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Se le foto sbiadite

potessero parlare

di Angelo Floramo e Alberto Vidon

 

 

Uno spunto per una Spoon River friulana in Siberia. Se le foto sbiadite potessero prendere voce avrebbero storie da narrare….storie come queste:

 

Luigi Giordani

Oggi, il primo dell’anno 1900 sfida i rigori più intensi del freddo in una lugubre e lorda baracca Giordani Luigi, in compagnia di altri tredici friulani stando sempre allegri in aspettativa di un avenire prospero e lucroso. Sta quindi a Dio il approntarcelo al quale noi tutti altri rendiamo unito i ringraziamenti. Anche il quore. Massovaja, Siberia. Ecco….ho scritto! A fatica, magari e con la  mano che trema. No, mica che sono ignorante e non so scrivere! E’ per tutta la vodka che ho buttato giù stanotte: il primo giorno del secolo, jenfri le buse dal cul dal mont, Massovaja…! Il garmanist russo sta suonando ancora. Nostalgija, dicono loro. Ed è vera…hanno una musica che ti tira fuori le lacrime. Specie quando cantano, anche, con quelle voci…..Specie se hai bevuto. La vodka ti fa un effetto strano, dio bono…è come un sorso di muschio, una botta di giulugne che scende piano nella gola fredda, e che poi ti brucia nello stomaco, e senza che te ne accorgi ti va dritto sulle tempie, te le fa battere forte...E non sai mai se gli occhi ti diventano rossi perché pensi alla tua gente, che è così lontana, a Ursinins, sotto il Monte di Buia…o perché sei cjoc patoc, come tutti gli altri qui: Checo, Sante, Vigj, Gjova….e ti dimentichi di tutto. Anche della fatica. E del freddo. E dei branchi di lupi che girano sempre attorno alle baracche che se non stai attento…. Ti dimentichi del tuono che fa il ghiaccio del Bajkal, quando si rompe, in primavera inoltrata, che sembra un orculat di glace! E ti dimentichi anche di lei, che le hai chiesto di aspettarti, e che se torni la porti in viaggio di nozze a Udine, perfino…e quel cancar di un garmanist, che non la smette di suonare

 

Pietro Vritz

Mi chiamo Vritz Pietro, di Raveo, Cjargne. Vent’anni di fame e salute da vendere. Un pugn cusì fuart che o copares qualunque demal…..Sono quello che è andato a morire più in là di tutti i compagni del paese, a  Habarovsk, che è quasi sul mar del Giappone. Non è proprio Vladivostok, dove c’è il porto, ma quasi. Pecà che non l’ho mai visto io, il mar del Giappone. Non ho durato abbastanza, che sono caduto dall’impalcatura gelata. Con queste mie mani grosse e i piedi tanto grandi che tutti mi hanno sempre preso in giro: pieri lof, mi dicevano. Beh, di sicuro lontano mi ci hanno portato, ‘sti piedi, lunghi e freddi come ciocchi di legno. A Habarovsk in inverno fa meno settanta. Che non puoi nemmeno pisciare, senò ti si congela….e se sputi cade la saliva a blocchetti per terra. E senti il rumore che fa. E tutti giù a ridere! E’ il segnale che non devi scoprire le orecchie, non devi toccarle nemmeno, che si congelano e poi si spezzano. Sai quanta gente senza orecchie ho visto quaggiù io? Si lavora sui ponti, noi tagliapietre, che il sior Bonanni, il capociat, che è di Raveo anche lui, ci dice che siamo davvero i migliori, noialtri. Mai tirati indietro sul lavoro! I piloni si gettano in estate, ovvio, che non è la migliore delle stagioni per lavorare, in quanto che i fiumi qui corrono via, e ti tirano sotto, profondi come laghi, ma rabbiosi. Quando in inverno gelano, con il ghiaccio spesso un metro, allora sì che puoi tirare su l’armatura, e fare la volta del ponte. Duro, ma sempre meglio che in galleria, a farsi sgocciolare il gelo dritto sulla schiena, a infracidire i vestiti che ti vien la polmonite. I cinesi vanno nei boschi a tagliare gli alberi, con i forzati, specie abeti e betulle, che serve per tirar su uomini, e sassi e calcina. Freit. E una neve sottile, che ferisce la faccia, tanto è affilata nel vento. Due grandi cataste di legna arroventate, le pare i pignarui della bassa: una a monte e l’altra a valle del cantiere, quindici, venti metri al massimo da dove si lavora. Giusto per non cricar di freddo, veh! Se è più lontano, anche di poco, non serve a niente, col vento che tira. Ma non credere: arriva una bava appena di caldo, che ti dà del tiepido l’idea solamente….te lo fa appena ricordare, il tiepido, e speri solo che il turno finisca, e di entrare nella baracca, con la stufa enorme che arde, e una boccia di te. Allora ti togli gli scarponi, distendi le gambe….Non lo giuro ma credo che è proprio questo, il paradiso!

 

Valentino Cosani

Al gno nom alè Valantin, chei altri ta foto a son i miei fradis Antoni e Salviestri Cosan, chei di Coda, Coda a si sa ce ch’al ûl dì ma sepidìu parcè chest soranon. In chest an 1903 i sin chi di Osof a Katargianka perché siamo mano d’opera ricercata, dobri raboçcij: tra i mistîrs da nestra int al è chel dai gjavapiêras e dai scalpelins ch’a tirin fûr das gjavas di tof da Fuarteça e dal Cuel di San Roc il matereâl adat par fâ mûrs di cjasas e di braidas, rostas e pui in fin bolognins, scjalas, arcs, colonas, pilastris e architrâfs di puartas, qua si lavora alla costruzione delle pile dei ponti e nello scalpellare il granito siberiano.

Qua si sta in baracche di legno con la stufa di ferro al centro, siamo un gruppo di otto, dello stesso paese, tutti da Osopo. Chi riposa e chi lavora, chi lavora di giorno e chi di notte. Noi siamo siors, dormiamo in brande con materasi e coperte, e non per terra come i lavoratori russi. Si lavora a cottimo, a volontà, anche otto o dieci ore, 6 o 7 rubli al giorno a turno in galleria e ancje se tu ses strac si polsa poche ore e via un altro turno a squadrare pietra in galleria. Il granito è così duro che le braccia e le mani sono intormentate e gonfie per lo strapazzo

Dut chest sacrifici par podè sparagnà; ma ogni tant a si riva a fa un tic di fieste, allora si pronta l’omul’, un pes tant mjor da truta, e fasin la mamaliga e ju vodka tantche i voi a si sierin e i pinsirs a van lontan, pluj lontan da ferrovia.

 

Zuan Collavizza

Tutti maschi della mia famiglia sono emigranti o’ vin la Russia tal sang, mio padre Paolo e i fratelli anche in Crimea: nel cimitero italiano dei caduti del ‘54 c’è una grande croxe di tufo scolpita dalla man forte e sicura di Pauli.

Son nato a Osoppo, a due passi dalla cava della Paluzze, nato tagliapietre e scalpellino, girà pal mond a tagliare pietra, a far muro, a costruire tetti senza tregua tra stenti e fatiche di ogni genere lontano dagli affetti. Qua si lavora con altri del paese, Carlo e Mattia Pellegrini, Antonio e Leonardo Valerlo, chei dal Rai, ma specialmente di sera sento una profonda tristezza, mi pare mi manchi il respiro, vorrei gridare mi mancja tant me mari

Pura femina me mari, Maria, a và in file, arriva con il lume a olio nei mesi invernali e lavora a maglia o fa il rammendo, con il cuore lontano accanto ai suoi cari in terre sconosciute e a conta a chei dal pais “oggi ha scritto Giacomo o Giovanni o Paolo. La stagione è scarsa quest’anno: pochi soldi, Dio provvederà! I figli miei hanno cominciato a lavorare lontano ancora bambini. Quante ne hanno provate!”

Oh sì, ce tantas che vi passât: un amico che lavorava con me nella costruzione della Transiberiana, una notte lo hanno chiamato, è uscito dalla baracca e poi nessuno lo ha più visto … di notte bisogna tener accesi i fuochi per impedire agli orsi di avvicinarsi e uno di noi veglia a turno. Chel puret ha lasciato la moglie e cinque creature, frutins, mancul man che a Osof han vut cur di raccogliere un’offerta per judà che pura famea.

Presto il lavoro sarà finito ma prima di andarmene ho inciso le iniziali sul pilone di un ponte

 …alc di me cal resti in Siberia!

Cui va vie, cui torne a ciase

e cui reste simpri cà:

ma tel cûr vin duc’ ’ne flame

che nissun nol po’ studà.