta, ma il modo in cui viene soddisfatta è illusorio e strumentalizzante. Serve all’esatto opposto di quello che sembra e la maggioranza crede: di essere in tal modo fatta esistere pienamente, libera e felice per un attimo che dà il senso dell’eternità, in una realtà assoluta e in sé compiuta definitivamente.
Su questa esigenza di fondo, non conosciuta finora esplicitamente, fanno leva i candidati alle posizioni dominanti, ingannando chi ha bisogno di risolvere le eterne e reali esigenze e domande, fisiche e metafisiche.
In realtà la nostra identità è infinita: proviene dall’origine dell’Essere e guarda all’Assoluto finale, all’unità universale, umana e naturale. E la andremo riscoprendo, gradualmente e a strati, nei popoli che libereremo e con cui ci identificheremo e ci uniremo.
OGGI L’UMANITÀ SI PRIVA DEGLI APPORTI INDISPENSABILI ALLA SUA SOPRAVVIVENZA
Si avvertono i promotori delle feste di borgata che stanno chiudendo anzitutto sé stessi nel recinto, impedendo anche a sé di esprimersi.
C’era un laureato (maxima cum laude) da cui tutti si aspettavano il Verbo risolutore, la rivelazione della Verità. Ebbene, l’unico suo prodotto fu una storia, monumentale, del suo paese, con migliaia di citazioni.
Anche essi vivono alla giornata, consolandosi a vicenda con gratificazioni che valgono solo in quanto si chiudono nella ristretta cerchia, ignorando il resto del mondo, oppure sforzandosi di ridere rumorosamente… alle sue spalle, cercando di convincersi a vicenda che nessuno capisce niente. E questo basta a illuderli di avere capito qualcosa.
Il bisogno che i borghigiani poi dimostrano di essere compresi, valorizzati e presi in considerazione, per esempio con le foto in una mostra della borgata, rivela la condizione inutile e bloccata della vita comune attuale, che annulla le persone col tenerle sottoposte, e impedisce l’espressione della loro creatività.
Il mondo si priva degli apporti, talora indispensabili, dei cittadini, non considerandoli rilevanti. Difatti oggi non lo sono, ma solo perché i poteri non li ritengono tali; e anzi li ritengono pericolosi per sé stessi.
Questo è avvenuto finora perché ogni nuova idea ha dovuto farsi strada nonostante e contro i poteri. Ma questo è avvenuto per colpa dei poteri, che non si predisponevano a favore dei cittadini, a permetterne l’estrinsecazione.
D’ora in poi resteranno sicuramente in carica solo le persone che serviranno a smantellare, a rendere inutili le loro cariche. Perché le opinioni pubbliche diverranno sempre più mature, informate e decisionali, grazie agli specialisti di base che passeranno dalla loro parte, mollando i poteri, e sveleranno i diritti di tutti e i doveri di chi emerge.
LA DEMOCRAZIA COMPIUTA
RICHIEDE STRUMENTI ISTITUZIONALI
DI PARTECIPAZIONE
Nei discorsi di circostanza spesso si citano proverbi consolatori, che confondono il “dover essere” delle cose con il loro essere, e così tranquillizzano e rassicurano gli ascoltatori.
In un incontro del genere avvenne un diverbio.
L’oratore ricordò il proverbio: “Dio, quando manda un bambino, manda anche il panino”.
Uno spettatore lo interruppe: “Soprattutto in Africa, dove metà bambini muoiono di fame”.
L’oratore disse che si riferiva alla propria Nazione.
Lo spettatore ribatté: “E gli altri si arrangino” (ossia “Noi siamo qua per godere la vita ai fini di noi stessi”).
L’oratore disse: “Ma non è questo il luogo né il momento”.
Lo spettatore chiese: “E quando e dove lo è?” (ossi segnalava la mancanza di luoghi e momenti previsti istituzionalmente per riflettere su noi e sulla nostra vita, senza strumentalizzazioni di parte ideologica).
L’oratore rispose: “Nella sede del tuo partito”.
Lo spettatore concluse: “Già, ognuno stia nel suo ghetto, e zitto”.
La situazione attuale è parcellizzata e tiene ognuno chiuso in un recinto, mentale e istituzionale, di collettività separate e di idee divise, in campi conoscitivi e in settori operativi che non si conoscono fra loro.
Ciò rende le persone convinte di essere incapaci di pensare e di decidere da sole. Mentre invece la loro potenzialità è all’altezza della situazione.
Occorrono le sintesi fra tutti i grandi campi (religione, politica, cultura, scienze e arte) anche per risolvere il più piccolo problema, quotidiano e locale, dei rapporti per esempio fra due persone.
Solo in vista di dovere fare insieme il giro del mondo, due persone si riconoscono utili fra loro e non si negheranno più a vicenda, come fanno adesso (perché non conoscono altro modo per autoaffermarsi ed esistere pienamente che quello di negare il “prossimo”, in quanto si comportano secondo la visuale locale).
Ciò può avvenire solo gradualmente, e quando ci si propone come obiettivo l’unità umana. E’ questo che ci permetterà di trasformare le insufficienze delle idee in indicazione operativa riorganizzativa, e viceversa, in reciprocità.
Oggi le persone sono paralizzate dall’enorme complicazione che gli intellettuali di professione hanno fatto delle idee e delle istituzioni incaricate di esse. E si ritengono impotenti e incapaci di pensare e di decidere. Sono come paralizzate.
Eppure ognuno ritiene di sapere tutta la verità in politica e in religione, e in ogni altro campo. Lo dimostrano i discorsi che si fanno per passare il tempo.
Questo dimostra ciò che “dovrebbe essere”; e che sarà, se orientiamo le nostre visuali alla metodologia portante a ciò, alla scoperta della verità sotto forma di validità delle idee come guide, nel senso di orientare all’azione di quella semplificazione ogni volta del mondo esterno che si rifletta poi in soluzione all’interno.
L’unica via per raggiungere la Verità è quella che fa il giro del mondo.
SI RISOLVONO I PROBLEMI LOCALI
INQUADRANDOLI NELL’OBIETTIVO
GENERALE
La parcellizzazione dei campi e delle competenze è dovuta alle specializzazioni risultanti dalle negazioni vicendevoli, dagli atomi agli uomini. Essa richiede che ogni campo (come ogni collettività) sia sostenuto da una base passiva, e impedita mentalmente, subordinata al capo. Ciò comporta la conflittualità fra posizioni, collettività e campi culturali (scientifici e ideologici).
Come occorre fare il giro del mondo anche per risolvere un solo problema locale, in reciprocità occorre risolvere il particolare locale per fare il giro del mondo.
Modificheremo, del localistico, ciò che occorre a non impedire l’organizzazione che deve cominciare a formarsi per riordinare l’umanità. Libereremo le individualità dal sonno dogmatico in cui sono mantenute in tutte le circostanze, anche culturali e artistiche, in quanto sottoposte ai capi e alle situazioni derivanti.
Questa non è una questione politica, né religiosa, né altro. È una questione metodologica, che vale per tutte le forme conoscitive e operative.
Tramite essa, i rapporti fra le ideologie diventano questioni tecniche, organizzative e strutturali.
Anzitutto si deve passare attraverso gli incontri ecumenici religiosi, in quanto la religione è il tronco da cui si è staccata la politica.
In altri luoghi e momenti gli incontri ecumenici saranno di genere politico, tipicamente per il comunismo, ideologia globale.
Gli incontri ecumenici faranno da snodo e da convertitori fra le idee teoriche universalistiche e i rapporti di potere pratici; dai quali sono provocati i conflitti, di cui le ideologie sono il paravento e la giustificazione.
Ogni campo è insieme causa ed effetto degli altri, in venuta e in ritorno.
Questo rivela che ogni singola persona ha una sua potenzialità ideale e un suo potere di fatto; che ha il dovere di usare per fare pressione sui suoi dirigenti affinché si comportino secondo il “dover essere” dei poteri: diventare puramente organi infrastrutturali di servizio per la realizzazione dei contenuti degli individui di base orientati all’unità umana e, in tal modo, alla soluzione di ogni problema, teorico e pratico, materiale e psicologico, di potere e di conflittualità.
I poteri saranno tradotti in organizzazione automatica, tipo amministrazione, fra le diverse entità, come oggi avviene all’interno di uno Stato.
Le associazioni di base, culturali e di volontariato, faranno pressione dall’esterno sugli emergenti di base delle associazioni di élite affinché, all’interno di queste, essi facciano pressione sui dirigenti perché intervengano sui governi e sull’Onu.
Nel mentre gli emergenti stessi si organizzeranno fra loro (e così scopriranno le soluzioni teoriche delle scienze umanistiche) nel servire da consulenti ai rappresentanti ideologizzati delle cattedre pluralistiche, sia per gli incontri ecumenici e sia per le ambascerie che da questi si dipartiranno verso i popoli in conflitto (dove si contatteranno le persone già predisposte alle soluzioni; le altre seguiranno).
Quelle che erano negazioni e lotte nel procedimento naturale in venuta, nel procedimento umano razionale in ritorno si trasformeranno in pressioni (i fulmini diverranno energia controllata), e insieme in sostegni e in orientamenti, introduttivi all’unificazione organica universale.
DIRITTI E DOVERI DELLE BASI E DEI
VERTICI, DEGLI EGEMONI E DEI SUBORDINATI
Ai margini del nuovo organismo che si andrà sviluppando, continuerà il procedimento naturale di forza attuale; che impedirà, a chi userà i mezzi in maniera impropria, di approfittarne.
Perciò ogni nuovo emergente dal basso, che nel procedimento naturale sarebbe destinato a diventare il nuovo capo, esprimerà la sua identità con l’unificare il mondo. Al fondo e nel passato di ogni collettività e di ogni persona c’è l’intero passato dell’umanità e la cultura di tutte le genti.
Ogni identità inoltre è, paradossalmente, quella di un popolo conquistatore, che ha soppresso l’identità nonché la vita del precedente proprietario di quel dato territorio.
Perciò i Romani, i Galli, i Longobardi, i Germani, i Francesi di Napoleone e gli Spagnoli del ’600 sono sempre stati degli intrusi e degli estranei.
Le associazioni di base, coinvolgendo nelle manifestazioni artistiche locali gli immigrati, creeranno l’opinione pubblica comune; che spingerà le basi interne delle associazioni di élite a influire sui dirigenti affinché gli intellettuali consoci possano esprimersi a favore dell’intera umanità, e non più al servizio dei poteri che oggi pretendono di rappresentarla.
I singoli cultori e consulenti, specialisti delle scienze umanistiche, diverranno gli avvocati e gli interpreti dei rappresentanti delle opposte ideologie. Che accompagneranno poi verso i popoli terzi, a partire dalle zone di conflitto. Dove ogni rappresentante della ideologia, ambasciatore delle comuni (ex opposte) opinioni pubbliche formatesi nei Paesi primi (l’Occidente), spiegherà ai suoi omologhi i diritti e i doveri (delle etnie egemoni e di quelle subordinate, a cominciare da Israele e dai Palestinesi, punta dell’iceberg del Mondo Arabo) concordati nelle cattedre pluralistiche. Nelle quali si saranno chiariti i nuovi principi del Diritto Umano, e il rapporto di provenienza tra i poteri e le ideologie, che sono il tentativo di giustificare i poteri.
I delegati spiegheranno le cose a chi vorrà ascoltarle, senza la pretesa di convincere nessuno, ma solo per sostenere e confermare nella sua idea chi già la pensa in tale maniera; e nei limiti necessari alla vita e agli interessi immediati di entrambi i contendenti.
www.marioragagnin.net
(I disegni inseriti nel testo sono tratti dalla rivista “El Tomât”)