Verso l’Unione Europea

di Mario Ragagnin

 

 

LA NUOVA CARTA DEI DIRITTI DELL’UOMO NON FARÀ DISTINZIONE FRA STATI E CITTADINI, UGUALMENTE SOGGETTI DI SOVRANITÀ ASSOLUTA

Nell’attuale tentativo di unificare politicamente l’Europa si sta rimettendo in discussione tutto: Stato, Diritto, Regioni, sovranità e soprattutto identità.
Per unificare i nazionalismi bisogna svuotare di potere gli Stati e dare autonomia in politica estera alle Regioni. Così si crea l’Europa delle Regioni, che poi viene chiamata dei popoli e dei cittadini. Ossia ci si limita a declamare a parole ciò che invece si dovrebbe fare. 
Ma nessuno oggi si accorge della differenza fra il dire e il fare; anche perché nessuno sa quali sono i Diritti dei Cittadini: quelli stessi riconosciuti agli Stati, di sovranità assoluta (che gli Stati se la prendono solo perché hanno la forza per farlo).
Si organizzano incontri sulle identità regionali, compiacendo l’uditorio con smaccati elogi e adulazioni; gli si dà l’impressione di provenire da una antica nobiltà di origine, destinata a proiettarsi ad un futuro indefinito.
Nessuno si chiede che cosa è l’identità e perché tutti la vogliono. Danno per scontato ciò. Che invece si dovrebbe definire esplicitamente, e stabilirla in termini di facoltà e riconoscimenti giuridici, necessari poi all’operatività delle diverse collettività. Che devono formarsi ed erigersi in istituzioni per adempiere ad un qualche scopo di interesse generale, e non per il solo panciafichismo dei suoi componenti.
È una domanda per rispondere alla quale bisognerebbe avere risolto tutto e avere risposto alle famose domande di fondo, metafisiche e religiose: chi siamo, da dove veniamo, e perché siamo qua, a fare cosa?
Oggi i politicanti si prestano a dare voce alle collettività periferiche affinché queste non pretendano di avere voce in proprio e direttamente, senza più bisogno per questo degli intermediari interessati, che poi diventano capi. Difendono la lingua, le tradizioni, la cultura e il folklore, perché è pagante: è un’oratoria che serve a dare l’illusione alla gente di liberarla dai poteri (i quali invece sono sempre accentratori anche se periferici, e svuotano regolarmente i sudditi dei loro diritti, per appropriarseli).
Le persone si illudono ancora, e credono alla parola del tribuno di turno, col quale si identificano alla vigilia delle elezioni, salvo staccarsene l’indomani.
Questa è un’altra indicazione che il diritto internazionale e la sovranità assoluta andrebbero riconosciuti alle singole persone individuali; perché è fino lì che bisognerebbe arrivare col decentramento, dal punto di vista logico e razionale. Che ovviamente non è sostenuto da nessuno perché non crea una base di seguaci, con relativa forza sul piano politico, e soddisfazione di chi la promuove (unico scopo di tutte le manovre) e poi la gestisce per fini personali. 
L’operazione si ferma a livello regionale perché è il solo a creare una forza sufficiente, necessaria allo scopo, o almeno a darne l’illusione; dato che il Diritto oggi viaggia con le gambe del suo contrario, la forza (benché addomesticata nella forma della maggioranza).


CREANDO LE IDENTITÀ REGIONALI
SI SVUOTANO DI POTERE GLI STATI

Gli intellettuali si prestano (tutti contenti di brillare un attimo sul palco) all’operazione di svuotare di potere gli Stati per fare l’Europa delle Regioni. Cercano di pubblicizzare i loro libri nei congressi, nelle assemblee e nelle Associazioni delle Regioni d’Europa (ARE: finanziate dalle Regioni, per la soddisfazione dei rispettivi “Governatori”; che una volta almeno si accontentavano di essere chiamati “Presidenti”). E inventano le identità multiple, plurime e soprattutto “aperte” (termine attraente, che non ha nessuna conseguenza pratica), o altre cose del genere, sempre statiche, fine a sé, trovate una volta per tutte nel passato, per tenere passiva e contenta la base (che così crede di essere lo scopo dell’evoluzione e di non avere nient’altro da fare) e guadagnarsene l’applauso (assieme alle remunerazioni dei poteri per i quali operano).
I politici, gli intellettuali e le istituzioni si stanno attorcigliando e ricomplicando su sé stessi, sugli sbagli di partenza, sulle idee vecchie di Stato, di Regioni, di istituzioni, di diritto; e fanno acrobazie per metterle d’accordo, senza pensare che, per ottenere la soluzione, si deve smantellare e semplificare ogni cosa, e non ricomplicarla sulle altre.
Intanto i giornalisti e gli editorialisti si barcamenano, non comprendendo bene cosa sta succedendo, perché in ogni manifestazione e in ogni idea c’è una parte di verità e di validità: che però viene usata a fini deviati. 
Qualcuno ha anche capito che l’identità è un timbro sulla gente per indicare che appartiene a un dato padrone piuttosto che a un altro.
Propriamente l’identità è l’aspirazione alla autonomia operandi per trasformare il mondo, alla sovranità assoluta per ogni individuo, all’immortalità, all’ universalità che è potenziale in ognuno e non trova la via di attuazione, ma solo profittatori che strumentalizzano l’aspirazione e l’esigenza di essa.



L’IDENTITÀ NON VA RICERCATA
NEL PASSATO MA NELL’AZIONE CREATIVA 
SUL FUTURO DA FARE ESSERE

Finora ogni identità si è sempre qualificata in termini di antagonismo, anche se questo non appariva esplicitamente. Ogni nuovo movimento (religioso, politico, artistico, letterario, filosofico eccetera) è regolarmente sorto come negazione del pre-esistente. E non solo; ma nei libri di storia di quel dato campo viene definito esclusivamente in termini di rottura col passato, dando per scontato che ciò rappresenta un “valore” e una conquista per l’umanità.
La patria ad esempio è sempre un qualcosa da difendere da un nemico. Così almeno si sa che cosa è la patria. Dato che per alcuni è il territorio in cui si trovano, assieme agli altri abitanti. Per altri invece è un luogo fuori, dove la pensano in maniera differente dai governanti lì.
Le ideologie si sostengono al governo con la scusa di difendere la popolazione da una possibile aggressione esterna. I capi della quale, a loro volta, si sostengono con la stessa giustificazione: per difendere il loro popolo da quelle ideologie che sono i “valori” dell’altro blocco.
In Italia per esempio la Democrazia Cristiana ha governato grazie al fatto che dall’altra parte esisteva il Comunismo; caduto il quale, la Democrazia Cristiana non ebbe più quell’aureola di indispensabilità con cui si presentava prima.
Oggi i governi dell’Occidente fanno apparire un “valore” agli occhi dei cittadini la loro funzione di guide contro l’Islam. Ma anche i capi dell’Islam convincono i loro cittadini che è un “valore” difendersi dall’Occidente. 
In passato la guida dei capi aveva un significato e uno scopo più positivo che negativo. Vedasi la funzione del capo branco a livello animale, nel quale non esiste il diritto perché non esiste la cultura. 
Invece oggi il deserto vuoto da riempire fra le collettività è colmato: la globalizzazione naturale non è solo una questione economica, ma esistenziale, che riguarda tutti gli aspetti della vita; e alla quale si può e si deve rispondere con la mondializzazione umana, che significa in primo luogo razionalità e diritto, estesi a tutti i cittadini. La maturità dei quali deriva da una raggiunta complessità interiore che impedisce loro di prestarsi a fare da mattoni, spersonalizzati e strumentalizzati. 
Le collettività si toccano di schiena e possono mettersi in rapporto in forma diretta, secondo regole razionali, che prevedono e prevengono le azioni di forza. 
In tale contesto l’intervento dei capi (con relativa azione di forza naturale) è un’intrusione perturbatrice, che mantiene le separazioni empiriche in venuta e così impedisce le intese e perfino le conoscenze dirette a livello umano.
Oggi i capi, non essendoci più davanti alle collettività un vuoto deserto da percorrere, per giustificare la loro posizione eminente guidano le masse esclusivamente in termini di opposizione al solito “nemico” esterno, necessario pretesto per creare l’armonia all’interno e formare la coesione della propria collettività.


È ILLUSORIO CREDERE DI ELIMINARE IL MALE ELIMINANDO UOMINI O IDEOLOGIE

La nuova identità europea si sta dunque qualificando in termini di antinazionalismo in generale, anche se è ammantato di identità regionali; che poi svuotano poco le nazioni e aumentano notevolmente l’impossibilità di aggregazione in forma di spersonalizzazione.
Si fanno ipotesi su una vaga identità post-nazionale (ossia si utilizzano argomenti validi per finalità deviate), non più fondata sul passato ma sui cosiddetti “valori condivisi”; che dovrebbero permettere di qualificare gli europei in termini dei non europei. Nessuno si azzarda a precisare chi sarebbero i “non europei”…
Guarda caso, capita il problema della Turchia (che chiede di entrare nell’Unione Europea); la quale, oltre a non essere europea, è senz’altro islamica; però è necessaria all’Europa proprio per difendersi dall’Islam fondamentalista.
Gli Stati usano gli intellettuali solo per studiare i metodi migliori alla realizzazione di finalità decise secondo il principio della negazione, il contrario della cultura, perché è l’unico conosciuto.
I governi interpellano e fanno parlare gli specialisti solo per la realizzazione di piani e obiettivi già decisi, e non per risolvere le situazioni secondo ragione e giustizia, ossia “secondo loro stesse”, non secondo i comodi di chi sta al potere.
Si dimenticano di chiedere loro il perché avvengono quei dati fatti “incresciosi”, quale è la causa prima delle lotte umane, del terrorismo e anche della violenza interna. Non gli interessa sapere perché i terroristi fanno quello che fanno: partono dal fatto che lo fanno e reagiscono a due dimensioni, per distruggerli.
Questo lo facevano anche le amebe, le cellule primitive; e probabilmente lo sapevano fare meglio, senza distruggere l’ambiente in cui dovevano vivere loro e le altre.
Non interessa a nessuno, neppure agli scienziati umanisti, sapere perché i terroristi compiono gli atti di violenza, e quale è la loro motivazione e la causa di tutto ciò che avviene. Perché, essendo al servizio dei politici, la loro attenzione è costretta a rivolgersi alle domande poste dai politici, che agiscono e reagiscono a livello naturalistico, a due dimensioni.
Questo significa che bisogna rimettere in discussione tutto, col capovolgere gli attuali rapporti di potere fra cultura e politica, fra basi e vertici.

www.marioragagnin.net
(I disegni inseriti nel testo sono tratti dalla rivista “El Tomât”)