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L'ambiente 

tra tutela e trasformazione

di Maurizio Tondolo

 

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La querelle sul progetto-Ledra ed il dibattito che ne sta scaturendo anche fuori dell'ambito locale, non privo di toni accesi e conflittuali, inducono ad un approfondimento ed a riflessioni più serene e generali sulle problematiche ambientali, al di là del caso contingente che comunque si segnala come rappresentativo di un tipo di rapporto con il territorio ancora assai diffuso.

I termini del confronto possono così ricondursi alla vera chiave di lettura che ne sovrintende e ne dirige i meccanismi: la dicotomia, inestinguibile, tra tutela e trasformazione. Essa contraddistingue oggi ogni tipo di intervento diretto sul territorio, alla piccola come alla grande scala, e denuncia l'incapacità del modello fin qui perseguito - il modello dello sviluppo generalmente inteso - di assicurare la conservazione del sistema che per eccellenza produce e riproduce risorse e valori essenziali: l'ambiente.

Le esigenze tecniche e le esigenze di conservazione ambientale, proprie di un qualsiasi processo che comporta una modificazione dell'assetto territoriale, non trovano ancora margine sufficiente, nella prassi ma soprattutto nella predisposizione concettuale, per un coinvolgimento reciproco ed un affiancamento: a prevalere sono sempre le prime, in nome di un tecnicismo esasperato e riduzionistico.

La natura, considerata alla stregua di un ambito da trasformare ed adattare alle umane esigenze, è ancora oggetto di conquista e di brutale prevaricazione. Conosce traumi, compromissioni ed alterazioni gravi, talvolta irreversibili nel tempo. Il territorio è così sottratto a successive possibilità d'uso e di sviluppo.

Quasi in nessun caso, sino ad ora, analisi o ricerche conoscitive sull'ambiente oggetto di piani o di interventi hanno preceduto la redazione dei progetti di modificazione dell'assetto fisico. Perché non ritenute significative. Perché gravose ed "assolutamente trascurabili". Ne risulta pertanto definito un approccio scorretto e turbatore.

Assolutamente non scientifico e professionalmente discutibile. Però inserito in una logica di sfruttamento e di sviluppo unilateralmente inteso che provoca ripercussioni pesantissime e gravose per tutta la collettività.

Questo comportamento ha spesso lasciato segni inequivocabili: quante volte frane o alluvioni od erosioni (si pensi a Stava, ad Agrigento, alla nostra valle del Chiarsò) sono risultate la diretta conseguenza di cattive o superficiali procedure ai danni del territorio e dell'ambiente.

In realtà l'ambiente, nelle sue forme concrete cioè nei suoi aspetti fisici o biotici, risulta misurabile e perfettamente conoscibile. Non può essere interpretato soggettivamente od arbitrariamente, ma si manifesta secondo codici e regole precisi, che vanno ricavati, esaminati ed assolutamente non trasgrediti od annullati. Altrimenti ne seguirebbe una riduzione ed una semplificazione provocata dall'artificialità dell'intervento, che impoverirebbe o negherebbe l'ecosistema dapprima complesso e inesauribile. Il valore incommensurabile del bene ambientale risulterebbe in tal modo ridimensionato, qualora non distrutto.

La trasformazione di un fiume in un canale (col pretesto per esempio di arginare piene ed evitare allagamenti) risulta estremamente chiarificatrice. Un fiume differisce da un canale proprio perché caratterizzato da una elevatissima diversità biologica, cui corrisponde una diversità di ambienti ed una molteplicità di vite. Il fiume non è un ecosistema, ma una serie di ecosistemi. Un canale invece è d'assoluta irrilevanza faunistica ed ecologica. Però è semplice, pulito, regolare, funzionale. (È chiaro che trattandosi di un'operazione drastica e dalle conseguenze irreversibili, non è per nulla praticabile un ripristino ecologico, sarà unicamente proponibile un ripristino paesistico e vegetazionale, del tutto insufficiente).

Non che per questo ogni azione sia preclusa.

La comprensione e la conoscenza del quadro naturale deve invece dimostrarsi assolutamente fondamentale e necessaria per una corretta valutazione dello stato di fatto ed una conseguente impostazione progettuale. In tale sede l'apporto di discipline anche diversificate (biologia, botanica, zoologia, geologia, architettura, persino sociologia) consente un accumulo di conoscenze tale da escludere quelle casualità ed avventatezze sul piano operativo dalle ripercussioni assai gravose.

Questo comporta che la priorità del piano o del progetto risieda nella tutela del sito naturale, conseguente risulterà la definizione del progetto d'intervento che, previa verifica e valutazione, si renderà massimamente compatibile con la tutela e la conservazione.

Altrimenti a prevalere sarà una concezione d'uso od un motivo d'intervento assai parziale e limitato. Anche perché quell'uso, il solo a giustificazione del processo di trasformazione ed al quale unicamente il processo poi si finalizza, col tempo si riduce o si esaurisce: avendo trascurato preventivamente la possibilità di ulteriori usi, si sarà ormai «giocata» definitivamente la risorsa.

Viceversa difendendo le acque od il suolo come ambiente, ci si garantisce la possibilità di un utilizzo e di una riconversione per una molteplicità di fini, evitando compromissioni non reversibili e dannose.

Dopo le leggi nazionali del 1939 (la 1497 sulla protezione delle bellezze naturali e la 1089 che definisce il vincolo sui beni architettonici ed artistici) il Decreto Galasso del 1985, successivamente convertito in legge, ha posto fine ad oltre quarant'anni di assoluta latitanza normativa e legislativa nel settore.

Ma l'aspetto pianificatorio cioè di programmazione di cui si è fatta carico la legge, fondamentale ad inquadrare più razionalmente la tutela del paesaggio e dell'ambiente, ha finalmente aperto nuovi orizzonti e nuove prospettive: progettare dovrebbe significare la ricerca di un nuovo assetto e di un equilibrio controllato fra ambiente naturale, rurale e urbano.

Tutto questo è realizzabile attraverso precise scelte di politica ambientale e quindi di equilibrio tra gli interventi prioritari di tutela e di trasformazione consentiti.

Si tratta ora di verificare quanta corrispondenza a tali indicazioni vorranno dare gli Enti, pubblici e privati, protagonisti ed artefici delle trasformazioni del territorio. E non si tratta di scelte politiche e null'altro. Ma di scelte e di criteri d'intervento che si riconducono alla fine delle grandi questioni di principio, morali ed esistenziali.