Friulani in Argentina di Javier Grossutti | |
In Argentina, il primo nucleo agricolo popolato da un gruppo relativamente numeroso di contadini friulani sorse non molto distante da Reconquista, nel nord della provincia di Santa Fe. Le prime dieci famiglie friulane giunsero a “Estrella de Italia” (“Stella d’Italia”) il 6 novembre 1877. Erano state arruolate dall’impresario italiano Vincenzo Gaetani che istituì una fabbrica di potassa, la prima del suo genere in Argentina (oggi, infatti, la zona è conosciuta come “La Potasa”). Il Gaetani, che si era impegnato a introdurre una cinquantina di famiglie a cui avrebbe dato gratuitamente un appezzamento di terra e garantito un lavoro presso la fabbrica di potassa, aveva ottenuto una sovvenzione dalle autorità nazionali, interessate al popolamento della zona. Altre dieci famiglie arrivarono a “Estrella de Italia” qualche tempo dopo: il gruppo raggiunse complessivamente 85 persone (50 maschi e 35 femmine). Il nucleo si era stabilito nell’area della cosiddetta Frontiera Nord, praticamente sulla linea dei fortini, avamposti militari per contrastare le incursioni degli indigeni. L’iniziativa, tuttavia, non ebbe successo e nei primi mesi del 1879 i coloni friulani chiesero al colonnello Manuel Obligado, comandante capo della Frontiera Nord di Santa Fe, Cordoba e Santiago del Estero, di essere trasferiti nella recentemente creata colonia nazionale “Presidente Avellaneda” [1]. L’esperienza di “Estrella de Italia” e quella della colonia “Tres de Febrero” o “Brugo” (oggi San Benito) nella provincia di Entre Ríos, si distinguono dal resto dei principali nuclei agricoli occupati dai friulani perché si tratta di un tentativo di popolamento avviato dai privati. I molti contingenti di coloni friulani giunti in Argentina tra la fine del 1877 e i primi anni Ottanta dell’Ottocento, in realtà, partono attratti dalle promesse offerte dalla Legge n. 817 di Immigrazione e Colonizzazione, la cosiddetta Legge Avellaneda, approvata nel 1876[2]. Tra i vantaggi della Legge c’è la possibilità, prevista dall’art. 85 per i primi cento coloni capofamiglia di ogni sezione in cui venivano suddivisi i territori da colonizzare, di poter disporre gratuitamente di terre o, comunque, di poterle acquistare a buon prezzo (art. 86). Questa fu la clausola che sollevò più entusiasmi tra i contadini friulani e italiani. Come nel caso dei successivi, questo primo scaglione di friulani “italiani” e di friulani “austriaci” era stato ingaggiato dalle autorità argentine per popolare le colonie agricole dell’interno. Tra Ottocento e Novecento, infatti, l’occupazione di terre spopolate favorì, da una parte l’apertura della frontiera della pampa, dall’altra lo sviluppo dell’economia esportatrice argentina basata sui prodotti agricoli (grano, mais, lino, segale, orzo)[3]. La campagna propagandistica svolta in Europa dai consoli e dagli agenti speciali incaricati dal governo argentino per promuovere l’arrivo di coloni, attivata già prima dal 1876 e prevista anche dalla Legge n. 817 (artt. 4 e 5), ebbe i suoi frutti. La prima colonia popolata dal governo argentino in base alla Legge Avellaneda fu quella di Libertad (oggi Chajarí), nel nordest della provincia di Entre Ríos. I coloni friulani, tra cui Domenico Ellero di Artegna, giunsero a Libertad tra 1877 e 1878. Tra 1877 e 1878 approdano a Buenos Aires altri contingenti di contadini friulani. Mercoledì 27 dicembre 1877 il giornale “La Prensa” di Buenos Aires riporta la notizia dell’arrivo nel porto locale di 700 immigrati a bordo del vapore “Sud America” proveniente da Genova. Numerosi nel gruppo erano i friulani che poche settimane dopo, il 17 gennaio 1878, verranno trasferiti nella località di Resistencia, nella provincia del Chaco[4]. I friulani sbarcati nel porto di San Fernando, nel Chaco, il giorno 26 (o 27) gennaio, erano circa 250 (38 o 39 famiglie), 44 dei quali provenienti da Fagagna[5]. I primi passaggi oltreoceano, tanto per l’Argentina come per il Brasile, interessano solo i contadini piccoli proprietari, quelli cioè capaci di raggranellare i denari necessari alla partenza: cedendo per esempio la terra o vendendo quanto loro era rimasto di masserizie, arnesi e animali se mezzadri o coloni[6]. I braccianti, salvo eccezioni, non potevano emigrare. “Le condizioni di vita, in conclusione, diventavano insostenibili sia per molti braccianti che per molti contadini, ma soltanto questi ultimi avevano, per il momento, la possibilità concreta di andarsene: le partenze più numerose si verificavano dalle aree prealpine, pedemontane e collinari perché era lì che prevaleva la piccola azienda a conduzione diretta […] si trattava di zone già interessate da una emigrazione temporanea di dimensioni notevoli”. Negli anni Settanta dell’Ottocento, tuttavia, “l’esodo temporaneo, prevalentemente stagionale, non bastava più: le capacità di assorbimento di manodopera da parte dei paesi dell’Europa centrale cominciavano a diventare insufficienti a far fronte all’offerta crescente di lavoro, tanto più che negli anni 1874-1876 la domanda di braccia in quei paesi diminuì considerevolmente”[7]. La condizione non proprio disperata di questi primi gruppi di emigranti è confermata oltreoceano da Juan Dillon, commissario generale di immigrazione del governo argentino. La situazione che attendeva i coloni nella colonia Resistencia non fu, tuttavia, priva di difficoltà. Un secondo contingente di famiglie friulane arriva a Buenos Aires il 14 gennaio 1878: divisi in due gruppi i 458 friulani furono inviati, più numerosi, alla recentemente creata Colonia Nazionale “Presidente Avellaneda” nel nord della provincia di Santa Fe, mentre le restanti famiglie rimasero presso il Hotel de Inmigrantes di Buenos Aires fino il 12 marzo quando furono finalmente condotte a Colonia Caroya nella provincia di Cordoba[8]. E’ probabile, quindi, che il gruppo diretto ad Avellaneda fosse partito dalla capitale argentina negli stessi giorni di quello che raggiunse Resistencia, il quale, tuttavia, era arrivato a Buenos Aires due settimane prima. I primi mesi dopo l’arrivo dei coloni ad Avellaneda furono molto contrastati dalle difficoltà climatiche, soprattutto dalle piogge (che fecero straripare i fiumi), ma anche dalla malaria. A distanza di solo qualche mese, nei primi giorni di giugno, alcune delle famiglie approdate ad Avellaneda chiesero di essere trasferite a colonia Caroya, che raggiunsero verso la fine di luglio. Le condizioni dei coloni che si erano stabiliti ad Avellaneda non sembrano essere state molto diverse da quelli di Resistencia. Non sarebbe del tutto azzardato pensare, quindi, che, come viene riferito nella Memoria de Inmigración del 1878, il desiderio di raggiungere Caroya espresso da alcuni friulani di Avellaneda fosse dovuto al fatto che “están lejos de los parientes que les pueden atender y que han venido con ellos, y no se integran al resto de los colonos”. Evidentemente il gruppo era stato diviso. Alle prime 60 famiglie friulane (300 persone ca.) approdate a Colonia Caroya (inizialmente Colonia San Martín) il 15 marzo 1878, seguiranno altri 7 il successivo 13 aprile, il gruppo proveniente da Avellaneda nel mese di luglio, altri coloni a settembre e dicembre, mentre nel mese di febbraio 1879 entra un contingente di 40 famiglie. Gran parte delle famiglie che fondarono Caroya appartenevano alle frazioni della piana gemonese, Campolessi, Taboga e Campagnola[9], mentre solo alcune poche provenivano dal Friuli austriaco e dal Tirolo italiano (Trentino)[10]. La mancanza di acqua per l’irrigazione fu il problema più difficile che dovettero affrontare i friulani di Colonia Caroya. La costruzione del canale n° 1 “Huergo”, completato nel 1930, rappresenta il primo deciso intervento per risolvere la questione. Progettato e costruito interamente dai coloni, il canale, che corre lungo gallerie sotterranee di circa un metro di larghezza e due metri di altezza per 700 metri, raccoglie le acque del sottosuolo. Lo sforzo realizzato dai coloni fu notevole. Tuttavia, il miglioramento delle condizioni di vita dei coloni dipese in gran parte dalla diffusione della viticoltura. “L’importanza di questa colonia è rappresentata dalla coltivazione della vigna, rappresentata da 1.140.000 piante, essendosi prodotto nel 1894, 7.200 bordolesi di vino di 200 litri ognuna” osserva Augusto Margueirat, ispettore di Terre e Colonie Nazionali[11]. La viticoltura, la coltivazione di grano e mais, la produzione di mele, pesche, pere, amarene e di ortaggi in generale (che venivano commercializzati a Jesus María e in alcune province del nord del paese), l’allevamento e la fabbricazione di mattoni (nel 1887 esistevano nella colonia 12 fornaci) costituivano, dunque, le risorse più importanti di Caroya. Qualche decennio più tardi i progressi della colonia e la promozione delle tecniche agricole erano evidenti. Nel 1910, secondo Emilio Zuccarini, Caroya, “tenuta come la più importante colonia della Repubblica”, sarebbe l’unico punto dell’Argentina dove “i coloni vi esercitano la coltivazione intensiva”[12]. Le 21 famiglie friulane partite da Genova il 10 novembre e arrivate nel porto di Buenos Aires il 28 dicembre 1878 saranno destinate a ripopolare la colonia “Presidente Avellaneda”, dove giungono il 18 gennaio 1879. Originarie dal Friuli austriaco, fanno parte del gruppo ingaggiato in Italia dal console argentino a Genova Eduardo Calvari, che, da qualche anno, aveva iniziato trattative con il governo nazionale per introdurre 2.000 famiglie di agricoltori[13]. Tra questi, molti erano i friulani che avevano deciso di partire incuranti della firma ufficiale dell’accordo tra il Calvari e il governo argentino che, finalmente, verrà perfezionato il 27 marzo 1878. Nell’art. 1 dell’accordo, sottoscritto da Juan Dillon e da Eduardo Calvari, il governo argentino autorizza il console a Genova ad arruolare “in Italia, in Svizzera, in Savoia e nel Tirolo austriaco, trecento famiglie di agricoltori da collocare nelle colonie della Repubblica”. I coloni furono accompagnati oltreoceano da Emidio Zuccheri di Cormons che, come dichiarano per scritto a Genova alla vigilia della partenza, “viene con noi nel vapore Pampa ed in nostra compagnia fino a Buenos Aires (America del Sud) per informarsi sulla verità delle leggi di emigrazione e colonizzazione e per esplorare se i terreni sono fertili come si dice da noi”. Nella stessa dichiarazione, trasmessa dall’agente di emigrazione Giacomo Modesti e pubblicata sul “Giornale di Udine” del 18 aprile 1879, i 21 capofamiglia giunti ad Avellaneda manifestano di aver trovato un posto “amenissimo e con tutti i requisiti occorrenti per una colonia, cioè circa due quadre distante abbiamo un bellissimo e navigabile Rio Arrojo del Rey come pure bellissime boscaglie e legna per tutto l’occorrente alle famiglie, di più siamo circa mezz’ora distante dal paese di Riconquista, che a qualunque occorrenza, come di medico, medicine ed altro possiamo approfittare, la terra è fertilissima”[14]. La dichiarazione, vistosamente elogiativa delle caratteristiche della colonia, non è casuale e si inquadra in una vivace polemica tra chi favorisce i passaggi oltreoceano (nel caso un agente di emigrazione) e chi, invece, come l’esponente del Comitato dell’Associazione agraria friulana pel patronato degli agricoltori friulani emigrati nell’America meridionale, Gabriele Luigi Pecile, sostiene l’importanza del fatto che “chi abbandona il proprio paese sappia almeno quale destino lo attende, e si assicuri prima di partire, per quanto è possibile, delle condizioni che gli verranno fatte”[15]. Il dibattito è costellato dalla pubblicazione, a scopo dissuasivo, di una serie di lettere di emigrati delusi, cui si contrappongono le pochissime che si prefiggono fini opposti ospitate a pagamento dal “Giornale di Udine”[16]. La dichiarazione del gruppo cormonese di Avellaneda non sembra, infatti, del tutto veritiera. Nonostante le difficoltà dei primi anni, lo sviluppo della colonia fu abbastanza veloce: “Nel 1910 – osserva don Luigi Ridolfi - gli abitanti erano oltre 3.000. Cominciarono allora a sciamare e sorsero le nuove colonie di Villa Ocampo e di Malabrigo” nello stesso dipartimento di General Obligado[17]. Mentre una parte (130 circa) delle 300 famiglie arruolate dal console argentino a Genova e giunte oltreoceano nel 1879 venne assegnata alla colonia Avellaneda, il resto dei coloni fu destinato ad irrobustire Resistencia, Caroya e Sampacho. L’ultimo scaglione fu condotto, infine, nella colonia Formosa. L’evoluzione della Colonia Gobernador Rodríguez (Sampacho) nel dipartimento di Rio Cuarto (provincia di Córdoba) è molto travagliata. Le prime cento famiglie italiane, provenienti dal meridione, giungono nella zona il 5 maggio 1875. La devastazione delle coltivazioni, soprattutto di frumento e fagioli, provocata dalle cavallette, la mancanza di acqua e le inclemenze del tempo provocarono l’abbandono del nucleo agricolo da parte di una trentina di famiglie. Per rinforzare la colonia, il governo argentino decise di condurvi 50 famiglie di coloni trentini, arrivate a Sampacho il 19 novembre 1878: del gruppo fanno parte Antonio Donda e GioBatta e Francesco Bressan, probabilmente originari dal Friuli austriaco. Il primo contingente numeroso di friulani (circa 35 famiglie), tuttavia, giunge nella colonia il 18 marzo 1879: verso la fine dell’anno la popolazione di Sampacho raggiunge le 814 persone di cui 159 argentini, 13 francesi, 5 inglesi, 6 cileni e 621 italiani e tirolesi (trentini)[18]. Nel 1905, il console Notari, fornisce, tuttavia, una versione diversa sulla creazione del nucleo di Sampacho, includendo anche dei friulani tra i fondatori della colonia.
La colonia di Sampacho – osserva – fu fondata dal Governo provinciale e i suoi primi abitanti furono 130 famiglie dell’Italia meridionale e del Friuli. Nei primi dieci anni questa colonia passò per molte tristi vicissitudini: mentre le scorrerie degl’Indi tenevano i coloni in continua agitazione, le prolungate siccità, qualche volta le piogge torrenziali che infradiciavano i raccolti, le cavallette ed altri malanni ne rendevano molto penose le condizioni. La grandine cadeva così frequentemente che le compagnie di assicurazioni sospesero le loro operazioni […] Volli interrogare un colono dei più vecchi, il cui carrozzino di vimini, ricordo del Friuli natio, attendeva davanti alla porta per condurlo a messa. Il vecchio colono aveva 68 anni, ed era venuto in America 35 anni fa: malgrado ciò, comprendeva abbastanza bene l’italiano, e lo parlava, benché più volentieri si esprimesse nel dialetto natio. Quando giunse a Sampacho, nel 1875, il treno andino camminava una volta alla settimana[19].
Secondo le indicazioni del Notari, quindi, Sampacho sarebbe il primo nucleo agricolo popolato da friulani in Argentina. La fondazione della colonia Formosa, nel cosiddetto Chaco central, segue il verdetto del presidente degli Stati Uniti Rutherford B. Hayes che dirime il contenzioso territoriale tra l’Argentina e il Paraguay dopo la guerra tra i due paesi (1865-1870). La sentenza di Hayes, sottoscritta il 12 novembre 1878, assegna la parte del Chaco boreale in litigio al Paraguay e le autorità argentine, quindi, devono abbandonare la zona di Villa Occidental, allora sede del Territorio Nazionale del Chaco. La scelta della nuova capitale ricadde, appunto, su Formosa che fu occupata ufficialmente l’8 aprile 1879. Le settimane che seguirono videro le autorità locali impegnate nel trasferimento degli abitanti della città di Villa Occidental che fu consegnata al Paraguay il 14 maggio 1879. Allo scopo di completare il popolamento di Formosa, conosciuta allora come Vuelta Hermosa, il governo argentino decise di creare una colonia agricola (che denominò inizialmente Monteagudo) e, tra aprile e luglio dello stesso anno (l’11 aprile, il 30 maggio e il 9 luglio), vi condusse tre contingenti di contadini friulani e italiani (160 persone circa). Le difficoltà legate all’occupazione di un territorio quasi completamente vergine e la siccità che colpì la regione nei primi tempi, provocarono l’abbandono della colonia da parte di alcuni contadini che si trasferirono in altre zone dell’Argentina: la maggior parte, tuttavia, rimase a Formosa[20]. Tra le colonie agricole fondate dai governi provinciali e popolate anche dai friulani merita di essere ricordata quella di Reconquista (nella provincia di Santa Fe), sulla riva destra del Arroyo del Rey, di fronte ad Avellaneda. I primi abitanti della colonia furono undici famiglie gallesi, tre francesi e una svizzera approdate nel 1875. Quattro anni dopo, il 21 febbraio 1879, il governo argentino condusse altre 49 famiglie (300 persone circa), 36 delle quali provenivano dal Friuli: la popolazione di Reconquista raggiunse così i 1.900 abitanti[21]. La colonia “Tres de Febrero” o “Brugo” (oggi San Benito), a circa 9 km dalla città di Paraná, rappresenta, invece, uno dei due nuclei avviati da privati e popolati da friulani[22]. Le prime otto famiglie, provenienti soprattutto dal Friuli austriaco, arrivano a Paraná tra l’11 e il 13 aprile 1879, ma probabilmente solo nel mese di luglio riescono ad occupare definitivamente i terreni loro assegnati nella colonia. Nel mese di dicembre 1879 giunge a Paraná un centinaio circa di coloni, in prevalenza friulani, molti dei quali erano familiari e amici di quelli arrivati ad aprile[23]. Furono collocati nella recentemente creata Colonia Municipal, ai margini della città e poco distante dal nucleo “Tres de Febrero”. Altri nuclei agricoli avviati da privati e popolati, anche, da friulani sono per esempio Colonia Ortiz (fondata nel 1885 a circa 20 km a nord della città di Rosario), Colonia Ricardone (creata nel 1890 e distante 25 km da San Lorenzo) e Colonia Jesús María (non lontana da Rosario dove nel 1878 si stabilirono cinque famiglie originarie di Martignacco) nella provincia di Santa Fe[24]. Negli ultimi anni Settanta e nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, tuttavia, singoli, famiglie e gruppi di coloni friulani se ne trovano un po’ dappertutto nelle campagne argentine, soprattutto nelle zone di Santa Fe, Cordoba, Entre Ríos, Chaco e Buenos Aires. “Caroya, Resistencia colle sue ramificazioni nel Chaco, Avellaneda con Ocampo, Malabrigo e Reconquista e San Benito sono le colonie classiche, storiche dei Friulani. Esse ci hanno guadagnato un titolo eminente di ottimi colonizzatori ed un nome incontrastato di probità morale, per cui la nostra piccola Patria si deve sentire debitrice di perenne riconoscenza e di alta ammirazione per gli eroici pionieri. Ma non possiamo dimenticare le affermazioni minori e più recenti di nuclei e di famiglie friulane agricole nelle province e territori della Repubblica Argentina” osserva don Luigi Ridolfi nel 1949. Il cappellano di bordo friulano che, tra le colonie agricole popolate da friulani omette, tuttavia, Sampacho e Formosa per esempio, segnala, invece, Ceres, Armstrong, Rafaela, Elortondo e Las Rosas (nella provincia di Santa Fe); Santo Tomé (nella provincia di Corrientes)[25]. Le notizie e le lettere di contadini friulani provenienti dall’Argentina pubblicate sul “Bullettino della Associazione Agraria Friulana” nel 1878 sono un utile strumento per identificare altre aree di approdo: da Rosario di Santa Fe, per esempio, scrivono Luigi Basso di Arzene e Nani Partenio di Pozzo di San Giorgio della Richinvelda; da Gualeguaychú (Entre Ríos) un Panizzut, originario di Budoia; da San Lorenzo (Santa Fe) Giuseppe Coletti di Fagagna; da Candelaria (colonia privata nella provincia di Salta) Giovanni Stremiz di Faedis. Dopo gli anni Ottanta dell’Ottocento, gli arrivi si diradano lentamente e col volgere del secolo il fenomeno assume caratteristiche diverse. In seguito i friulani prediligeranno la Capitale, Buenos Aires, e in numero minore le altre città capoluogo di provincia come Cordoba o quelle in forte espansione come Rosario, nella provincia di Santa Fe. Il dato emerge, tra l’altro, dalle risposte che i sindaci dell’allora provincia di Udine forniscono ai quesiti “Sulle cause e sui caratteri dell’emigrazione propriamente detta”, vale a dire, definitiva. L’inchiesta, avviata nel 1884 e nel 1888 dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, indaga sul numero di friulani espatriati definitivamente nel periodo e si sofferma sulle motivazioni che determinarono l’emigrazione, e sulla condizione economica degli emigranti in patria e all’estero. Il paese che ricorre con più assiduità tra quelli in cui “gli emigranti hanno trovato, in generale, da collocarsi vantaggiosamente” è l’Argentina, mentre le aree di approdo più citate sono, appunto, Buenos Aires, Rosario, Córdoba e Santa Fe. Gli emigranti di Buja, tuttavia, prediligono altre destinazioni americane. Nell’inchiesta per l’anno 1888, i 39 emigranti di Buja oltreoceano dovrebbero trovarsi, secondo il sindaco, negli Stati Uniti e nel Brasile e la loro situazione sarebbe per alcuni “discreta”[26]. Gli emigranti di Buja raggiungeranno l’Argentina solo negli anni Venti e Trenta del Novecento, dopo cioè che la grande guerra avrà chiuso definitivamente gli sbocchi migratori dei paesi dell’Europa centrale, tradizionale area di approdo dei bujesi. Tra le due guerre, infatti, l’Argentina oltreoceano e la Francia in Europa accolgono il maggior numero di friulani e bujesi. Nei due paesi, gli emigranti di Buja continueranno a svolgere il lavoro del fornaciaio, lo stesso mestiere che caratterizzava le loro esperienze migratorie nell’anteguerra.
NOTE [1] Sul nucleo agricolo “Estrella de Italia” cfr. Colonia Estrella de Italia, in Memoria de Inmigración, Buenos Aires, Ministerio de Agricoltura, 1878, p. 24; Manuel H. Roselli, La Estrella de Italia, Reconquista, 1978; Manuel I. Cracogna, La Colonia Nacional Presidente Avellaneda y su tiempo. Historia de la colonia, con sus antecedentes, fundación y evolución política y socio económica, primera parte, Avellaneda, Municipalidad de Avellaneda, 1988, pp. 82 e 120; Víctor J. Braidot, Avellaneda en el tiempo, Avellaneda, Municipalidad de Avellaneda, 1995, pp. 42-47; Eno Mattiussi, Los friulanos, Buenos Aires, Asociación Dante Alighieri, 1997, p. 93. [2] Cfr. Graciela M. De Marco – Raúl C. Rey Balmaceda – Susana M. Sassone, Extranjeros en la Argentina. Pasado, presente y futuro, in “Geodemos”, 2 (1994), pp. 399-413. [3] Cfr. Ezequiel Gallo, Frontiera, stato e immigrati in Argentina 1855-1910, in “Altreitalie”, 6 (1991), pp. 13-23. [4] Cfr. Seferino A. Geraldi, Los que poblaron la Sección Resistencia, Resistencia, Banco del Chaco, 1979, p. 20. [5] Sui friulani di Fagagna approdati a Resistencia cfr. Javier Grossutti, “Non fu la miseria, ma la paura della miseria”: la colonia della Nuova Fagagna nel Chaco argentino (1877-1881), Udine, Forum Editrice Universitaria Udinese, 2009. [6] Nel distretto di Sacile, per esempio, le prime partenze verso il Brasile nel luglio 1877 muovono dai comuni dove la proporzione dei proprietari sulla popolazione è più elevata; cfr. Javier Grossutti, “Da Vallegher oltreoceano. Emigranti canevesi in Brasile fine Ottocento”, in Gian Paolo Gri (a cura di), Caneva, Udine, Società Filologica Friulana, 1997, pp. 367-384. [7] Cfr. Antonio Lazzarini, Campagne venete ed emigrazione di massa (1866-1900), Vicenza, Istituto per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa, 1981, pp. 182-185. [8] Cfr. Marta Nuñez, Colonia Caroya cien años de historia, Córdoba, Editorial TA.P.AS., 1978, p. 101. [9] Cfr. Luigi Ridolfi, I friulani nell’Argentina, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1949, p. 19; Matteo Ermacora, “Coloni e pionieri gemonesi nelle Americhe. Note sulle partenze nei primi anni della “grande emigrazione” (1877-1888)”, in Enos Costantini (a cura di), Glemone, Udine, Società Filologica Friulana, 2001, pp. 191-206. [10] Cfr. Colonia Caroya, in Memoria de… op. cit., p. XLV. [11] Cfr. Emilio Zuccarini, Il Lavoro degli Italiani nella Repubblica Argentina dal 1516 al 1910, Buenos Aires, La Patria degli Italiani, 1910, p. 273. [12] Cfr. E. Zuccarini, Il Lavoro degli Italiani…op. cit., p. 273. [13] Sull’emigrazione nel Friuli austriaco cfr. Francesco Micelli, “L’emigrazione dal Friuli orientale”, in Furio Bianco – Maria Masau Dan (a cura di), Economia e società nel Goriziano tra ’800 e ’900. Il ruolo della Camera di Commercio (1850-1915), Mariano del Friuli, C.C.I.A.A.-Edizioni della Laguna, 1991, pp. 173-190. [14] Cfr. Comunicato, in “Giornale di Udine”, 18 aprile 1879. [15] Cfr. G. L. Pecile, Cronaca dell’Emigrazione, in “Bullettino della Associazione Agraria Friulana”, v. I (1878), p. 8. Per un’analisi del dibattito politico sull’emigrazione transoceanica tra Ottocento e Novecento cfr. F. Micelli, Emigrazione friulana (1815-1915). Liberali e geografi, socialisti e cattolici a confronto, in “Qualestoria”, 3 (1982), n. s., pp. 5-38. [16] A questo proposito si veda p. e. Emilio Franzina, Merica! Merica! Emigrazione e colonizzazione nelle lettere dei contadini veneti in America Latina 1876-1902, Milano, Feltrinelli Economica, 1979; Gino e Alberto di Caporiacco, 1877-1880 Coloni friulani in Argentina, in Brasile, Venezuela, Stati Uniti, Reana del Rojale, Chiandetti Editore, 1978, pp. 107-175. [17] Cfr. L. Ridolfi, I friulani… op. cit., p. 24. [18] Cfr. Aa.Vv., Album de recuerdos en el centenario de Sampacho 1875 – 5 de mayo – 1975, Sampacho, Municipalidad de Sampacho, 1975, pp. 15-17. [19] Cfr. G. Notari, La provincia di Córdoba (Repubblica Argentina) e alcune delle sue colonie agricole, in “Bollettino dell’Emigrazione”, 22 (1905), pp. 1810-1812 (in parte modificato, il Rapporto del Console cav. G. Notari è stato successivamente pubblicato in Ministero degli Affari Esteri – Commissariato dell’Emigrazione, Emigrazione e Colonie. Raccolta di rapporti dei rr. Agenti diplomatici e consolari, v. III, America, p. II, Argentina, Roma, Cooperativa Tipografica Manuzio, 1908, pp. 19-135). [20] Cfr. Alejandro Cecotto, Historia de Formosa y episodios atinentes, Formosa, Tip. J. M. Cecotto, 1957, pp. 17-23. [21] Cfr. Colonia Reconquista, in Memoria de… op. cit., p. 21; E. Mattiussi, Los friulanos, op. cit., p. 68. [22] Sulla colonia “Tres de Febrero” (eretta a parrocchia col nome di San Benito nel 1887) cfr. Aníbal J. González, Semblanzas de San Benito. Colonización friulana, v. I, Nogoyá, Ediciones del Clé, 2000, pp. 57-82. [23] Tra i coloni arrivati a novembre c’erano anche alcune famiglie slovene originarie della zona di Gorizia, cfr. Carlos C. Bizai, Crónica de una familia eslovena en Entre Ríos (157 años de historia, 122 años en la Argentina), Buenos Aires, Editorial Dunken, 2001, pp. 39-71. [24] Cfr. E. Mattiussi, Los friulanos, op. cit., pp. 92-93. [25] Cfr. L. Ridolfi, I friulani…op. cit., p. 26. [26] Cfr. Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, “Statistica dell’emigrazione italiana all’estero”, in Bianca M. Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del secolo XIX al 1940, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1968, pp. 134-153.
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