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L'emigrazione bujese 

in Venezuela

oggetto di una tesi di laurea

di Rita Schiratti Zontone

 

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Vedi anche:   "Lis immagjnis de int di Buje in Venezuela" di Egidio Tessaro

 

Buja, come molti altri paesi del Friuli, ha vissuto uno sdoppiamento della propria comunità a causa del fenomeno dell'emigrazione. Cittadini bujesi si possono trovare in molti Stati del mondo, in particolare una consistente comunità bujese si è stabilita in Venezuela tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni sessanta.

La mia ricerca è il primo studio approfondito di tale fenomeno migratorio. Ho utilizzato in maniera privilegiata gli strumenti metodologici della «storia orale», anche per la scarsità di riferimenti di carattere documentario. Questa metodologia consiste sostanzialmente nel ricostruire il contesto economico, politico e sociale attraverso le storie di vita individuali o i racconti particolari emersi dalle interviste a emigranti rientrati o ancora residenti in Venezuela. Dalle narrazioni ho potuto ricavare non solo gli aspetti più «antropologici», quali l'integrazione nello stato straniero e nel mondo del lavoro, ma anche dati quantitativi non derivabili dalle fonti scritte. In una prospettiva di questo genere l'utilizzo della fonte orale non è stata solo una tecnica di indagine complementare alle fonti scritte, ma è divenuta strumento d'indagine principale, con valore proprio. Il metodo scelto è stato quello dell'intervista condotta in maniera non formale, lasciando libero l'informatore di raccontare la propria vita come in una sorta di autobiografia, registrando contemporaneamente le conversazioni su nastro.

Dalle notizie fornitemi dai miei informatori risulta che i primi viaggi di bujesi in Venezuela risalgono agli anni 1933-34 quando alcuni «maritims», tra cui un certo Mario Piemonte, toccaro­no quelle terre mentre si recavano in Cile. In seguito fu una Calligaro di Urbignacco al servizio dell'industriale milanese Pisanti che negli anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale seguì il suo padrone che andò a Caracas a fondare una fabbrica di chiodi.

Il primo vero emigrante bujese in Venezuela fu, nell'anno 1946, Mario Nicoloso che nei giorni successivi alla Liberazione dovette andarsene da Buja per motivi politici e decise di seguire l'esempio di altri commilitoni che laggiù trovarono scampo. Negli anni seguenti a poco a poco emigrarono i fratelli Vattolo, i fratelli Nicoloso, i cugini Gallina, i Miani, i Pezzetta, i Maschio, i Calligaro, ... sino ad arrivare a varie centinaia di bujesi sparsi nel Paese sudamericano, impiegati soprattutto nel settore dell'edilizia, nell'industria dei laterizi, nella falegnameria, nella carpenteria metallica.

Ho poi integrato e comparato i dati delle fonti orali con quelli ricavati dalle fonti scritte. Secondo i Registri delle Pratiche di Emigrazione e di Immigrazione del Comune di Buja nel periodo compreso tra il 1946 ed il 1996 gli anni di maggiore emigrazione sono stati quelli tra il dopoguerra e gli anni sessanta mentre l'immigrazione raggiunge i livelli massimi in due momenti: la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni settanta fino al periodo del terremoto. Secondo le fonti documentarie su un totale di 7277 persone emigrate, 1239 si sono recate all'estero e 86 in Venezuela. Negli stessi anni sono rientrate 8219 persone, 1767 dall'estero e 130 dal Venezuela.

Ho constatato una notevole discrepanza tra le* fonti scritte e quelle orali, sulle quali è basata la mia ricerca. Ad esempio della vasta emigrazione bujese dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento è difficile trovare traccia nei registri comunali, eppure numerose testimonianze scritte e orali ne confermano la veridicità. Per quello che riguarda gli anni che vanno dal primo Novecento ai giorni nostri dallo studio dei Registri delle pratiche di Emigrazione del Comune di Buja è emerso che solo dal 1937 si cominciarono a registrare le emigrazioni all'interno del territorio nazionale e comunque sino agli anni della Seconda Guerra Mondiale non risultano cittadini partiti per l'estero. La vasta storiografia bujese e le mie interviste contraddicono questi dati.

Gli aspetti salienti emersi dalle interviste si possono così riassumere:

• la necessità di allontanarsi dal Friuli che negli anni '50 non offriva molto ai suoi abitanti perché la sua economia era segnata da squilibri quantitativi, provocati da un'offerta molto superiore alla domanda, e da squilibri territoriali, fra le province della regione e fra le zone urbane e rurali;

• la possibilità di realizzare in Venezuela quel progetto di mobilità sociale che probabilmente in Europa non avrebbero potuto sviluppare allo stesso modo;

• la facile interpretazione nel mondo del lavoro data l'importanza del contributo italiano per lo sviluppo economico del Venezuela, specialmente nel processo di urbanizzazione e di industrializzazione, nel settore edile, nell'industria del ferro e in quella petrolchimica;

• un buon inserimento nella società locale venezuelana grazie  alla permeabilità  di quest'ultima, senza che tuttavia questo abbia avuto un effetto disgregativo nel senso di un assorbimento completo o di una sparizione del gruppo originario friulano, col quale quasi tutti gli emigranti hanno mantenuto un forte legame. È da sottolineare come sia stata e resti fondamentale per gli emigranti in particolare e per tutti i bujesi in generale conservare l'uso della propria lingua. Essa infatti era chiaramente un simbolo di distinzione, di identità culturale, di appartenenza alla propria terra anche se fisicamente lontani migliaia di chilometri.

Per ciò che riguarda il rientro a Buja si deve fare un distinzione tra l'inserimento lavorativo e quello sociale. Per il primo si può certamente affermare che l'esperienza e le rendite accumulate all'estero hanno contribuito in maniera significativa al notevole sviluppo di quest'area del «Nord-Est». Per il secondo si deve sottolineare la difficoltà del reinserimento sociale, molto più difficile di quello lavorativo per quasi tutti. Venuti a contatto con valori e modelli comportamentali delle società industriali non riconoscevano più come propria la tradizionale vita del paese che tra l'altro aveva mutato sia l'aspetto urbanistico che quello sociale in conseguenza del terremoto e dello sviluppo economico.

 L'esperienza migratoria è avvertita in generale come positiva, non solo per la possibilità avuta di un lavoro e di un futuro migliori, ma anche per quello che loro hanno saputo dare al Paese ospitante e alla sua gente. Sono riusciti ad integrarsi in Venezuela, conservando e riuscendo a trasmettere la propria lingua e i propri costumi, mantenendo una propria identità tanto che i valori e le risorse creative non sono andati attenuandosi, ma al contrario si sono fortificati anche grazie al generale successo dell'esperienza migratoria. La maggior parte dei bujesi ha ritrovato a Buja quella ingegnosità e quella creatività che avevano loro permesso il positivo inserimento nella società venezuelana.

Interviste del 6 aprile 1996 e del 3 gennaio 1997 a Olinto Gallina. Estratto.

Olinto Gallina, nato a Buja l' 11.01.1923, emigra in Venezuela nel 1950 dove continua l'emi­grazione bujese dei fornaciai lavorando per venti anni nella ditta di un compaesano e poi mettendosi in proprio. È stato un'ottima fonte di notizie per la mia ricerca data la precisione con cui ricor da date, numeri e tutto ciò che riguarda l'emigrazione bujese.

A: Informatore            B: Intervistatore.

A: Mi chiamo Gallina Olinto.

B: Cuant isal nassût? A: Nassût l'11 di genâr dal 1923. B: A Buje? A:  ABuje  [...]

B: E in ce an isal lât in Venezuela? A: Jò 'i soi lât el mês di luj dal 1950 [...] 'I soi rivât lajù, mi an dât ospitalitât, acogliment, i parenti Nicoloso di Buja, «Busùs», ise vere, ch'e vevin ativitât in costruzion, in edilizie, ise vere. B: In ce puest isal rivât lajù?

A: Te capitâl, te capitâl dal Venezuela, Caracas. I Nicoloso 'e vevin une ativitât a lì ben plantade, 'i soi stât simpri lì, nella capitale Caracas [...] cinque anni di attività edilizia dopo uno dei tre fratelli, che al 'ere Giacomo, Elio e Diego. Elio il secondo dei fratelli residenti in Venezuela al à fate une fornâs di modons e jò 'i soi lât cun lui. Chi âtris doi 'e an continuât te edilissie e jò 'i soi lât cun Elio, o Tite clamât, in te fornâs. [...] Alore, un primo momento 'i vin vivût cu le famèe Nicoloso in t'une comunità, ch'e jerin tutti parenti, praticamenti come une ventine, 'i vin vivût quatri ains in chê formule lì, dopo, alore gno fradi al è vignût sù e si è sposât, âtris componens ch'e 'erin i Giacomini di Colosoman, 'erin Tonino e Tessaro di Ursinins Pizzul... a pôc a pôc si è disgregade cheste comunitât compate ch'e jerin, comunque 'i vin vût quasi quatri ains di cheste formule. B: E trôs ains ajal lavorât alore? A: Alore, lì jò soi stât vinc' ains cui Nicoloso, ise vere.

B: E dopo ce isal gambiât?

A: E dopo in quatri amîs, uno parente e due amici, 'i vin fate une societât, 'i vin fate une fornâs di bessoi, a cirche cincuante chilometros pui a oriente de localitât ch'e jerin, ise vere, e lì jò 'i ai durât dall'anno 74 fino all'anno '81, 'i ai durât cui socios [...]

(A questo punto dell'intervista il Sig. Olinto Gallina parla dei compaesani che laggiù hanno raggiunto posizioni considerevoli, sia dal punto di vista economico che sociale. N.d.A.). A: Una menzione particolare per un Ursella, Gino Ursella, partii per voglia di evadere dalla sua patriarcale famiglia: Gjno «Seto», emigrât in Venezuela dal 1949 per conoscenze anticipate in Italia al à cjatât lajù amîs che lu an in-trodòt nell'àmbito delle costruzioni pubbliche, al à dirèt lavôrs viaj su le strade di prime trace tal interno dal Venezuela, di una cittadina portuale che si clame Porto Gabello, fino a Barquisimeto l'interno dal Paîs. Comunque lajù i bujês si son dedicâs a ativitâs, come si dice, sbizarîs cuasi, tes ativitâs pui consone ae lôr capacitât. Di base 'e jè simpri l'edilissie sore dut no, falegnamerie, mecaniche, ancje par esempli i due fratelli Miani 'e vevin une pizzule industrie di mobili di ferro... e dopo un âtri Miani mio parente, nassût a Graz, però dei padri di Buje, al veve oficine concessionarie de Mercedes Benz in Caracas, dopo i Piemontes, Scois, ancje chei ativitât, un al 'ere une potence. B: Isal ancjmò lajù?

A: Al è ancjmò lajù, al à tre fies sposades cun talians ch'e son restâs ta chel paîs lì, l'emigrazion 'e compuarte ancje distacâsi definitivamentri de cjase.

B: Cuant isal, second lui, che un nol torne pui sù?

Parcè un nol torne pui sù? A: Parceche les lidrîs dai fîs 'e son masse radicades.

El furlan nol dismentèe, al è, che al crèe un tic di tristece, i figli nati no capissin, a voltes 'e 'entravin in contradission cul pari «Ma ce âtu di tornâ a cjase, ce cussi, ce culà» «Sì, frute -'e dìsin i paris- ma 'i sin nassûs là» - 'e disevin. Dopo 'i vin, con posti di preminenza nell'ambito delle attività pubbliche, al è Claudio Forte, nevôt de mestre Forte di Vile, al è ingegnîr, al è una eminenza nella società mineraria venezuelana dei petrolios govenatîvs, ise vere [...] T ai une speciâl menzion a un Calligaro, «Cjocjo», che al à vût simpri, disìn le ossession del cercatore d'oro... le à spuntade a furie di sacrificis, ha una concessione di sfruttamento sun tune lagune che al à une atrezature di cualchi milion di dolars, perchè alore lui al à una «gabarra», ma 'e jè una zattera ancorade tal miez de lagune, dopo de stagjon des ploes che 'e rìvin i riui de foreste lui al mande sot i omps cul scafandro, cu le idrovore a tirâ  sù i savalons dal fondâl e parsore al à el laboratori, al à el compressôr, al à el scafandro, al à dut. Lui al à une lancia a motôr che al rive a riva, dulà ch'al à le residence [...] B: E lajù trôs sono ancjmò di Buje? A: Uè, grosso modo, 'e puedin sei duecento bujesi. Tutti con posizioni discrete, al è ancje el puarèt che al à falît te vite, par esempli, al è chel ch'al è vignût sù dopo cuarante ains, no sai cemût che al à rivât a rimediâ el viaz, par mût di dî.

B: Però, è son pôs. A: Si pues contâju sui dês, del resto, 'e son duc' posizionâs discretamentri...

B: E cemût ise stade le diference par lui, tra Buje, un pizzul paisùt ancje puar, o crôt, tal '50, e Caracas, une grande sitât?

A: Veramentri i prins timps che 'o sin rivâs nô Caracas 'e 'ere una piccola cittadina, era ancora l'antica città coloniale, che si clame Quadre, [...] nô 'i vin viodude a cressi e 'i vin colaborât a fâ le capitâl, ise vere... e viutes che an par an 'e butavin jù... [...]

(Alla fine dell'intervista il Sig. Olinto Gallina ricorda i difficili e lunghi viaggi per raggiungere il Venezuela negli anni '50 e li confronta con quelli odierni, molto più brevi e confortevoli. N.d.A.)

A: Alore i prins aereos 'e 'erin i bombardieri di guere, condizionâs, alore tragedies a no finî, parceche no vevin condizionamens, 'e fasevin les rotes . dal nord e si glazzavin les ales e precipitavin, 'e vevin ghiaccio sulle ali e precipitavin, le famose Fortezze Volanti, condizionâs cussi ae «buena de Dios», no 'erin gabines pressurisades, né nie, 'e svuelavin a une altece di cinc, sîsmil metros, uè el «jet» al fâs une medie di nûfmil metros di altece, 'i ai fat cualchi viaz.

B: El prin lu à fat in nâf

A: Sì, e difati ch'e viodi mo, siore, dal '50, rientro dal '54, tornâs jù dal '55 cun una famosa motonave, la de dopo in disarmo, si clamave «Biancamano», dopo un âtri viaz con la linea Costa, con la Bianca C, 'e jè incendiade, el perii Rottaro si è salvât par meracul.

B: E dal prin viaz a l'ultin in nâf isal gambiât alc?

A: Sì, perché allora el prin viaz, metudes in linie les famoses nâfs clamades Liberty, chês ch'e alimentavin el front american in Europe, a voltes, «caramba», di votmil, nûfmil tonelades, 'e 'erin come un scus di noles, comunque chê rote lì si clame la rotta del sole, che 'e travierse el tropic. Pal nord no varessin riscjât a la, ancje el sud 'e riscjavin, ma 'zà entrant al sud 'e jè turbolenza e pal Centro America le clàmin la rotta del sole. L'ultin cun «la Bianca C.» già una nave moderna condizionata, diciamo, con più decenza, nô 'o 'erin te stive, accatastati in castelli nelle stive, al passave el gong per il rancio, cun dut che, 'i ai dite, si cjantave: «Anìn, varìn furtune». Insome si veve entusiasmo, sì, al è fals di di: «'I sin rivâs sbandâs». No, chel Paîs là nus à favorii une vore le lenghe, 'i fevelavi ancje furlan jò [...] No, no, il bujês si è dât da fâ [...] Nus disevin tal Vagolâr Furlan: «Bujaz, no sês i miôrs e nancje i piês,  ma 'o sês un tic diferens» [...]