N°1 anno 1998 |
I no rimplans 'na realtàt ma il so valòur I no rimplans un mond ma il so colòur di Andreina Nicoloso Ciceri |
Più si dilatano gli orizzonti e più si sente il bisogno di custodire la nostra aiuola di vita e di memorie. In questa direzione El Tomât ha già fatto tante cose egregie da rappresentare un importante apporto antropologico e storico. E ora abbiamo quest'opera che illustra in modo delizioso e correda di notizie la perlustrazione dei toponimi resi ufficiali nel Comune. C'è da osservare che le due grandi ondate di passione toponomastica si sono avute (e non casualmente) soprattutto dopo due eventi luttuosi, cioè dopo la Prima Guerra mondiale e dopo i sismi del '76. Ci vogliono spesso degli scossoni per risvegliare le coscienze. La prima fase delle ricerche toponomastiche è stata organizzata dalla Filologica poco dopo la sua nascita (1919) e tuttora questo interesse ha come fulcro il Centro di Toponomastica che funziona diretto dal prof. Desinan. Nel 1924 e 1925 sul "Ce fastu ?" sono comparsi due contributi sulla "Toponomastica del Comune di Buja" ad opera di Giovanni Calligaro. Il secondo momento forte per questi interessi è relativamente recente e, ovviamente, non è solo bujese. Rappresenta un bisogno molto sentito di riappropriazione della propria area attraverso i Gli stravolgimenti del terremoto hanno reso più urgente il bisogno di salvare almeno i nomi dei luoghi, visto che l'edilizia ne cambiava gli aspetti. Ricordo che la mia mamma che ha vissuto con tanto dolore il periodo post terremoto e non ha voluto più vedere il suo paese, su mia preghiera, cercava almeno di stendere memoria del "dov'era e com'era". Tutti i Comuni hanno tentato un ripristino della toponomastica storica e tradizionale, ma -credo- nessuno in modo sistematico come Buja. Io - ad esempio vivo tra tre strade che si chiamano Via Roma, Via Foscolo, Via Kennedy. Il nome Via Roma -credo per ordini 'superiori'- veniva un tempo dato alla via principale in tutti i centri, persino nei paesetti di montagna dove suonava in modo particolarmente stridente, anche perché spesso portava ad uno slargo che i locali chiamavano 'placia das cjaras' ricordando un uso antico dei paesi di montagna, cioè il pascolo gestito da un pastore comune. Via Foscolo almeno ha una copertura culturale, ma Via Kennedy -come molti altri nomi- è senz'altro legato ad una temperie politico-ideologica di un dato momento. Ci sono poi intitolazioni a persone del luogo non sempre condivise da tutti. Insomma le intitolazioni più logiche, più inoppugnabili sono quelle che si sono formate nel tempo e spontaneamente. A dire il vero, più che i nomi di strade, un tempo si citavano dei punti di riferimento ed è così che Una osservazione si può fare alla nuova toponomastica (nuova e vecchia, si capisce) che i nomi non hanno né la stessa antichità né la stessa nobiltà, come era inevitabile, perché alcuni affondano nella storia antica, altri in vicende molto più vicine a noi. Ma così è un po' rappresentato l'arco della vita bujese, non solo in senso cronologico, ma anche nella vita e nelle attività della gente. Oltre a nomi antichi, come Sala o Collosomano, ci restano anche reperti antichissimi: ricordo una donna di Avilla che aveva trovato nel suo orto una moneta di Giulio Cesare ma ricordo soprattutto le frecce dell'età della pietra che gli alunni di mia mamma avevano trovato sui Praviz. La prima la perse o le fu rubata, la seconda per maggior sicurezza la consegnò al dr. Perusini incaricandolo di depositarla in Museo a Udine. Egli invece la tenne presso di sé ed ora però è in Museo, anche se a suo nome. Perdonate le digressioni, ma un lavoro Ad esempio, sempre il Calligaro, registra in Monte il termine Scugjelins che indica indubbiamente una attività di fabbricatori di stoviglie di ceramica e ciò non può non ricordarmi che proprio da Monte una famiglia Felice si trasferì ad Ovaro, anzi a Cella di Ovaro, per impiantare una fabbrica di ceramiche e laterizi. Sempre in Calligaro, troviamo che dei terreni in Tonzolano si chiamavano Glemonàs indicando certamente un nucleo di gemonesi colà trasferito. Ma un'altra cosa va rilevata nello studio del Calligaro e cioè la gran quantità di termini come i ben noti Cjagjalòt, Cjamartìn, Cjamadùs e così via. In tutto, i termini che alludono a questi nuclei che portano il nome del ceppo famigliare degli abitanti, nel Calligaro sono almeno 24 e sono testimonianza della antichità di certi ceppi umani e sono inoltre la riprova che il tessuto del paese era fatto sì di borghi, con chiesa ed alcune case intorno, ma era soprattutto fatto di piccoli nuclei abitativi sparsi, perché l'abitato non era un continuum come oggi. Col tempo questi nuclei sono stati inghiottiti dal tessuto sempre più fitto di case. In montagna questo fenomeno (cioè di un gruppo di casolari che hanno il nome dei loro abitanti) resta ancora ben evidente, solo che non ovunque si caratterizza col termine Cja', cioè 'Case' come forma apocopata, uso chiaramente registrato sul Pirona. Mia madre, come ben sapete, l'ha usato per le sue raccolte di racconti. D'altra parte, in poesia o in prosa, mia madre parla quasi esclusivamente del suo paese e sono grata a "el Tomât" che ha sempre una memoria per Maria Forte, anche qui, in questa pregevole pubblicazione che è indispensabile che continui... |