Emigrare, cambiare, forse ritornare di Sandra Gallina | |
Uno, due, più colpetti sordi: il tramestio con cui cinque batuffoli di pelo si spostavano nella loro gabbia sotto lo sguardo perplessamente vitreo di una maestosa coniglia indifferente a quella ragazzina che in fondo alla stalla maldestramente si sciacquava con un «cop». In un angolo un mucchio d'erba appena tagliata spandeva quel profumo che le sarebbe rimasto giallo ambra nella memoria, mentre gli spruzzi d'acqua sembravano lucidare i ciotoli lisci e tondi del «pedrât» divenendo così biglie disposte sulla rena da un fanciullo sapiente. Appesa al soffitto una strisciolina di carta consunta e giallognola su cui la ragazzina fantasticava ignorandone la passata prosaica finalità. Ricordo così il mio primo bagno in una «podine» nell'afa estiva del 1974 al mio «rientro» in un paese ove avevo trascorso soltanto alcun mesi di villeggiatura da bambina. Caracas, la città in cui ero nata e cresciuta era alle mie spalle, dinnanzi a me si schiudevano spazi nuovi. Ma erano davvero nuovi? Ciascun emigrante sceglie la propria via all'emigrazione. A differenza d'altri che avevano optato per un assorbimento totale della cultura locale, i miei genitori avevano preferito compensare la rottura dell'emigrazione annullandone la distanza mentale: il friulano parlato a casa mia, le pietanze servite, l'attenzione rivolta agli avvenimenti buiesi erano di ben poco dissimili da ciò che, presumo, avrei potuto vivere in loco. Siffatta situazione di sdoppiamento, tanto opinabile quanto l'appiattimento sulla cultura del paese ospite, vede la prole identificarsi con il corredo culturale dei genitori malgrado si ritrovi fuori dal contesto storico e geografico cui tale patrimonio appartiene. In verità, neppure la mia famiglia costituì un isolotto di friulanità in un mare venezuelano, poiché fortunatamente molti elementi della vita locale s'inserirono nel nostro quotidiano divenendo marchio indelebile di un vissuto all'estero. Quanta fatica nell'abbandonare vocaboli ibridi come «nivere» (frigo) o «basure» (spazzatura) ! (Di fatto i miei non ci sono mai riusciti.) Benché per me si trattasse di un rientro annunciato in una cultura nota, non posso negare che il mio adattamento alla vita buiese, peraltro facilissimo, avesse per certi versi il gusto di una emigrazione. L'asprezza di un confronto tra culture diverse fu nel mio caso attutita non solo dagli sforzi famigliari, ma anche da un percorso scolastico perfettamente adeguato all'inserimento nel sistema italiano. Tuttavia non pochi figli di persone emigrate vivono l'inserimento nel paese dei genitori quale prova troppo ardua e preferiscono «rientrare» nel paese ove sono cresciuti, talvolta provocando una frattura della loro stessa famiglia qualora i genitori non se la sentano di finire i loro giorni in un paese straniero pur di seguire la prole. La cultura acquisita nell'infanzia è un bene inalienabile che all'estero non ha valore e costituisce in fondo il passato personale verso il quale rivolge lo sguardo ogni individuo. La cesura con il paese in cui trascorsi tutta l'infanzia ed i primi anni dell'adolescenza non m'impedisce talvolta di riandare col pensiero ai tanti compagni di scuola conosciuti fra i banchi venezuelani, d'interrogarmi sulla loro sorte, o di ripercorrere con i miei genitori luoghi e tappe della • mia vita, chiamiamola, tropicale. Non diversamente mi sorprendo a ripensare a quel Friuli non troppo avanzato, a quella vita di paese che tante novità m'offrì a suo tempo. L'orcolat smembrò quel tessuto ed in fondo, in fondo reputo che tutti coloro i quali s'adeguarono al mosaico friulano del dopo terremoto, «emigrarono», se per emigrare intendiamo anche il processo con cui ci lasciamo alle spalle un passato adattandoci a condizioni nuove. Una tesi etimologica scorgerebbe nel verbo «migrare» una antica radice indoeuropea il cui significato sarebbe «cambiare». Indipendentemente dall'etimo, è evidente che ogni migrazione, nello spazio come nel tempo, implica un riplasmarsi dell'identità dell'individuo che deve far fronte a situazioni diverse da quelle consuete. Se non sussistono chiusure preconcette, «riplasmarsi» dovrebbe significare anche «arricchirsi» di elementi culturali altrui, di visioni del mondo diverse, di patrimoni linguistici diversi. Eppure l'emigrazione non può essere ridotta alla dimensione personale, individuale. Essa presenta ripercussioni sociali non trascurabili che forse oggi divergono da quelle verificatesi in un passato anche recente. Per motivi di lavoro mi ritrovo tuttora nell'alveo degli emigranti essendomi trasferita a Bruxelles dieci anni fa, e godo quindi della fortunata posizione di chi può raffrontare la propria attuale condizione d'emigrazione con quella dei predecessori, se non addirittura con quella del proprio passato personale. Sebbene non possa negare che esistano giovani per i quali l'esperienza migratoria non differisce da quella vissuta dalle generazioni precedenti (leggi: rientri in Friuli sporadici, contatti con la realtà d'origine estremamente infrequenti, ecc), l'odierno migrare, specialmente in ambito europeo, è un'esperienza composita nella quale sono predominanti gli aspetti culturali rispetto al mero dato economico. Certo, la ricerca di un lavoro oppure di «fortuna» sospingono ancora molti giovani friulani a recarsi all'estero, tuttavia oggi più di ieri è l'allargamento d'orizzonti a fungere da sprone. Il mio lavoro presso un'istituzione europea m'ha offerto un contesto internazionale e multietnico d'eccezione ove sussiste un travaso continuo di conoscenze ed esperienze tra le più diverse. Per me come per molti altri emigranti della mia generazione, è cruciale non rinchiudersi in un gruppo etnico con l'autocelebrazione della propria identità, dato che ci incombe il ruolo «d'ambasciatori» della nostra cultura. A differenza dei miei genitori, quale emigrante d'oggi non sono le rimesse finanziarie verso il mio paese che mi qualificano, bensì la volontà di far conoscere all'estero il Friuli attuale, avanzato e postindustriale dalle tradizioni ancora vive ma non per questo chiuso in un nostalgico rimpianto del passato. Non ultimo è il compito personale di vaso comunicante tra la mia realtà d'origine e le altre realtà europee così come si offrono al mio sguardo dalla specola di Bruxelles con i fermenti e le tendenze che determineranno il futuro non soltanto del mio paese, ma dell'intero continente. |