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Irkutzk, stazione di Irkutzk!

Ipotesi di un viaggio*

 

di Angelo Floramo

 

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Napoleone Locandin veniva da Pradis. Un giorno, mentre attraversava con la slitta la crosta gelata del lago Bajkal, è caduto in un crepaccio. Si è salvato a stento, trovando riparo nella tajga, dove ha acceso un fuoco sopravvivendo a temperature inferiori ai cinquanta gradi sotto zero. Arrampicandosi sugli alberi ha evitato sul fare dell’alba i denti di un branco di lupi. E Giuan dal Fai? Sempre ubriaco, scendeva dal treno, approfittando del fatto che la locomotiva doveva rallentare passando sulle rotaie ricavate direttamente sul ghiaccio; si infilava in una delle tante baracche di legno disseminate lungo la linea, utilizzate dagli operai come punti di ristoro tra un turno di lavoro e l’altro, ingurgitava l’ennesimo bicchiere di vodka e poi risaliva di corsa sul vagone. Domenico Indri, di Ropa, era così bravo nell’arte di scalpellino che un giorno regalò al suo capomastro due pere in pietra verde degli Urali, ricoperte da una leggera patina di cera. Erano fatte così bene che l’ingegnere si ruppe un dente nel tentativo di assaggiarne una. Oggi sono esposte nel museo ferroviario di Cheljabinsk. Storie. Tutto qui? Sarà questa la trama di queste poche righe? Sono solo povere vicende di piccola gente. I loro nomi non sono conservati nei libri, né tantomeno ricordati durante le celebrazioni ufficiali. Ma quello che hanno costruito, la ferrovia transiberiana, che attraversa la steppa, le montagne, la tajga, il ghiaccio, collegando Mosca con Vladivostok, resta oggi un monumento straordinario alla fatica dell’uomo. Le voci che qui abbiamo raccolto, voci sparse, poche note e immagini, bastanti per la suggestione di un articolo, sono la loro storia. Che è anche la nostra storia. Ascoltiamole. E tanto per cominciare immaginiamo un uomo che sta per partire. Lascia in casa un quadro di dignitosa miseria. Dirige i suoi passi verso un destino ignoto, che non sa nemmeno immaginare.

Buja, partenza da casa. Mia cara moglie, è già ora che vada. Di polenta e miseria vi lascio miei eredi, e di questa nostra unica stanza, condita di freddo e di fame. Ma è il partire la pena più grande, il sapervi da sola, con troppe bocche che restano vuote e vi chiedono quello che non gli potete dare. E nel ventre portate qualcosa che non saprò quando nasce. Ma voi so che mi aspetterete…Verrò dopo la stagione degli inverni. Quando sarà passata la neve. Credete alla foglia del sorgo, che vi dirà che la brina non torna. Sarò il rumore dei passi sul selciato, la voce del vento che spinge contro gli scuri.

Stazione di Gemona. Voci confuse sulla pensilina del treno. Furlanie contadina e sottana, che resti mentre io parto. Curva sull’aratro di un campo che non è tuo e che pure lavori. Da Gemona a Udine è tutta una lenta discesa, di colline e di braide, e di pietre tirate su come case: nella nebbia ti sembrano navi incagliate su onde di terra marrone. A Udine si scende, ma per poco, che presto si risale e si riparte.

Stazione di Udine. Terza classe per Trieste, biglietto di terza classe, vestiti di terza classe, faccia di terza classe. In coda un baraccone di legno che sembra una stalla sulle rotaie e documento da tenere alla mano che si passa frontiera prima che te ne rendi conto. Davanti i vagoni dei signori. Sono così belli i signori, come quando si andava a vederli che mangiavano il gelato in Piazza del Ferro a Gemona, di domenica. Così belli che quando passano, non sai perché ma ti viene da toglierti giù  il berretto. Orecchie rosse e berretto tra le mani grosse con le dita grosse di uno scalpellino di Buja.

Stazione di Trieste. E non riuscire nemmeno a vedere il mare. Che mi sarebbe piaciuto un giorno portarci Marie, che non lo ha mai veduto. Io si, una volta, che ho già preso il vapore. Ma non è cosa grande, questo mare. Che puzza di sale e di acqua morta. Terra di muks e di triestini, almeno fino Fiume, che poi sono croati, e ungheresi. E cambia la puzza, non solo la lingua. Sai che non sono la tua gente perché hanno odore diverso dal tuo. Una cosa come di cavolo e cipolla, di grasso di porco e di corean. Mi annuso. E rido. Noi di minestrone e di verza. Di stic. Ma tutti, tutti indistintamente, di rabbia, fame e miseria.

Stazione di Fiume. Qui dicono che sono anche italiani. E che parlano italiano. Un misclic col triestino, a me mi sembra. Ma sui marciapiedi facce croate, occhi chiari e capelli di pannocchia. Mani di lavandaie, povera gente con roba dell’orto nelle ceste, un pezzo di spongje, un pane, roba fresca, che vanno a vendere a Trieste, credo. E da qui a Zagabria un lungo tramonto come di nostalgia.

Stazione di Zagabria.  Notte….ci dicono che a Buda si arriverà nel cuore della notte. Ma che è inutile guardare fuori dal finestrino. Che la pianura è tutta uguale e tanto vale la pena di dormire. E di sparagnar la forza, che il viaggio è lungo ancora tanto, prima di arrivare a lusimpon, che sarebbe a dire a cjadaldjaul.. Se si riesce a dormire su queste panche di legno, la valigia sotto la testa e le pulci sullo stomaco. E tranquillo che non passi frontiera. E’ tutta Austria Ungheria, fino ai monti Scarpazi. Che dio lo benedica, l’imperatore Checo Beppe!

Il treno procede, lento, e macina paesaggi, stati d’anima, miseria, stanchezza, nostalgie…Uszok,  Leopoli, Rovno, Zitomir, Kiev

Stazione di Kiev. E’ il 5 ottobre che partiamo da Kiev. Non sappiamo dove siamo diretti perché le vie dei russi sono molte più assai di quelle dei comuni mortali. I villaggi sono molto miseri. Chilometri e chilometri di piccole case. Da lontano appariscono come fossero grandi città. Man mano però che il treno si avvicina le costruzioni sembrano come vecchi e bassi fienili. Quasi tutte sono di legno o di argilla, alte due metri, coperte di paglia….Tane buone per i cosacchi!

Stazione di Penza. Questa mattina verso le sei e mezza abbiamo attraversato il Volga, che è il più grande fiume d’Europa. Se non lo hai mai visto devi pensare al Tagliamento quando è in piena, che ha slavinato per almeno tre giorni, ma ancora molto più grande. Il fiume è già  dietro a ghiacciarsi.. Il ponte per dove siamo passati è intitolato ad Alessandro II, lo Zar di tutte le Russie. Ma quante sono, queste Russie?. Ponte di ferro, presidiato dai soldati. Non so perché, di cosa hanno paura che gli facciamo, al ponte? Sotto passano barche, chiatte, vapori con dentro di tutto, mucche, cavalli, e tronchi e anche vagoni di ferrovia…..Verso sera arriviamo a Samara. Nevica. Città grande, ma non bella. Sporca direi. Si scende e si deve trovare un rifugio per la notte. Magari in stazione, che sarebbe più caldo.

Samara, stazione di Samara. Qui si vedono i mongoli.. Li ho visti per la prima volta. E tutto cambia. Qui ci si sente per davvero foresti. Non si parla più tedesco, o croato, o ungherese, ma russo Tutto diverso, anche l’alfabeto, come si scrivono le parole, e perfino il nome dei pesi e delle misure che sono diverse dalle nostre. Un funt sono 400 grammi e qualcosa. Una versta è uguale a poco più di un chilometro, un arsin sono circa 70 centimetri. Mi immagino all’osteria dal Tabar: par plasè che mi dedi un funt di pan e un arsin di cordele, ma a la svelte, che par torna a cjase o ai di fa 3 verste! Anche il calendario è diverso. Sono 13 giorni indietro del nostro. Mi ha spiegato un scalpellino di Clauzetto che qui ogni anno tengono una grande fiera che attira carovane da Khiva, Bukhara e dal Turkestan. Pelli, lane, selle di cammello, tappeti, cavalli. Dio ce fieste! Che neanche a sant’Ermacora……

15 ottobre: siamo nella steppa. Pustot, solo pecore e pastori. Cammelli e dromedari liberi, come buoi, mucche, pecore e capre. Di tanto in tanto passa una carovana guidata da quattro o cinque chirghisi. Che sono uomini scuri, bruciati come dal sole e dalla luce e dal freddo. Con gli zigomi sporgenti, gli occhi a mandorla, la barba nera ma solo sul mento, le moschette larghe, rare, mal coltivate, che lasciano crescere ai bordi delle labbra, radendosi solamente nel mezzo. La testa è pelata, e portano un turbante. Un mantello lungo gli copre le spalle. Parlano come furiosi, ruttando suoni che non si capiscono. Sono sempre a cavallo. Di inverno dormono nelle zimovke, così chiamano i loro tuguri di argilla, in estate nelle jurte, grandissime tende a cerchio. Adesso sì che guardare fuori dal finestrino è una cosa davvero strana. Di quando in quando, in lontananza, vedi un minareto che si perde nella steppa.

Stazione di Ufa, 7 novembre. Siamo ormai vicino agli Urali. Scendiamo per una notte. La città è su di una collina. Le strade sono coperte di fango. Non ci sono tram elettrici qui, che gli ultimi li ho visti a Kiev... 10 gradi sotto zero. Slitte e ragazzi che pattinano. Ovunque tartari, e cinesi, che vendono merci orientali. Sono stato in una chiesa ortodossa. Ho notato un continuo farsi il segno della croce. E un passarsi le candele. Poi danno la comunione anche ai piccoli. Tutte le madri portano i loro bambini in braccio fino all’altare. Il pope, che è il loro prete,  prende un po’ di vino in un calice e lo fa bere al bambino con un gucjarin. . Pense tu ce fieste ca sares in Friul! Ho comprato per 55 kopeki una gallina arrostita. Mi servirà per il viaggio dei prossimi giorni. Prendo anche una camicia pulita per un rublo e 50, che sono giorni ormai che non mi cambio.

Stazione di Chelijabinsk, 10 novembre. Siamo oltre gli Urali. E’ già Siberia! Due vagoni a nostra disposizione. Nel mezzo del vagone c’è una grande stufa di ferro. Con un camino che esce dal soffitto. Riscalda e permette di avere sempre acqua bollente per il te, che qui è la bevanda nazionale, oltre alla vodka, una grappa che ti va giù senza che te ne accorgi però.. Dio ce fuarte.  E che buona. Ti scalda lo stomaco e ti fa più allegro. La stufa deve restare accesa tutta la notte, viste le basse temperature, così si fanno i turni per la legna, che non manca per davvero. Un’occasione per attaccare con qualche ragazza. Si, le ragazze, sono le più belle che ho mai incontrato in tutto il viaggio. Una più bella dell’altra. Sarà la mescolanza delle razze che le rende così….speciali. Alte, con gli zigomi sporgenti, gli occhi orientali e chiarissimi, trecce grosse e lunghe….. Appena ci si guarda ci si comprende. Anche se non ci si capisce.

 E ancora treni, e vagoni, e facce e disperazioni…..Omsk, Novosibirsk, Tomsk, Krasnojarsk

E’ il19 novembre. E il termometro appeso al pilone della pensilina segna meno ventinove gradi. Le orecchie cisano e i piedi fanno male: l’unica cosa da fare è batterli in continuazione per terra, per cacciare via il torpore. Ho tossito tutta la notte, per non parlare dei pulci e dei pidocchi che sono cattivi come i nostri, ma più rabbiosi, forse per via del freddo. Con oggi siamo in viaggio da quaranta giorni, se non ho tenuto male di conto! Ma il treno si ferma….forse siamo a…  IRKUTZK, stazione di IRKUTZK!

 

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Così il viaggio, pensato, immaginato in filigrana soltanto, da Buja a Irkutzk. Ma poi, “metti una sera d’autunno un viaggiatore…”; che al mondo risponde al nome di Romano Rodaro, così celebre ormai tra coloro che si interessano del lavoro dei friulani in Russia che non ha bisogno di presentazione. Metti che questo viaggiatore abbia più volte calpestato il suolo della Siberia, per un sogno, una passione che lo rende inquieto apritore di piste, scopritore di storie da raccontare, e che speriamo, un giorno, ricucia insieme a costruire la trama di un meraviglioso racconto. E metti che dalle sue tasche escano tre lettere, scovate in chissà quale soffitta di emigranti, salvate dal fondo di qualche baule della memoria, nella Francia in cui ora vive. E per qualche strana alchimia, leggendole, ti rendi conto che la verità dei fatti è capace di emozionare ancora, con la scarna tragedia di chi è lontano nel tempo, le carte sono state vergate nel 1894, e nello spazio, perché chi le ha scritte si trovava in Siberia. Pochi fogli, che qui riportiamo nella loro sgrammaticata poesia, senza aver corretto o normalizzato nulla, se non la punteggiatura. La lettura non è agevole, dunque va meditata, ma vale la pena inciampare sulla grammatica, ritornare indietro sul significato di ogni parola, perché ogni segno è stato impresso con dolore, e merita rispetto. Le carte parlano di stenti, di sacrifici incredibili, di nostalgie. Ci aprono la porta di un izba di legno, con il tetto di terra, dove il freddo è estremo in inverno (puoi anche indossare tre paia di calzoni, ma è come se tu cercassi di coprirti con una rete: il freddo ti attraversa comunque), almeno quanto lo è il caldo in estate. E poco da bere, poco da mangiare. A più di un secolo di distanza quelle carte hanno ancora il sapore della fatica, della preoccupazione per gli affetti lontani, per una miseria in rubli risparmiata con il sangue e inviata  “a rischio pericolo” a casa, da cambiare senza farsi imbrogliare, magari chiedendo al figlio del farmacista, che lavora in banca a San Daniele ed è amico di famiglia. L’uomo che scrive ha un nome e un cognome, Francesco Concina. Parla delle sue paure, elargisce alla moglie lontana piccole perle di saggezza, del tipo “guarda di fare e di ascoltarmi me, di non intrigarti con nesuni e in riguardo di mia madre guarda di iscrivermi il tuto sinceramente”. Con stupore le racconta della sua povera ma straordinaria vita, dei suoi vestiti di cuoio foderati con pellame, tra tartari, gelo, pidocchi, pane nero. Il cuore non è mai partito. Chiede che gli venga spedita la “Patria del Friuli”, rincorre il prezzo della biada, le fattezze della madre o della “madone”. Preoccupato che possano fargli qualche “dispetto” approfittando dell’ingenuità di una moglie lasciata sola a provvedere ai figli e alla casa. Ma lasciamo che sia lui stesso a raccontare. Perché ogni ulteriore commento sarebbe inutile e meno efficace delle sue parole.

 

Cara mia moglie, Burlakova (?) il 2 giugno 1894. Non manco, cara mia, a notificarti con questa mia seconda letera il mio stato di buona sallute a ringraziando il Cielo. E così vorei sperare di te e di tuta la intiera familgia e della familgia del cugiatto Danielle. Così qui ti spedisco a rischio pericolo le 50 lire italiane, ma in letera raccomandata, che toca pagarla per 3 mani prima che arivi in posta. Così, cara moglie, ti prego: subito che tu la ricevi guardati di farmi pronta risposta de li denari; guarda di pagar li 3 slagii di biava a quelli della cella e una lira a mia madre e romanente; guarda che in fino che non è risparmiato tanto di poter far afronte, ai Dio permettendo di sallute, non ti spedisco per il motivo che mi trovo distante 100 miglia distante di posta. E in quelora ho che davo overosia che mando. E tu sallutarai il conpare Cescuti Antonio e tu di dirai che stia tranquilo che se Idio mi permete salute non temo nula. Altro fami sapere se ti seguitano ancora con farmi ancora dispetti, e come che agise mia madre, e tu mi farai sapere se tu hai ricevuto le sei lire che ti ho spedito cun la letera delli in data data del 19 maggio. Così ti racomando di farmi per la melgio che qui ti facio un poca di spiegazione: che se non fano la ferovia sarà dificile a venire di ritorno per il motivo che se ti avesi di racontar il tuto sarebe molto longa, che in queli 17 giorni che abiamo fato in questi cari e senpre a galoppo, che abiamo fato chilometri 1575, e così abiamo pasato dei posti che abiamo avuto il giello alla barba 10 centimetri longi, che abiamo pasato un lago di 7 chilometri con 15 cari tuti dietro all’altro, con cinque persone per caro senpre a callopo di sopra il gielo, e arivando in un paese all’altro tuti ingiellati e pieni di fame; e non trovar nula da mangiare e in tanti posti si trovava solo che pan negro e tuto ingiellato di non poterlo rompere, che se lo vedete in nei nostri paesi credete che sia un piezo di tera ingielata. Così entro il viagio non ho potuto veder un bichier di bira e nepure qui non ce n’è; per bevere si trova late. Altro più ti dico che non ho mai pasieduto tanta sporchizia che toca posiedere qui in Siberia, che hano ragione a dirsi Siberia che sempio di tuto: cimici, pulzi, pidochi, di tuto; per le case non lavano mai la roba che si mangia, in soma è un po’ di tuto, che se ho di racontart il tuto mi vole cinque folgi di carta. Altro non mi alongo che ti racomando di farmi per la melgio e guarda il più che ti racomanda di oservar i nostri affari e nei fati delgi altri non sta a ntrigarti di nulla, meno che sia posibile, che stando lontani non costa denaro. Così non mi resta conchiudo col salutarti in unione ai nostri cari filgi e madre e tuti, dandoti un bacio a tuti di cuore e in conpania al Cugiato Danielle. E mi firmo il tuo afezionatisimo marito Concina Francesco, pronta risposta. Al motivo che non ti spedisco la sopra coperta con la direzione è per che è tropo picola che non sta bene la direzione di sopra. E qui fa molto caldo in ora, e se ancora la neve per questi fosi. Questa è la direzione. Siberia Russia Praskokovo Kantora Maburno Stazione postale sub. Tomsk.

 

Cara moglie, *** il 4 luglio 1894. Non manco con questa mia terza letera a notificarti il mio stato di buna salute a ringra(ziando) Idio. Così vorei sperare di voi tuti colà, asieme la famiglia del cugnatto Danielle. Qui ti fo sapere che se non avesi di tribular tanto io sarei contento a esere venuto qui, ma non mi spiego il tuto il perché ci vorebe molto tempo spiegarti il tuto. Perché qui siamo in compagnia mescolati asieme a dei tartari; noi si siamo come il loro dio, ma bisogia lasiarli, e non si trova che carne e del pane e raramente solo che qualche butilgieta di aquavita, e anche quella cara al infenito, e la carne è molto cativa e per bevere non si trova solo che late vicino li paesi. Ti dico che se non avesi la speranza di risparmiarmi qualche cosa, se il nostro signor Idio mi permetesi la salute, io ti dico che tu avevi ragione e a dirmi che non venisi di queste parte, il perché qui in Siberia è di tuto fuori che del bene, il perché qui sono giente tuti esliliatti della Rusia, il perché sono cento secoli indetro: solo briganti per suchiarmi il denaro che non sano che dimandar del suoi gieneri e ano le case tute in legio e coperte di tera. E cafè: dopo che sono partito da Udine qui non sano nepure cosa è il cafè, che per bevanda bevano del te e questo è la gran bibita dela Siberia. Di quelo non ne manca. E lontano di uficio di posta che se anche tu mi avesi di iscrivermi tanta longa prima che io la ricevo, il perché va alla concelaria del padrone prima di tuto. E poi il tuto che ti racomando: guardati non spedirmi letere raccomandate, il perché mi toca a dar a riceverle aconpagniato dei giendarmi a riceverle circa a 200 chilometri distante. Così qui ti fo sapere che il 19 magio ti ho spedito 6 lire e il 29 magio ti ho spedito lire 50 in letera racomandatta e fami sapere il tuto se tu hai ricevute e qui ti spedisco la direzione che sun la coperta, che fa di bisogno sollo che tu meti solo il francobolo da 40 centesimi per spedirla, che quei 50 lo gò di risparmio, mediante che il padrone ha spedito un inviato con denaro per vivere e per belgietto, ma abiamo dovuto spetare 4 giorni al cunfine e abiamo tuto pagatto; solo bisogna che pagiamo il danaro per vivere ma il padrone incominciando dal confine ne paga metà le giornate in fino che abiamo incominciato al lavoro. Così qui spedisco ruboli 175, dico rubi cento e settantacinque, e così riviene in cerca italiane lire 5.45 che ho cambiato io a Viena al 3:02 per cento. E il tuto che ti racomando: guarda di venire sola in San Daniele a contarli che tu avertirai la moglie di Quain Davito e un’altra qua conpagnia di questi; tu pagarai il conpare Cescuti di pagar 440 sollo e per la diferenza tu dirai con la maniera che quando che vengo a casa io continuaremo il tuto; guarda che alla banca di San Daniele tu pol parlar con il filgio del spiziar che era in Clauzetto prima di cambiarli, che lui ti darà tuto, che io ho parlato con lui. Ti prego di far ben atinzione, che io ti dico non ho mai tribulato tanto come qui, e tuto il più che non si trova nula per bevere e esendo caldo. Altro non mi alongo che vi salluto tuti di cuore dandoti un bacio e mi firmo il tuo fedel marito Concina Francesco e tu mi spedirai il belgieto de la cambia dopo che tu hai pagato il conpare. Adio e adio.

 

Stimatissima mia moglie, Polomossna (?), il 24 ottobre ’94 Da novo vengo con questa mia iscritta facendoti sapere il mio stato di buona salutte a ringraziando il nostro supremo dio. Così vorei sperare il medesimo di voi tuti colà, asieme dei nostri cari filgi. Più di tanto sono molto dispiacente il perché non so il motivo che non ho ricevuto risposta dela letera che ti ho iscrito io in dato il 10 agosto, li 17 una letra, e li 18 settenbre, e una il primo ottobre, sichè io ho bensì ho inteso da Miorini novità di casa e ancora di altri amici, ma tutavia desiderandovi aver di casa, il perché io non ho mai tranquillità per in via che ho inteso di certe cose; per tranquillarmi io sarà dificile, ma tuto ciò cara mia moglie ti prego: guarda di fare e di ascoltarmi me, di non intrigarti con nesuni e in riguardo di mia madre guarda di iscrivermi il tuto sinceramente. Il perché io sono qui o per mio caprizio o per mio destino o per mia opinione, con l’intenzione di guadagnarmi un pezo di pane in a ora che sono ancora in media forza, per quanto che sarò capaze di guadagnarmi; in riguardo a mia madre che ella mi tormenta di non lasciarmi tranquilo, vorebe che fosi qui a provar il tribillo che mi toca provar a me. Ho tribulato questo istate per mancanza che non si trovava il necesario per il vito, e ora che è già arivato il fredo, che a stento 3 paggia di calzoni è come che sia stesi una rette in torno, e ancora mal alogiatti. Così vorebe at a provar un solo mese, che non sarebe mai tanto crudelle di non piangere tuti i giorni che mi ha meso al mondo guardi questo destino; e qui ancora meno male in dove che andiamo avanti ancora circa a 800 chilometri, che colà si chiama il deserto de la Siberia e così facio per dirti che quel poco denaro che mi resta è tanto sangue. E tu farai legere anche a mia madre questa letera da mio cugiato e conpare Daniele e così per il medesimo incontro tu gi darai a lui che che gi consegi 10 lire che ti spedisco, che in dove che andiamo nel deserto viene da 10 a 15 gradi di fredo di più di qui e cetera, così poi qui ti notifico. Poi ho dovuto trovar at in prestito per vestirmi tuto di curame isfoderato di pecora, per arivar a spedirti questa soma. La soma che ti spedisco è di rubi 300, dico trecento, di quali tu anderai sola at a canbiarli in San Daniele e tu ti informarai prima con il filgio del farmacista che era in Clauzetto alla banca inpiegato, così tu pagarai Brovedani Antonio, e tu gi farai grande ringraziamenti e tuti a quali, e poi Giovani Del Misier; ma guarda di andar in segretto a quelle lire 106, alla comare 106, a suo filgio 100, e al sigior Antonio Brovedani 424, che in tuto forma lire 7,36; poi lire 2 a tua madre, mia madone, e come ti ho deto di sopra 10 a mi madre, che in totale 7,48 lire. Così guarda del zio Danielle che ti pagi e se no ti darà di pagarti il Gian Mari Fabrizi Pezette, non sta a dirci nula; poi tu mi farai sapere quanto foragio che tu hai in Pozalis, e se tu hai tornato a recuperar la capara, e poi tuto fami sapere dei nostri afari di casa e dele novità, e il prezo della biava, che qui non abiamo nessuna notizia. Mi faresti un favore a spedirmi la Patria del Friuli; e poi tu farai per favore al conpare Luigi questo bilgietto e a caso che non mi favorisca ti indicarò qualcun'altra piaza giù dele fornaze per suo castigo, che verà domestico per forza. Tu farai dire una mesa cantata al Crucefisio, overosia dala Gisiute, che qui non si trova chiese, e tu mi ispedirai il bilgieto di canbio. Altro non mi alongo che vi salluto tuti in una parola sola, parenti e amici. Mi firmo il tuo marito Concina Francesco pronta risposta infalibile.

 

 

* - Dalla suggestione dello spettacolo “Irkutzk, stazione di Irkutzk”, tenutosi a Villacaccia di Lestizza, nell’ambito delal rassegna “In File”, ai Colonos, venerdì 6 febbraio 2009.