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L'emigrazione 

da Buja e dal Friuli

di Gianfranco Ellero

 

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Ai 27 di mai dal 1983 - robe di chel altri secul - il prof. Ellero al tigni pal Circul Laurenzian une conference su «L'emigrazione da Buja e dal Friuli» e, secont il so stîl, al butà plui di cualchi clap tes aghis fermis de culture furlane. Par chel ch'o recuardìn dai intervents dal public, chei claps a finirin par culpî ancje la mentalitât ch'e si jere formade te cussience de int, e par dutis chestis resons si sin simpri displasûts di no vê puartât e metût in vore, te «Sala della Gioventù», un magnetofono.

L'oratôr al disè che l'emigrazion «sfuarçade» dai furlans e jere finide di un toc, e che jere beromai scomençade l'inmigrazion, di no confondi cui «rientri» dai emigrâts, ch'a erin pôcs e no incidevin su l'economie produtive.

Vuê al è facil dâj reson, ma disesiet ains in daûr dome i storics o i sociolics, usâts a stâ in uaite, a podevin butâ il voli par dilà dal orisont de int.

Par dutis chestis resons o vin domandât al professôr se, par câs, al fos stât pussibil ricostruì la conference, e lui al rispuindè ch'ai veve conservât la part scrite de orazion, ma no chel ch'ai veve zontât «a braç» e il dibatti.

Lu vin preât, alore, di mandânus il test serti, ch'o sin ben contents di publicâ su chestis pagjinis, completât, in corsîf di dui ce ch'al à podût recuardâ.

L'argomento di questa sera non è nuovo, ma io cercherò di esporlo uscendo dai quadri tradizionali della protesta, della polemica politica, della poesia, per consentire a voi di leggerlo e interpretarlo in modo nuovo, anticonvenzionale.

So benissimo che la parola emigrazione - lo so addirittura per esperienza familiare - suscita e risuscita in Friuli passioni non sopite, rinfocola il mito del friulano «salt onest lavoradôr», alimenta ingiustificati complessi di inferiorità o di superiorità, ma affinché possa diventare anche un fattore di arricchimento culturale, dobbiamo esporre la storia contraddistinta da questa parola con criteri di scientificità, che sono gli unici capaci di indirizzarci verso il vero e farci amare, cioè pascalianamente comprendere, anche le realtà più difficili.

Il tema del resto è di grande interesse perché riguarda l'intera società friulana e perché il nostro sarà ricordato, anche in altre regioni d'Italia e d'Europa, come il secolo dell'emigrazione, o meglio delle migrazioni. Ma quando incomincia, questo secolo degli emigranti, e quando finisce?

Incominciamo, innanzi tutto, con una domanda: «Che cos'è l'emigrazione?».

La storia, soprattutto quella antica, giù giù fino alla protostoria e alla preistoria, è piena di migrazioni, di gruppi umani piccoli e grandi, di tribù e gruppi di tribù, ovvero di interi popoli, che si spostano in cerca di nuove terre.

Senza cercare lontano ciò che possiamo trovare vicino, dirò che la stessa storia del Friuli è scandita, per un lungo giro di secoli, da migrazioni che ne cambiano il corso e la fisionomia. Pensiamo ai Celti, ai Latini, ai Bizantini, ai Longobardi... Pensiamo ai Romani, che fondano Aquileia per impedire le migrazioni di tribù galliche verso l'Adriatico: Tito Livio ci fa vedere dodicimila Galli che, nel 186 a.C, varcano le Alpi per fondare una città al centro della nostra regione, nei pressi del colle di Medea, secondo i calcoli di Luciano Bosio.

Pensiamo ancora ai Longobardi che, ricevuto l'ordine di partenza dal re, Alboino, si radunano sulla punta del lago Balaton: dicono agli Unni: «teneteci il posto, se ci va male ritorniamo» e nel 568 d.C. s'inviano verso le Alpi e la penisola del sole.

Erano popoli che migravano, eppure nessuno storico, che io sappia, ha mai affermato che i Celti o i Longobardi erano emigranti. Perché?

Innanzi tutto quei popoli si muovevano tutti assieme, in gruppo, con armi e bagagli, e davano luogo a invasioni che, anche quando erano pacifiche, assumevano almeno potenzialmente aspetti militari: quelle lontane migrazioni erano in sostanza atti di occupazione di terre, considerate come proprie per necessità vitali, che diventavano politiche. (Non è facile distinguere, perché i

Longobardi, ad esempio, potevano continuare a vivere lungo il Danubio fra Vienna e Belgrado, sia pure con l'ingombrante vicinanza degli Unni: partono alla conquista dell'Italia per star meglio, al riparo delle Alpi, sotto il profilo climatico e alimentare, ma anche per star lontani dai pericolosi Unni).

Se invece osserviamo quel fenomeno che noi chiamiamo emigrazione, piuttosto recente e legato alla rottura di antichi equilibri socio-economici, e in particolare al rapporto popolazione/territorio, vediamo che riguarda singoli individui che, in determinate condizioni politiche, economiche, culturali e psicologiche, decidono di andare in altre regioni o nazioni come lavoratori-ospiti (l'espressione tedesca Gastarbeiter è la più esplicita al riguardo e chiarisce molto bene il mio pensiero): c'è dunque un'enorme differenza fra le migrazioni antiche (che erano atti politici e militari di un intero gruppo organizzato) e quelle moderne, anche quando coinvolgono migliaia e talvolta milioni di individui, perché questi provengono alla spicciolata da popoli stabilmente insediati su un dato territorio, e quindi non più nomadi o propensi al nomadismo. Diciamo, per capirci, che le migrazioni moderne e contemporanee sono la somma di decisioni individuali, rese omogenee e orientate verso l'esodo da un quadro di squilibrio socio-economico.

Visto che siamo ancora alle premesse, è necessario chiarire un altro punto importante: non tutti coloro che emigrano sono classificabili come «emigranti» in senso classico, cioè come migratori forzati (o indotti dal quadro socio-economico squilibrato), costretti a partire da forze che spesso travolgevano ogni resistenza. Basti pensare alle migrazioni per matrimonio, davvero antichissime e diffusissime, e ai mestieri rari o speciali, che possono essere praticati solo in determinati ambiti o condizioni.

Chi oggi si laurea in fisica nucleare, ad esempio, sa benissimo di non poter trovare in Friuli un'occupazione specifica, in linea con la sua specializzazione, ma emigrerà in condizioni di favore e dopo aver calcolato in anticipo l'esito occupazionale della sua laurea.

Cent'anni fa, invece, un giovane bujese che non trovava spazio nella misera agricoltura locale finiva per fare, o meglio per dover fare, il fornaciaio e, di conseguenza, l'emigrante, perché aveva imparato per tradizione paesana un mestiere locale, esercitabile soltanto altrove (sono concetti che riprenderò più avanti).

Tutto ciò premesso e considerato, domandiamoci: quando incomincia l'emigrazione dal Friuli?

Per tentare una risposta abbiamo bisogno, come al solito, di documenti; ed io, per la circostanza, sono andato a leggere qualche brano delle relazioni dei Rettori veneti di Terraferma:

1574: il Luogotenente Girolamo Mocenigo segnala l'esodo di contadini friulani che, nell'impossibilità di pagare le imposte al Doge, preferiscono andare sotto altri principi.

1587: secondo l'ambasciatore veneziano Zen, a Vienna ci sono tremila friulani.

1591: in una relazione al Senato veneto si legge che i contadini friulani preferiscono «venire (a lavorare) a Venezia e recarsi in Germania».

1601: il Luogotenente Tommaso Morosini segnala molte terre abbandonate dai contadini, che vanno dispersi in diversi paesi.

E numerose sono, in quei secoli, le notizie dell'emigrazione dei camici, in cronico deficit alimentare: basti dire che «cargnel» in Cadore significa «tessitore», un mestiere allora praticato da ambulanti.

Ma la prima vera denuncia dell'emigrazione di massa dalla Patria del Friuli la troviamo in un «prospetto» presentato dall'Accademia di Udine al Luogotenente veneto nel 1789: gli accademici scrivono di «dodicimila persone che girano annualmente fuori provincia per mancanza di impieghi» e di una «considerevole somma di villici oziosi in tempo d'inverno» e di una «quantità sorprendente di persone oziose, parte questuanti, e quasi tutte abili al lavoro». (Citazione da un celebre saggio di Gino di Caporiacco).

Nella seconda metà del Settecento dunque, chi aveva occhi per vedere già notava un grave squilibrio fra popolazione e territorio e proponeva, purtroppo invano, qualche rimedio. Pensiamo alla grande industria di Jacopo Linussio e alle riforme proposte da Antonio Zanon: patate, mais, gelsi, torba! (Ho certamente commentato le quattro voci, ma non ricordo come).

Se poi consideriamo il vertiginoso aumento della popolazione nel XIX secolo - un fenomeno italiano ed europeo, non soltanto friulano - e lo poniamo in relazione con un'agricoltura arretrata, con la fine della pastorizia determinata dalla vendita dei pascoli pubblici, con il mancato sviluppo dell'industria (in molte aree e fra queste il Friuli), con la diffusione dell'oìdio, della peronospora, della fillossera, della dispis pentagona che attaccava i gelsi, con il calo dei prezzi della seta sul mercato internazionale, con la sopravvivenza di patti ancora feudali fra padroni e fittavoli, con l'imposta sul macinato e il servizio militare obbligatorio (una novità assoluta per i friulani, non ancora e orgogliosamente «alpini», fin dai tempi di Napoleone) possiamo ben capire perché la grande ondata dell'emigrazione di massa si sia verificata da molte regioni europee verso l'America dopo la metà dell'Ottocento, e, sempre in quel periodo, all'interno dell'Europa dalle regioni arretrate e sovrappopolate verso le aree sviluppate o in via di sviluppo.

Questo, lo capisco benissimo, è solo un drammatico inventario, le cui voci non possono essere distintamente spiegate in questa sede (anche se,alla fine, sarò lieto di rispondere a eventuali domande), ma credo basti per spiegare le ragioni del grande esodo.

Ecco, ad ogni modo, l'analisi di uno studioso, Gino di Caporiacco, che così elenca le cause dell'emigrazione di massa dal Friuli dopo il 1866: la data è importante perché segna, per la nostra regione, l'inizio del «secolo dell'emigrazione».

I°- Crisi della bachicoltura con conseguente sottrazione all'economia della provincia di 12/13 milioni annui (rappresentanti il 70% circa delle entrate registrate in anni precedenti dal settore), specialmente a danno degli allevatori di bachi.

Visto che dal numero dei gelsi censiti nel Catasto austriaco alla metà dell'Ottocento possiamo farci un'idea dello stato della bachicoltura, sono andato a leggere i registri dell'Archivio di Stato di Udine. Ho saputo così che sul territorio di Buja c'erano allora 1894 gelsi, 119 a Colloredo di Monte Albano, 381 a Majano, 230 a Osoppo, 275 a Treppo Grande. Si ha l'impressione, quindi, che i bujesi avessero puntato sulla bachicoltura per rinsanguare la misera economia agraria.

II°- Crisi della piccola proprietà contadina in conseguenza del calo generale dei prezzi dei prodotti agricoli, delle divisioni ereditarie, della mancanza di capitale, dell'eccessivo frazionamento dei fondi, dell'eccessiva pressione fiscale esercitata specialmente su generi di popolarissimo consumo.

III°- Progressivo regresso sociale, in quanto molti piccoli proprietari, gravati dai debiti e minacciati di rovina dagli usurai, preferivano vendere i loro pochi campi e tentare la fortuna all'estero.

IV°- Massiccia presenza, nella società rurale di sotàns, classe diseredata e abbandonata, più nociva che utile al processo produttivo agricolo, in condizioni di indigenza vergognose e al livello minimo di nutrimento. (Questa è la sintesi della celebre Inchiesta Jacini, decisa dal Regno d'Italia nel 1878).

V°- Eccessivo individualismo, caratteristico della nostra gente, messo ancor più in evidenza dal contatto con una società più evoluta, che richiedeva l'associazione, lo sforzo coordinato, specie per dare vita ad iniziative di carattere industriale e di cooperazione nel settore della lavorazione e vendita dei prodotti agricoli.

VP- Assenza di una volontà di reazione, se si vuole di protesta, sicché la condizione di indigenza veniva assunta con rassegnazione, senza lotta.

E qui lasciatemi citare un brano di Pieri Menis, tratto da «La Madonna dei fornaciai» (pag. 13 e 14):«Un ragazzo arrivato ai 10, 11 anni di età era già maturo, già abile, per essere avviato "in Germania", cioè al duro lavoro della fornace che ordinariamente veniva esercitato dalla primavera

all'autunno, per lo più negli Imperi centrali, ma soprattutto nella Baviera.

Da quel giorno il destino era segnato! L'uomo così iniziato sarebbe rimasto mattonaro per tutta la vita; furono eccezioni quelli che seppero o poterono uscire da questa cerchia ristretta».

VII0- Proselitismo per propagandare l'idea migratoria, svolto da coloro i quali avevano intuito che era possibile realizzare guadagni organizzando gruppi di lavoratori da condurre all'estero, impiegandoli in redditizie imprese o assoldandoli per conto di imprenditori stranieri.

VIII° - Tendenza a considerare l'emigrazione come l'unica forma di scampo a situazioni economiche assai gravi, incoraggiandola nei giovanetti (persino nei bambini) e nelle ragazze. Questa spinta finiva per influenzare generazioni ancora in formazione (intellettuale e fisica), sicché per esse l'emigrazione diveniva l'unica prospettiva di vita.

IX0- Tendenza ad uniformarsi, entro la cerchia paesana, all'opinione prevalente. Così si spiega come in alcuni centri l'emigrazione segni punte altissime, non giustificate da altre ragioni se non dalla propensione ad uniformarsi al costume paesano.

Possiamo considerare, per verifica, i dati sull'emigrazione in Sud-America nel quadriennio 1877-1880: da Buja emigrarono 56 persone su una popolazione di 5.539 (1% circa); da Gemona 529 su 7.665 (7%); da Osoppo 84 su 2.314 (3,6%); da Artegna 80 su 3.030 (2,5%); da Majano 17 su 4.316 (0,39%).

Questi dati dimostrano che i nuovi sbocchi dell'emigrazione esercitano una presa ben diversa su territori molto vicini e omogenei; che i bujesi possono rifiutare l'Argentina e continuare ad andare in Germania, nonostante il calo della domanda di lavoro straniero dopo la conclusione delle grandi opere pubbliche negli Imperi centrali, perché sanno fare un lavoro rifiutato dai tedeschi e ancora necessario.

Per impedire che l'emigrazione fosse l'unico rimedio a un eccesso di braccia in agricoltura sarebbe stato necessario avviare nuove attività produttive di tipo industriale, ma al riguardo risulta illuminante e deprimente, per quanto riguarda Buja, il quadro tracciato da Olinto Mannelli nella «Guida delle Prealpi Giulie» del 1912:

industrie: raffineria di budella e fornace di calce;

latterie turnarie: 4;

emigrazione: centinaia di fornaciai;

allevamento bachi;

noleggio vetture: 2;

riparazione biciclette: 1;

Banche: 1;

Società operaie di mutuo soccorso: 2;

alberghi: 3 con 39 posti letto.

Perché meravigliarsi se a primavera erano migliaia i fornaciai, ingaggiati dai capuçats, che partivano per la Germania?

Non si può dimenticare che Buja era passata dai 3.250 abitanti del 1808 (dato di Francesco Rota) ai 4.790 del 1862 (statistica riportata da Gian Domenico Ciconi) agli 8.581 del 1901, agli 11.373 del 1921 (dati dei Censimenti italiani): una popolazione cresciuta di quattro volte in un secolo, poteva vivere in uno spazio economico quasi prenapoleonico?

Si andava, dunque, fin dai primi dell'Ottocento, quando qui comandava l'Austria. Pietro Menis, infatti, trascrive, nel suo opuscolo intitolato «Buja migrante», una significativa annotazione di mons. Pietro Venier, datata 1873:

«Sono circa cinquant'anni che gli uomini di Buia hanno cominciato a girare le Germanie onde procurarsi il vitto essendo che il territorio non dà da mangiare neppure per la metà di un anno.

Da due o tre anni hanno incominciato a emigrare anche le giovanette. In quest'anno, 1873, da venti a ventidue sono andate in Baviera in una fabbrica di fulminanti».

Si tratta di un brano di estremo interesse perché ci documenta l'emigrazione femminile - qui sta scritto «fabbrica di fulminanti», ma nell'archivio Menis ho visto fotografie che ritraggono giovanette bujesi scalze a far mattoni in Baviera! - e perché dimostra come le correnti migratone tendessero a diventare tradizioni paesane: le ragazze percorrono le stesse vie battute dai fornaciai.

E come andavano, come vivevano ?

Per rispondere a queste domande sarà ancora una volta necessario aprire e leggere «La Madonna dei fornaciai», il bellissimo libro autobiografico scritto da Pieri Menis:

- i primi andavano a piedi, fino a Monaco...

- poi anche in treno...

- le alluvioni...

-  i maltrattamenti alla frontiera italiana sulla via del ritorno...

- il fiscalismo italiano...

- il cottimo...

- formaggio e polenta...

- si lavorava da un buio all'altro...

- gli ingaggi dei capuçats...

- la brutalità verso i bambini...

(Questi punti furono commentati con citazioni che oggi non ricordo).

Si tratta di una testimonianza vibrante, vissuta, patita, ma voglio riportare il discorso sul terreno culturale: perché i bujesi erano fornaciai? Per una tradizione favorita e indotta dal loro habitat naturale, ricco di argilla e torba. Perché andavano «pes Gjermaniis»?

Perché là c'era una forte domanda di mattoni. E del resto l'emigrazione, di massa, ha bisogno di grandi spazi...

Il racconto di Pietro Menis finisce alla prima guerra mondiale, ma recentemente è stata «scoperta» e studiata una nuova corrente di fornaciai emigranti, verso il Piemonte.

È questa, ne sono certo, una novità assoluta per voi che mi ascoltate, e sono lieto di annunciarvela in anteprima: si tratta dell'esito di una ricerca di Marcella Filippa, inclusa da Gino di Caporiacco nel volume «L'emigrazione dalla Carnia e dal Friuli», che sta per essere stampato dall'Ente Friuli nel Mondo.

(Qui fu inserita la lettura di alcuni brani del saggio sui fornaciai in Piemonte).

Come si vede, per un lungo periodo l'emigrazione da Buja trovò le sue cause e le sue spiegazioni nella storia locale, come spero di aver dimostrato documenti alla mano.

Oggi quel tempo è fortunatamente finito. Il secolo dell'emigrazione «classica», cioè conforme al modello tracciato questa sera, è finito, per i friulani, alla metà degli anni Sessanta.

Ma permettetemi di concludere con un ricordo personale.

Venni a Buja per la prima volta nell'estate del 1958, a cavallo di un motorino e per invito di un Calligaro, casualmente conosciuto in spiaggia, a Lignano. «Al bivio per Tarcento, mi aveva detto, giri a sinistra fin che trovi una fornace, non puoi sbagliare, ti aspetto là». Allora le sue parole suonarono come indicazioni topografiche. Ora capisco che contenevano anche, implicitamente, una chiave interpretativa del luogo e della gente, insomma della storia locale.

Il tetto di quella fornace - mi dicono - è andato giù, perché il «quadro» socio-economico è radicalmente mutato. Ma dopo quanto ho detto questa sera, mi permetto di dire che quel tetto andrebbe riparato e quella fornace proclamata «monumento nazionale» di Buja.

Postfazione dell'Autore

Cari amici di «Buje pore nuje»,

ho accettato di rendermi complice della vostra operazione di archeologia culturale (mi avete costretto a lino scavo d'archivio e a uno sforzo di memoria...) soltanto perché, dopo aver riletto le mie vecchie carte (che allego per prova della mia lealtà, e anche per liberarmene...), non c'era nulla da togliere o da aggiungere con il senno di poi. In qualche raro caso ho soltanto migliorato la forma dei miei appunti che, non essendo destinati alla pubblicazione, erano stati scritti, in qualche punto, con eccessiva concisione.

Scrivo, dunque, questa breve postfazione per avvertire i lettori che la mia conferenza non era così «avanzata» come apparve in quella lontana sera di maggio del 1983. Già all'inizio degli anni Sessanta a Fraforeano, il mio paese natale, non si trovavano più «donne di servizio» per la casa padronale, un mestiere ambito fino a pochi anni prima perché esercitabile senza emigrare verso le grandi città e alternativo al duro lavoro nei campi. E subito apparve una coppia di camerieri immigrati dal Terzo Mondo! Quando io parlai a Buja l'immigrazione — non ancora di massa, d'accordo, ma ben visibile — era già iniziata da più di vent'anni. E non era difficile prevedere che sarebbe continuata ingrossandosi.

In tema di immigrazione vorrei osservare, in questi giorni di fine secolo, che dovremmo essere grati agli immigrati, perché sono loro che spesso compiono le «opere di misericordia corporali» (sì, lo so, in una società laica di chiamano «servizi», ma la sostanza non cambia) che rendono sopportabile l'esistenza in determinate circostanze: sono loro ormai che, in non pochi casi, assistono i nostri vecchi; curano, da infermieri e talvolta da medici, i nostri malati; seppelliscono i nostri morti (come attualmente avviene nel Comune di Udine per i «servizi cimiteriali»). E numerosi sono i muratori, ormai ben integrati e friulanofoni, che vengono dalla penisola balcanica, e gli operai dalla pelle nera nelle nostre fabbriche! Se la religione cristiana, così come noi l'abbiamo conosciuta e praticata, durerà anche nel terzo millennio, dovremo importare anche gran parte del clero.

Niente di nuovo, intendiamoci: sono fenomeni già visti altrove, in Francia, Gran Bretagna, Germania, quando il progresso economico spinge in alto la piramide sociale dei nativi, che abbandonano i lavori più umili o mal pagati, ma non è sicuro che i friulani li abbiano visti e compresi nella loro reale portata.

Valga anche per noi, sulla soglia del terzo millennio, il messaggio contenuto su un volantino diffuso in Germania in milioni di copie: scrivi con lettere latine, la democrazia è greca, il tuo Cristo è ebreo, il tuo nome cristiano... (in Friuli potremmo aggiungere: dopo il terremoto ti sei rifatto la casa con soldi di tutti gli italiani, con aiuti austriaci, americani, arabi...), come può essere soltanto uno straniero il tuo vicino dì casa?

A Mulhouse, in Abazia, è stata di recente inaugurata la «rue du Frioul», e il Sindaco della Città ha dichiarato che l'intitolazione della strada vuol ricordare il contributo degli immigrati friulani alla ricostruzione urbana dopo la seconda guerra mondiale.

A Udine già esistono vie intitolate alla Croazia e alla Slovenia, ma potremmo intitolarne altre, nella Città e nella regione, al Marocco, al Ghana, e ad altri paesi che, con il lavoro dei loro figli emigrati, cementano la base economica della piramide sociale friulana.

A voi redattori di «Buje pore nuje» e a tutti i lettori ogni buon augurio per il passaggio dal XX° al XXI° secolo.