I fornaciai bujesi nelle fornaci friulane di Valentina Piccinno | |
É noto che fin dalla metà del 1800 il graduale aumento dell’industrializzazione spinse [...] i lavoratori, che, spopolando i natii borghi alpestri e gli aperti campi della pianura, si recarono in estranee contrade in cerca di lavoro, è certo uno dei fenomeni più caratteristici della vita sociale del Friuli. [...] [1]. Nel corso del secolo XIX in Europa si manifestò l’idea di costruire agglomerati urbani con interventi pubblici e privati, esisteva la necessità di ammodernamento di tutte le infrastrutture territoriali esterne ed interne alle città: si pensi alle rettificazioni stradali, l’introduzione dell’illuminazione pubblica, la realizzazione di palazzi comunali, poste, scuole, tribunali, ospedali, ospizi, carceri e il potenziamento della rete stradale suburbane e postali, le sistemazioni fluviali, la realizzazione della rete delle acque interne per uso agricolo, la creazione della rete delle strade ferrate e la costruzione di ponti richiesero grandi quantità di manodopera: e fu così che dal Friuli partirono per Austria, Francia, Croazia e Germania uomini, donne e bambini per rispondere all’incessante richiesta di manodopera. Va ricordato lo sviluppo che in tutta l’Europa andavano assumendo le industrie e la rivoluzione della produzione capitalistica era entrata nella vita familiare di quei tempi. In Patria la crisi del lavoro e la conseguente assoluta mancanza di richiesta di mano d’opera fu causa dell’emigrazione degli operai. La manodopera che si spostò all’estero investì i più svariati settori d’impiego: muratori, tagliapietra, falegnami, fornaciai, addetti ai lavori campestri, braccianti, artigiani, domestici e nutrici. L’emigrazione temporanea in Friuli testimoniata da scritti e articoli sui quotidiani dell’epoca riportano cifre altissime si calcola che nel solo 1889 il 61,42[II] per cento degli agricoltori espatriò per cercare occupazione. L’emigrazione temporanea cominciò con lavoratori generici che attraversavano le Alpi in primavera per poi tornare in patria alla fine dell’autunno, la maggior parte degli emigranti esercitava l’arte muraria e la fabbricazione dei laterizi[III]. Non è possibile stabilire chi fu il primo ad avere l’idea di far venire per questo scopo dei lavoratori dall’Italia [...] si può forse risalire ad una tradizione del diciassettesimo secolo, allorché la principessa (elettrice) Adelaide Henriette (che proveniva dalla casa di Savoia e che regnò dal 1652-1676) fece venire dall’Italia in Baviera muratori, stuccatori e affrescatori.[IV] Fino al 1877 il viaggio verso “le Germanie” era fatto a piedi, attraverso i passi alpini, impiegando una decina di giorni, e fu solo a partire dal 1878 che venne istituito un collegamento ferroviario da Udine a Monaco (una curiosità: il prezzo del viaggio era di dieci lire; 1 Marco equivaleva a 1,24 lire). Tra il 1895 e il 1914 lasciarono definitivamente il Friuli 92.419. Se l'emigrazione definitiva era un fiume, quella stagionale era un mare: in Austria, in Germania, in Russia (all'epoca dei lavori della Transiberiana): in base al censimento demografico del 1911, risultano temporaneamente assenti 91.655 cittadini. Solo una piccola parte di questi emigranti poté trovare lavoro in Friuli durante l'Ottocento grazie a coraggiosi tentativi di industrializzazione ed è proprio di quest'aspetto che vi voglio raccontare. Fin dal 1866 quando si diffuse nella Provincia del Friuli la fornace “a fuoco continuo” progettata dal berlinese Friedrich Hoffmann, i buiesi, ebbero un ruolo importante non solo come semplice manovalanza ma anche come direttori di stabilimento e imprenditori. Molto si è scritto del ruolo che un gran numero di lavoratori friulani ebbero nelle fornaci in Europa ma poco si conosce di quei fornaciai che rimasero a lavorare in "Patria" e nulla si conosce del ruolo che assunsero nelle fornaci della Provincia del Friuli. Già dal 1876 a Buia, fu eretta una fornace “a fuoco continuo”[V] per laterizi da Pietro, Giuseppe e Mattia Calligaro e Pietro e Angelo Nicoloso, con lo scopo della cucinatura e smercio di ceramica ordinaria, come mattoni, coppi e tavelle, di calce e cementi. Questa fornace era conosciuta in tutta la provincia per la qualità dei laterizi prodotti, e rimase per Buja un esempio d’industrializzazione ottocentesca e di sperimentazione che perdurò per quasi tutto il XX secolo. Altri buiesi in diverse località del Friuli s’insediarono con fornaci "a fuoco continuo" del tipo progettato dal berlinese Friedrich Hoffmann. Per la costruzione avvenuta nel 1902 di una delle due fornaci erette in comune di Fagagna, Pietro Savio fu Antonio fornaciaio di Buja[VI] acquistò con i fratelli Luigi e Francesco Pecile un terreno sul quale edificarono una fornace “a fuoco continuo”, come attestato da una ricevuta di pagamento del 1901: della Fabbrica Laterizii [sic] in Fagagna, Pecile e Savio. Pietro Savio, nella società con i fratelli Pecile, era il socio esperto di lavorazione e cottura della terra cotta, era un fornaciaio con le conoscenze tecniche e fu indispensabile per la costruzione e l’avviamento della fornace a sistema moderno[VII]. Da una lista dei lavoranti in fornace di una cittadina alla periferia di Monaco risulta che Pietro Savio di Buia era un “capo fornace” esperto e che inoltre si occupava del reclutamento in Patria dei fornaciai per la produzione dei laterizi è evidente che in quel periodo della sua vita abbia maturato l’esperienza nel settore dei laterizi. Tornato in Friuli divenire proprietario e responsabile tecnico di una fornace a sistema Hoffmann. Anche in Carnia, terra d’intenso flusso d’emigrazione, fu costruita una fornace Hoffmann “a fuoco continuo” per opera di un buiese. Sul finire dell’Ottocento ad Enemonzo per opera di Angelo Venturini fu Pietro, industriale e possidente, nato a Buia e residente a Enemonzo, fu costruita una fornace a sistema moderno. Nel 1894 i signori Giovanni Battista Tondolo fu Carlo, Francesco e Luigi Aita di Domenico, Domenico Aita fu Francesco e Carlo Eustacchio fu Giorgio, tutti possidenti, fornaciai e domiciliati in Buja, costituirono, in tre parti uguali, una società per l’impianto ed esercizio di una fabbrica di laterizi ordinari, con un capitale sociale di lire 21.000[VIII], al confine tra i comuni censuari di Colloredo di Montalbano e Moruzzo. Alcuni anni dopo Giovanni Battista Tondolo di Carlo, Francesco e Luigi Aita di Domenico, Domenico Aita di Francesco vendono la loro quota sociale a Giobatta, Giovanni, Agostino e Leonardo Franz anch’essi fornaciai domiciliati in Buja. La fornace di Zegliacco di proprietà Angeli, situata a pochissima distanza dalla fornace di Urbignacco, era organizzata come un moderno sistema amministrativo, i proprietari affidarono l’incarico della gestione a Giovanni Battista Calligaris di Buia. Alcuni anni più tardi la stessa fornace "Angeli" era guidata da Giovanni Battista Nicoloso e Pietro Baracchini di Buja.
NOTE [I]Cfr. G. Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Roma 1903, p. 5. [II] Ibidem, p. 53. [III] Per le caratteristiche e le cause dell’emigrazione si veda B.M. Pagani, L’emigrazione friulana dalla metà del sec. XIX al 1940. Udine 1968 e G. di Caporiacco, Storia e statistica dell’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli, Udine 1969. [IV]Cfr. F. Lutz, I fornaciai friulani in Baviera, Chiandetti Editore, Udine 1994, p. 36. [V] Cfr. V. Piccinno, Luoghi, architetture e imprenditori. Fornaci "a fuoco continuo" in Friuli. 1866-1920, ed. Il Campo, Udine 2001. [VI] Ibidem. [VII] Di questa fornace rimangono ancora visibili i resti materiali. [VIII] Cfr. V. Piccinno, Luoghi, architetture e imprenditori. Fornaci "a fuoco continuo" in Friuli. 1866-1920, ed. Il Campo, Udine 2001. |