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Testimonianze sull'emigrazione stagionale dei Friulani fino alla Prima Guerra Mondiale (Prima parte) di Pietro Menis |
State ascoltando Pietro Menis - Registrazione radiofonica anni settanta
La storia dell'emigrazione stagionale friulana non è mai stata scritta esaurientemente, e, forse per la sua complessità, non potrà mai essere conosciuta appieno. E' la storia di povera gente che non ha avuto i suoi aedi che ne cantassero le gesta, e non ha avuto eroi innalzati sui piedestalli... Agli emigranti, la classe più derelitta della società, chi poteva pensare? Chi poteva pensare alla sua storia? Eppure, anche a distanza di tempo, chi si sofferma a ricercare in questo settore della vita friulana, trova sempre delle « novità » che mentano di essere fatte conoscere. Di questa «germania », come veniva genericamente definita l'emigrazione, entrata ormai nella leggenda, spesso con tinte fosche, come un mito, vogliamo qui testimoniare, con episodi vissuti nella nostra lontana giovinezza, ma che a noi sembrano di ieri. Sono piccoli quadri sia relativi a quella vita di lavoro inumano che, come usavano dire gli emigrati, « lo stesso diavolo dopo tre giorni avrebbe abbandonato », sia relativi a quella prodigiosa energia morale che sosteneva l'emigrante friulano e che, talora, rompendo la rozza scorza, affiorava dallo strato più profondo del loro animo. L'emigrazione « stagionale » dei Friulani, fenomeno secolare provocato dalla povertà della terra, dalla mancanza di industrie locali, dalle condizioni politiche del confine e dalla sovrabbondanza demografica, si svolgeva nei mesi estivi, da marzo a settembre, soprattutto entro le terre che formavano gli Imperi Centrali, cioè la Germania, l'Austria e Ungheria, che si estendevano dal Mare del Nord al Mar Nero. Alle generazioni attuali, quelle dell'era atomica e dell'automazione, il racconto della vita e del lavoro dell'emigrante del tempo appare come una favola inverosimile. Chi riesce oggi a pensare che un ragazzo di dieci anni, l'età dei giochi, delle prime esperienze della vita, abbandoni la casa, gli affetti più cari, la scuola e vada a lavorare in un paese lontano e sconosciuto, fra uomini rudi, abbruttiti dalla fatica? Chi può oggi immaginare che uomini, ragazzi e spesso donne, si sottoponessero ad un lavoro duro, da « uno scuro all'altro », cioè dalle prime luci del mattino, fino all'ultimo guizzo serale? Chi può oggi concepire che un essere, per mesi e mesi, si nutrisse esclusivamente di polenta, spesso malcotta e spesso insipida (perché il sale era un lusso), accoppiata ad una piccola scheggia di formaggio, giacché il chilo che ti veniva fornito alla domenica, dovevi farlo arrivare alla fine della settimana? E dopo una fatica da ergastolani, a sera quei miserabili si buttavano su un sacco di paglia, spesso succhiati dalle pulci, riparati da una coperta, in un lodar umido e buio, senza fiatare. Era pattuito, nella « convenzione verbale, intervenuta fra il capuzzat ed il mattonaro », che anche nei giorni di festa ci fossero delle ore di lavoro, specie per i più piccoli; questi infatti, nella mattina, dovevano drezzâ, cioè mettere ad asciugare i mattoni, fatti il sabato e aiutare a cjapâsrù, vale a dire a mettere i mattoni all'asciutto alla sera. Se nella notte breve, capitava un burlaz, un temporale, era obbligo, scendere in « piazza » e, fra i lampi e tuoni, fra gli spruzzi dell'acqua che ti inzuppava, fra bestemmie ed imprecazioni, provvedere a mettere il « materiale » al sicuro. Per valutare meglio le condizioni dell'emigrante stagionale, del « mattonaro », bisogna soffermarsi su quella che possiamo definire la pagina nera di quella vita, cioè sulla totale mancanza di assistenza sociale e di tutela giuridica. Il « lavoratore », dinanzi al capuzzàt, al datore di lavoro, era ridotto alle condizioni dello schiavo, egli infatti contava finché rendeva. In caso di malattia, il poveretto restava coi suoi guai, abbandonato a se stesso, un rottame negletto... Una testimonianza personale: nel 1907 ero « a fare la stagione » in Croazia. Una notte lo stampatore, Valentino Bernardinis di Zeglianutto, cadde pesantemente da un ponticello di assi e si ruppe una gamba. Il giorno dopo, con un carro agricolo da un contadino del luogo venne portato a Bielowar, dove un medico provvide alla ingessatura dell'arto, quindi venne inviato a casa, in Italia. L'operazione medica non era però riuscita e la gamba restava più corta e malformata, sicché il poveretto, non potè mai più riprendere la sua attività e rimase minorato per tutta la vita. Le provvidenze sociali per i lavoratori verranno più tardi. Ma intanto quanti drammi. Ancora nel 1912, il Console d'Italia a Monaco di Baviera, Sandicchi, in un rapporto, metteva a nudo le verità più crude, sui nostri emigranti. Egli scriveva che « essi sopportano grandi fatiche e si contano di quelli che si accontentano di un cibo e di un alloggio primitivo allo scopo di disporre, in fine di stagione, d'un gruzzolo da recare in famiglia », ed accenna che le responsabilità degli infortuni, delle loro cause e malanni derivanti, vanno attribuite a Italiani e Tedeschi. Come gli zingari, i fornaciai si fermavano nelle fornaci, si installavano nelle baracche e nei casoni e per tutti i mesi di lavoro nessuno veniva mai a chiedere da dove venissero, nessuno a richiedere documenti, nessuno sapeva quanti erano i componenti dei vari « clan » e quale era la loro vita. Per queste situazioni di « privilegio », qualche volta potevano anche sfuggire — come i nomadi — a una ricerca di controlla da parte delle autorità, magari per una lite con i tedeschi ospitanti. Io ricordo questo episodio: nella fornace di Petershausen, diretta da un bujese, Enrico Pauluzzi di Urbignacco, un « mattonaro » suo dipendente, certo Di Giusto, era venuto una sera a conflitto con una schiera di tedeschi sbronzi. Lui da solo, come si era trovato, non poteva tener fronte agli attaccanti e, vistosi a malpartito, afferrò un « mos » di creta e lo lanciò a tutta forza contro la lampada a petrolio che ardeva nella sala, frantumandola; nel trambusto, che seguiva, rovesciava in terra la vetrina delle misure che faceva bella mostra nella birreria. Un fracasso e un fuggi fuggì nel buio. La mattina seguente il birraio con un gendarme si presentava nella fornace per fermare il « malvivente ». Il capuzzàt non sapeva niente... Nel meriggio, quando i fornaciai erano attorno alla polenta tradizionale, Toste danneggiato, con due gendarmi passava in rassegna gli emigranti. Niente da fare, il colpevole non c'era. Il Di Giusto, che sapeva di averla fatta grossa, durante la notte aveva preso il primo treno che passava e si era fermato ad Ingolstat. Lassù c'erano tanti paesani e il lavoro non mancava nemmeno a lui, tanto che poteva tranquillamente finire la sua stagione. IL VIAGGIO VERSO LA « GERMANIA » L'emigrazione dei friulani, nel 1900, scrive Lodovico Zanini, era arrivata alle « ottantamila e più unità, un tredicesimo dell'intera popolazione della regione ». Di questi, ventimila erano fornaciai, in gran parte di Buja e delle zone limitrofe, Treppo Grande, Osoppo, Artegna e Maiano, operai specializzati nel settore, ricercati e stimati dai datori di lavoro. Mentre in altri paesi, gli operai più qualificati in altre attività, aspiravano a diventare imprenditori o capomastri, i Buiesi tendevano ad assumere la direzione di una fabbrica di laterizi cioè a diventare « capuzzàt ». Buja infatti veniva definita « il paese dei fornaciai » per eccellenza, una qualifica che aveva risonanza anche all'estero, e meritata, giacché nessun altro centro ha contribuito in misura così rilevante a questa umile ed antica attività. Al Bujese, da antico tempo, pareva che il mondo del lavoro fosse circoscritto in questo settore e che altre strade nuove non vi fossero. Il ragazzo arrivato sui dieci anni di età, era già abilitato ad essere avviato in « germania », cioè al lavoro nella fornace. E l'uomo, così iniziato, sarebbe stato « mattonaro » per tutta la vita. Si partiva nel tempo pasquale, pess'a poco dal venti marzo al venti aprile, il periodo della trasmigrazione delle rondini; migliaia di uomini e di donne con codazzi di ragazzi, passavano la frontiera e si sistemavano nelle più disparate regioni, nei pressi delle città o dei paesi, nelle valli e nelle foreste, ovunque vi fosse una fornace piccola o grande. Il treno col carico degli emigranti, il treno dai Furlans, partiva da Udine nella tarda mattina; c'era un canto che tutti conoscevano, il lamento di una ragazza che vedeva partire il suo amato. Alle dieci e trenta il treno parte, nell'ultimo vagone sta il bene mio, col fazzoletto bianco mi dà l'addio, col fazzoletto bianco mi dà l'addio... Dai borghi e dai villaggi in quei giorni gli emigranti si avviavano verso la « germania ». Raggiungevano le stazioni di partenza, coi sacchi e le cassette di legno, i fagòz, coi miseri vestiti e alle volte con gli attrezzi di lavoro, caricati su di un carro noleggiato in comitiva, o su un carretto spinto a mano o su una carriola, spinta dai familiari. Presso le stazioni o nelle osterie vicine i parenti con gli accompagnatori aspettavano il ticchettio della campanella che annunciava il treno partito dalla stazione più vicina. A quel richiamo tutti si affrettavano a salutare i propri cari, con strette di mano convulse e con affrettati mandi, mandi, che nascondevano l'emozione del distacco. Sul marciapiede, accanto ai binari, si allineavano i fagòz in attesa del convoglio; a nessun accompagnatore era permesso di entrare nel recinto della stazione. Si saliva sui vagoni affollati, pigiati, costretti a restare in piedi o buttati sulle valigie o, addirittura, i più piccoli, sdraiati sotto le panche. Ad ogni fermata del treno, un vociare confuso di nuovi arrivati, un richiamo od una imprecazione... qualche ultimo saluto dal finestrino, lanciato lontano a qualche conoscenza che restava... Qualcuno riusciva a cantare, sotto l'influenza di un bicchiere di vino ingoiato nel momento della partenza, per soffocare la pena che dentro opprimeva. Nel pomeriggio si arrivava a Pontebba, la stazione di confine di allora e, dopo la visita doganale, restava ancora un margine di tempo per tornare di qua dal confine, per « salutare l'Italia », per bere l'ultimo quarto di vino, ed, i più piccoli, per mandâjù l'ultin got di lat de marne... Verso sera si ripartiva dalla stazione austriaca di Pontafel; solita confusione per prendersi un posto e poi il silenzio... nessuno più cantava, la stanchezza e la malinconia avevano il sopravvento sugli animi. Il convoglio affollato marciava lento e, nelle fermate, i vagoni provocavano urti e scossoni che rompevano il dormiveglia angoscioso... sentivi il richiamo del nome della stazione di fermata ripetuto dai conduttori, quasi fosse una litania monotona... Udivi il fischio della locomotiva che si ripeteva all'infinito nelle gole dei monti e nelle valli silenziose. Nel cuore della notte il treno arrivava a Salisburgo, confine fra l'Austria e la Germania. Solita visita doganale e poi l'attesa per la prossima partenza, buttati in disordine assieme ai bagagli nella sala di attesa. Alle prime luci del giorno i ferrovieri col fanalino acceso in mano e una bandierina rossa ammainata alla cintola, entravano nella sala e cominciavano a scandire i nomi dei paesi che si sarebbero attraversati: una sequela che gli emigranti più anziani conoscevano a memoria e ripetevano come una nenia imparata da ragazzi. E via... Attraverso la Baviera ricca, con le sue folte selve di abeti, per arrivare nella tarda mattinata a Monaco, bella città che incantava la fantasia degli emigranti. Le numerose vie ferrate che si dipartivano dalla capitale della Baviera portavano i lavoratori friulani nelle più lontane regioni dell'Impero Germanico. La « strada » che io percorsi per tanti anni per arrivare al mio « lavoro », era quella di Ingolstadt, città, « che dopo il 1870 venne munita di grandi opere militari »; le fornaci che produssero il materiale per quelle costruzioni, dagli otto ai dieci milioni di pezzi all'anno a mano, utilizzarono la mano d'opera dei nostri fornaciai. Due fratelli di mio nonno, Giobattista e Giuseppe Menis, impresari edili, lavorarono per diversi anni in quella fortezza ed eressero anche una ciminiera, sulla quale era stata murata una lapide con il loro nome. Lasciavamo il treno alla stazione di Pfaffenhofen e di qui, in quegli anni, raggiungevamo la fornace a piedi, passando attraverso campagne, superando villaggi e casali isolati, rasentando foreste, campi arati che si perdevano tra valli e pendii all'infinito, foreste popolate da stormi di corvi che coprivano il cielo... Dopo tre ore di cammino, superando un colle cimato da un castello, scendevamo nella valle dove era il nostro pravilegjo, nel villaggio di Koppenbach. La « squadra » degli emigranti, che ci aveva preceduto sul lavoro per preparare la terra necessaria ad iniziare l'attività nella fornace, ci aveva allestito il lodar, la cuccetta fatta con quattro assi di tavola rudimentali, sulle quali avremmo riposato durante le notti, stesi vestiti, sopra un saccone di paglia. Mentre ognuno pensava a sistemarsi ed a raccogliere le proprie cose a portata di mano, scendeva la sera ed il cogo, che aveva preparato la polenta, dava il segno di mettersi a tavola, picchiando con un randello su di una vanga sospesa ad un filo di ferro; e mentre la polenta, una « forma » enorme che era stata tagliata a fette con un filistrìn, scendeva nella strozza, si tratteneva a stento l'angoscia. Dopo il « pranzo », ognuno alla chetichella, scendeva nel dormitorio in attesa del primo àuf del mattino, mentre nel cielo scomparivano le ultime stelle. TEMPRA DI « CAPUZZÀT » « Le fornaci della Baviera — scrive il console d'Italia in un rapporto — sono più di mille e nella capitale sono così fitte che le ciminiere superano le case. Gli operai che vi sono impiegati sono circa quindicimila; ma stabilire il numero preciso è difficile ». Fra i capuzzàz, ossia capifabbrica, che agivano a Monaco e dintorni, « non meno di quattrocento erano di Buja ». Se i dirigenti di fornaci erano tanti, quanti potevano essere i loro dipendenti? Fra i capuzzàz che dirigevano fornaci alla periferia di Monaco, nel quartiere di Haidhausen, e precisamente a Berg ad Laim, troviamo il compaesano Giuseppe Ursella, fu Gio-Giuseppe, soprannominato Saete, qualifica che con le successive trascrizioni, diventerà Seto, nato a Buja il primo ottobre del 1848 e morto novantenne il 13 ottobre 1938. Di lui si ricorderà in famiglia che a dieci anni d'età veniva mandato a lavorare « in Turchia », un paese lontano che si raggiungeva dopo settimane di viaggio a piedi, attraverso villaggi e città che si perdevano fra campi e foreste sconfinate, dormendo in luoghi di fortuna, in stalle e fienili, mangiando ad intermittenza quello che si era portato da casa o di quanto si poteva ottenere dalle popolazioni indigene. Tra i suoi ricordi di piccolo emigrante c'erano le popolazioni della Bosnia e dell'Erzegovina, dove, « le genti vestivano di pelli... ed avevano aspetto truce... » Il luogo raggiunto dal piccolo Ursella non era certamente la Turchia vera e propria, giacché quel paese non figura nelle storie della emigrazione nostrana. L'elenco dei « Morti per le vie del mondo », desunto dalla anagrafe della pieve di Buja, durante gli anni dal 1813 al 1888, che comprende ben 105 nominativi di quelli, « che restarono emigrati per sempre », non comprende il nome dell'impero di Maometto. Viene pertanto spontaneo di pensare alle terre lontane dell'Ungheria, ossia a quella parte del territorio austriaco che arrivava alla penisola balcanica, confinante con la Turchia, con popolazione di fede mussulmana, comunemente definita « turca ». A sei anni d'età il futuro impresario di fornaci di Monaco, Mestri Bepo, era già stato provato dalla sciagura; infatti gli erano morte la mamma e le due matrigne che suo padre gli aveva messo successivamente vicino, che non gli diedero fratelli e forse nemmeno alcuna comprensione. Immaginarsi quale sia stata la giovinezza di quel ragazzo! Ma un « uomo », come Giuseppe Ursella, non poteva sfuggire al destino, proprio della gente di Buja, intraprendente, cioè di divenire « capo impresario di fornaci ». Il capuzzàt, Ursella viene segnalato a Berg am Lain nel 1875 l'anno del suo matrimonio — e quivi pare che vi soggiornasse per parecchie « stagioni ». Il figlio Ermenegildo nelle sue memorie, ricorda di averlo raggiunto in quel luogo nel 1889, quando aveva undici anni d'età e successivamente a sedici anni, nel 1906, « quando tornai nuovamente in Baviera, per trovare lavoro vicino a mio padre ». A cento anni di distanza le notizie sul capuzzàt mancano completamente e quelle familiari, trasmesse verbalmente, sono frammentarie. Comunque è certo che l'Ursella aveva lavorato e risparmiato con l'intendimento preciso di farsi una casa, tutta sua, e che una volta riuscito, l'avrebbe posta sotto la protezione della Madonna. La casa infatti sorgeva nel borgo natale nell'anno 1888, come testimonia la scritta in ferro battuto che egli faceva fare sulla porta principale d'ingresso. E anche il suo « voto » resta documentato! Chi da San Floriano dal ponte sulla Roggia, prende la via per Tomba, sulla prima casa a sinistra che incontra, può vedere sulla testata del fabbricato, che si specchia nelle acque limpide della corrente, all'altezza del primo piano, una nicchia, protetta da una lastra di vetro, una statua della Vergine che regge il Bambino Gesù. E non è una statua « familiare », per un friulano, ordinariamente devoto alla Madonna delle Grazie di Udine o a quella di Castelmonte o ancora a quella di Barbana: quella è una Vergine « forestiera ». Il nostro capuzzàt, infatti l'immagine l'aveva portata dalla Germania, da Monaco di Baviera, al ritorno in autunno, dopo aver finita la « stagione » ordinaria di lavoro. In famiglia tuttora si ricorda, che la statua ben imbottita era stata posta sul treno accanto al suo proprietario e protetta affinchè nessun danno le fosse arrecato. Sul confine, a Pontebba, l'Ursella l'aveva presentata ai doganieri assicurando che quel « pacco », non conteneva nessuna « materia di contrabbando » e pagava regolarmente la tassa dovuta, il dazio regolare per l'ingresso in Italia della statua. La statua è un'opera in terracotta, dipinta, e misura cm. 75 di altezza e nella successione in famiglia è rimasta in proprietà al nipote Egeo Ursella.
(continua) |