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Bujesi in Brasile 

una storia della 

4ª Colonia Imperiale

di Cristine Koehler Zanella

 

Si scrive per tanti motivi: per ricordare, per insegnare, per dichiararsi, per criticare, per descrivere, per ringraziare. La sola ragione di questo componimento è soltanto l’ultima, ossia ringraziare. E lo faccio con riferimento a tre persone che ho conosciuto il 18 luglio 2001 per mezzo del maestro e amico prof. Gianni Nazzi: Attílio Pischiutta, Mario Savonitto e Egidio Tessaro. Queste quattro persone, questi quattro amici del Friuli, quel giorno mi hanno presentato Buja.

Attraverso i sensi di questi uomini posso dire di aver conosciuto Buja: perché Buja non basta che sia vista. I suoi panorami, le sue case e la sua gente devono essere toccati, assaggiati, si deve sentire il loro profumo e si devono, soprattutto, sentire i suoi rumori che raccontano storie che si perdono nella notte dei tempi. Storie sempre di lavoro e di ricostruzioni fatte da una gente fiera della sua terra e oggi, perché non dirlo, delle sue ricompensate sofferenze.

Ho imparato l’importanza del Ledra, affluente del Tagliamento, sempre pronto a fornire acqua fresca e cristallina. Ho conosciuto il monte di Buja, utile un tempo per la grande visibilità che facilitava la difesa e oggi belvedere da dove si può osservare tutta la bellezza della felice alleanza dell’uomo con la natura. Ho visto materializzata nelle chiese di Santo Stefano e San Lorenzo tutta la religiosità di questo popolo che fa del cristianesimo la pietra angolare dell’edificio comunitario. Nella Casa della Medaglia sono rimasta sorpresa per la creatività e originalità delle opere. In un ristorante poi ho mangiato uma saporita pasta al sugo di cavallo – cibo esotico per me, nata in un paese dove non si mangia la carne di cavallo. Mi hanno commosso i ricordi della tragedia del terremoto che si è abbattuto sulla città nel 1976. In quel giorno, come in altri che sono seguiti nel 2002 e nel 2003 – anni in cui si sono aggiunti altri amici, come il signor Fabris – ho conosciuto le più profonde ragioni dell’identità culturale di Buja.

Certa di non poter esprimere con le parole la mia riconoscenza, offro agli amici e a tutti i lettori della rivista questo breve testo sulla storia della 4ª Colonia Imperiale e, più specificamente, su un posto chiamato – ed è un piacere dirlo – Val de Buja.

La storia della 4ª Colonia d’immigrazione Italiana – o 4ª Colonia Imperiale -, nell’estremo sud del Brasile, si inserisce in un contesto maggiore di cambiamenti che si verificavano nel mondo e grazie a situazioni particolari in cui venivano a trovarsi Brasile e Italia.

Dopo aver promosso spedizioni litoranee per lo sfruttamento dell’albero di pau-brasile, all’inizio del XVI secolo il Governo portoghese decise di incentivare (grazie ai coloni che ricevevano enormi estensioni di terra) la piantagione della canna da zucchero, prodotto che veniva già coltivato nell’Isola di Madeira, creando un sistema coloniale basato sulla monocultura, sul latifondo e sulla schiavitù. Questo sistema serviva alla Corona portoghese, che ricavava enormi tributi dalla produzione di zucchero e dal traffico degli schiavi, serviva al produttore portoghese e serviva, soprattutto, agli olandesi che finanziavano, trasportavano e commerciavano lo zucchero. Durante questo período la regione del Brasile meridionale rimase dimenticata principalmente a causa del clima che non era particolarmente adatto alla crescita di legni nobili, ricercati dai portoghesi, e nemmeno alla piantagione della canna da zucchero.

Fuori dal centro di interessi della Corona portoghese, l’estremo sud del Brasile rimase quindi estraneo a tale processo iniziale. Ma il territorio non rimase completamente dimenticato: i gesuiti, con l’intento di catechizzare gli indios, fondarono centri organizzati che crebbero economicamente con la creazione di allevamenti di bestiame  e con il commercio dell’erba-mate (con cui si fa una specie di tè). Difficoltà nel traffico degli schiavi africani e anche la mancanza di capitali finanziari per comprarne, fecero sì che uomini senza scrupoli di San Paulo si lanciassero in un’attività predatoria a danno degli indios. I centri fondati dai gesuiti del sud del Brasile furono attaccati e distrutti, e i gesuiti costretti a fuggire oltre il fiume Uruguai (Argentina e Paraguai), lasciando alle spalle un territorio libero. Fu così che lo Sato del Rio Grande del Sud si inserì nell’economia brasiliana.

Alla fine del secolo XVII il sistema coloniale brasiliano subisce un processo di cambiamento. La scoperta delle miniere nel centro del paese compensa la diminuzione di reddittività del prodotto zucchero e trasferisce all’interno del paese il polo economico della Corona. L’attività mineraria fa sorgere un mercato interno con grandi necessità alimentari per il grande numero di persone impiegate nell’estrazione dei metalli. E’ così che l’allevamento del bestiame torna ad essere un’ attività  importante e lucrativa.

Tuttavia l’occupazione definitiva delle terre meridionali del Brasile – con tutte le caratteristiche che ne marcano l’attuale identità – si realizza con l’arrivo prima degli immigranti tedeschi e poi degli italiani. I tedeschi arrivarono nel 1824 e si organizzarono in nuclei di sussistenza. Pian piano incominciarono a produrre eccedenze che venivano vendute nelle città vicine, creando cosi fiorenti attività commerciali. Gli immigrati italiani, arrivati 51 anni dopo, dovettero accettare di stanziarsi in zone prevalentemente collinari.

L’immigrazione italiana si è verificata in un momento in cui il Brasile – già indipendente dal 1822 – apriva le porte agli stranieri in misura significativa. Tale operazione raggiunse l’apice con la liberazione degli schiavi avvenuta nel 1888. L’immigrazione in Brasile non ha avuto caratteristiche uniformi in tutto il paese: mentre l’immigrazione italiana destinata a San Paolo veniva impiegata nell’emergente e importantissima coltivazione del caffè, nel Rio Grande del Sud gli immigrati venivano sistemati come proprietari delle terre che coltivavano.

In questo contesto sorgono le Colonie di immigrazione Italiana dello Stato del Rio Grande do Sul: Conde D’Eu, Dona Isabel e Caxias – nel nordest dello Stato - e Silveira Martins – nel centro dello Stato.

La nascita della Colonia di Silveira Martins fu promossa dall’imperatore Dom Pedro II nel 1870 circa con l’intento di popolare le terre della regione. Subito arrivarono varie famiglie di russi-tedeschi che si stabilirono in baracconi nell’attesa della distribuizione dei lotti di terra a loro destinati. Mentre aspettavano l’insediamento molti furono colpiti da un’epidemia che si sparse rapidamente nella regione. Si aggiunse poi la grande siccità del 1876 che impedì le semine dell’inverno. Seguirono altri anni difficili. Tutto questo provocò la fuga dei russi-tedeschi.

Siccome tale primo tentativo di colonizzazione non era andato bene il Governo decise di promuovere l’entrata di coloni italiani che dovevano insediarsi non solo nella Colonia di Silveira Martins ma anche nelle colonie del nordest dello Stato. Questa iniziativa del Governo brasiliano trovò l’appoggio dell’Italia da poco unificata.

I cambiamenti politici ed economici seguiti all’unificazione ebbero un grande impatto sociale. Le nuove politiche economiche hanno cercato di sviluppare le industrie con il drenaggio dei mezzi del settore agricolo, abbassando gli stipendi, aggravando gli squilibri che già esistevano e rendendo la vita nelle campagne sempre più difficile. Le tasse in vigore prima dell’unificazione furono sostituite con tasse ancora più pesanti che incidevano sul macinato, sul sale, sui prodotti di prima necessità e sulla proprietà fondiaria. La miseria portava a sottoalimentazione e pellagra; salari irrisori, abitazioni malsane, disoccupazione, tutto questo, sommato a fattori anteriori, causò la cosiddetta “fuga dalle campagne”. La situazione disperata ha fatto sì che gli italiani trovassero nell’emigrazione la soluzione ai problemi di sussistenza immediati. Stimolati dalla propaganda degli agenti reclutatori delle compagnie di colonizzazione e delle società di navigazione partirono a cercare l’Eldorado agricolo sudamericano.

 Da Buja sono partiti gli Aita, i Nicoloso, i Comoretto, i Londero e tanti altri che hanno osato intraprendere il viaggio transoceanico volendo raggiungere le terre fertili ed abbondanti, con acque fresche e clima salubre del Brasile meridionale. Circa 45 giorni di viaggio in  nave fino al Porto di Rio Grande nello Stato del Rio Grande do Sul. Di là fino a Porto Alegre circa due giorni di treno, poi in barca fino a Rio Pardo e da questa città – le donne e i bambini su carri trainati da buoi e gli uomini a piedi – fino al baraccone di una vallata che sarebbe stata chiamata Val de Buja.

L’origine del nome Val de Buja non è certa. Una delle versioni dice che il posto ha questo nome a causa del buio intenso in cui è immersa la zona con l’arrivo della notte. Se è vero che si può credere a tale versione, non meno vera sembra essere la versione che ci racconta che sono stati gli immigranti bujesi a dare il nome della cara terra d’origine al posto dove hanno costruito le loro prime case in suolo brasiliano.

Sbarcati sul suolo del Rio Grande do Sul gli emigranti, che avevano lasciato le miserie del Veneto e del Friuli alla ricerca di un futuro di speranza, erano sistemati, dopo quattro giorni di viaggio, nel Baraccone di Val de Buja, dove dovevano rimanere accampati alcune settimane in attesa che venisse completata la misura e la distribuzione delle terre. Donne e bambini aspettavano lì, gli uomini andavano ad aiutare a costruire strade e a misurare i terreni.

Il Baraccone di Val de Buja era un grande capannone in legno dove le famiglie vivevano tutte insieme, senza nessuna – o quasi nessuna – individualità. Siccome lo spazio diventava ogni giorno più ristretto con l’arrivo di altri emigranti, le famiglie incominciarono a costruire baracche di legno coperte di teli, creando una specie di villaggio che per il suo aspetto ebbe il temporaneo nome di Città Bianca.

Lasciato il Baraccone, le famiglie entravano in possesso dei campi che il Governo brasiliano aveva promesso loro perché li coltivassero. Questo, però, avvenne soltanto in un primo periodo, perché in seguito gli immigrati furono costretti a pagare i terreni, contraendo debiti a lungo termine che hanno puntualmente pagato con i frutti del loro diuturno lavoro.

I terreni che ricevevano erano veramente grandi se paragonati con le proprietà delle campagne della loro terra d’origine. Se in una prima analisi questo fu un fattore di motivazione all’immigrazione, in un secondo momento diventò un handicap perché, essendo le terre (situate perlopiù nella foresta vergine) così estese, anche le case restavano lontane le une dalle altre, rendendo così ancora più difficile superare i problemi esistenti, come la mancanza di strade, di scuola e di chiesa. Quest’ultima forse fu la più grande privazione che dovette subire la comunità italiana: la prima messa in loco, infatti, fu celebrata soltanto nel 1878, dal sacerdote Marcelino de Souza Bittencourt. I registri del “Cinquantenario della Colonizzazione Italiana nel Rio Grande del Sud”, del 1925 parlano della circostanza come di un momento di grande commozione: i canti che salivano da quei petti robusti facevano sgorgare le lacrime dagli occhi di coloro che li ascoltavano. Quanta emozione in quei poveri esuli quando rivivevano quei momenti di religiosità come facevano nella Patria lontana che forse mai più avrebbero rivista!

Sono stati necessari alcuni decenni perché le terre coltivate superassero in estensione le terre coperte da boschi e perché altre attività necessarie fossero avviate per assecondare il lavoro dei campi. Tra i prodotti agricoli che venivano più coltivati dagli immigrati italiani della 4ª colonia troviamo il riso, la patata, il tabacco, il frumento e la manioca. E la vite  perché un italiano non è un italiano senza il vino.

 Tanto altro ancora potrebbe essere detto sulla vita di questi emigranti e della loro eredità che rimane viva nel ricordo dei discendenti: lo spazio di questa rivista non sarebbe sufficiente. Per ora accontentiamoci di aver raccontato appena qualche nota sulla storia della colonizzazione della regione centrale dello Stato del Rio Grande del Sul, in Brasile, e sull’epopea vissuta da questi eroici italiani alla fine del secolo XIX cercando l’Eldorado sudamericano. Oggi gran parte dei discendenti degli emigranti della 4ª Colonia vivono nella città di Santa Maria (lontana 30 km da Val de Buja), dove trovano molte più opportunità di lavoro. Ma dovunque siano, ricordano sempre con molto affetto Val de Buja -  culla della storia italiana nella regione centro dello Stato –, le sue morbide colline che disegnano l’orizzonte, la sua vegetazione lussureggiante, le sue case in pietra (proprio come quelle del Friuli di una volta) e la sua gente, in mezzo alla quale non è difficile trovare chi “fevele par furlan”, anche tra i più giovani, la quarta generazione degli emigranti.

Per finire e provare che i bujesi del Brasile sono veri bujesi ecco: nella Val de Buja esiste un rustico diroccato (Casa Aita) dove sono state battute, attenzione!, monete false – e sicuramente migliori rispetto a quelle brasiliane.

 

Bibliografia:

A Política de Colonização do Império. Paulo Pinheiro Machado. Porto Alegre/Brasil: Ed. Universidade, 1999.

História do Rio Grande do Sul. Sandra Jatahy Pesavento. Porto Alegre/Brasil: Mercado Aberto, 2002.

Povoadores da Quarta Colônia. J.V. Righi, E.L. Bisognin, V. Torri. Porto Alegre/Brasil: Est Edições, 2001.