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L’Ecomuseo delle acque del Gemonese

 di Maurizio Tondolo e Michele Zanetti

 

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Ad Ospedaletto di Gemona c’è un mulino che da alcuni anni ha riaperto i battenti, riproponendosi all’attenzione del pubblico: è rinato non per macinare, non per vendere farina, ma per ospitare un laboratorio didattico e diventare la sede operativa di un ecomuseo. Il Mulino Cocconi, questo il suo nome, si è trasformato in un centro culturale e formativo, grazie ad un finanziamento del GAL Prealpi Leader di cui hanno beneficiato il Comune di Gemona e la Cooperativa Utopie Concrete, vincitori di un bando indetto per promuovere progetti di sviluppo sostenibile incentrati sulle risorse territoriali locali.

Il Centro di educazione ambientale “Mulino Cocconi”, ora gestito da un’associazione e riconosciuto dal Ministero dell’ambiente, è articolato in tre sezioni: il Laboratorio didattico, il Centro di documentazione sulle acque del Gemonese (con una fornitissima biblioteca tematica su acque e dintorni), il Museo dell’arte molitoria (fa parte della Rete museale della Provincia di Udine ed è ricavato nell’antica sala delle macine dove sono conservati un mulino a palmenti risalente al Settecento e uno a cilindri della fine dell’Ottocento). Complessivamente gli studenti che negli ultimi cinque anni hanno svolto attività didattica utilizzando i servizi offerti dal Mulino Cocconi sono stati circa 20.000. Per la gran parte si è trattato di visitatori, non occasionali, che hanno fruito di veri e propri “progetti formativi” ovvero di percorsi didattici articolati e incentrati su varie problematiche aventi come comune denominatore l’acqua. Alle attività di osservazione e di ricerca condotte nelle sale del mulino si sono aggiunte lezioni in classe, uscite in ambiente, approfondimenti mirati.

L’obiettivo è di favorire una maggiore sensibilizzazione verso l’ambiente naturale e culturale, attraverso la ricerca e la messa a punto di metodologie e strategie educative, che potranno tradursi concretamente in una più corretta gestione delle risorse territoriali e in un miglioramento del rapporto uomo-ambiente. L’attivazione del Centro si inserisce in una più ampia prospettiva di valorizzazione del comprensorio del Gemonese e della sua vocazione turistica, legata alla presenza di monumenti ed opere d’arte, in sintonia con i principi emergenti dell’ecoturismo sostenibile.

Il Mulino Cocconi costituisce pure il nucleo operativo di un ecomuseo, ovvero di un museo diffuso sul territorio che si propone di documentare, conservare e valorizzare i tanti siti naturali (sorgenti, laghi, torrenti, fiumi) e le altrettanto numerose manifestazioni della cultura materiale e immateriale (rogge, mulini, lavatoi, opere di presa, ma anche pratiche di vita e di lavoro, saperi tradizionali, produzioni locali) che nel Gemonese costituiscono un vero e proprio sistema.

L’ecomuseo è un museo del tutto particolare: ideato negli anni Settanta in Francia, rappresenta una vera e propria rivoluzione rispetto ai canoni museali tradizionali. E’ un nuovo modello culturale che permette di valorizzare congiuntamente le risorse ambientali, storiche e culturali locali. Si tratta di uno strumento articolato, un vasto contenitore di elementi (edifici, attività, emergenze naturali) indispensabili per far riemergere la memoria dei luoghi e ricostruire in modo efficace le vicende e l’immagine di un territorio e degli uomini che lo hanno abitato ed utilizzato. E’ tutto il territorio che diventa museo, utilizzando il patrimonio della comunità nel senso più largo, le sue tradizioni, le sue architetture, la sua storia, soprattutto la più recente. L’esperienza di visita che ne consegue è basata sulla lettura dei segni presenti sul territorio stesso, attraverso itinerari specifici. A tale proposito sono stati realizzati dei percorsi che collegano con finalità didattiche e turistiche le emergenze ambientali locali, per comprendere dal vivo l’evoluzione e le modificazioni dei luoghi e consentirne una lettura soprattutto in funzione dell’uso che si è fatto dell’acqua nei secoli. Vengono pure riproposte all’attenzione del pubblico e della popolazione locale le attività lavorative tradizionali, in sintonia con il recupero del mulino, che un tempo costituiva un luogo di aggregazione e di ritrovo.

L’Ecomuseo delle Acque del Gemonese, riconosciuto dalla Regione Friuli Venezia Giulia ai sensi della L.R. 10/2006, fa parte della Rete europea degli ecomusei. L’area di riferimento è rappresentata dal Campo di Osoppo-Gemona, un’unità geografica complessa ma omogenea che assume una posizione baricentrica nell’ambito del territorio regionale: si tratta di una piana completamente circondata da rilievi, solcata ad ovest dal Tagliamento che è l’artefice della sua formazione, essendo una pianura alluvionale a cui hanno dato forma i sedimenti trasportati e depositati dal fiume. E’ un territorio che esprime potenzialità didattico formative di notevolissimo interesse e di tipo interdisciplinare. L’elemento naturale di relazione tra le molteplici componenti fisiche e biologiche di questi luoghi è costituito proprio dall’acqua. L’acqua che scorre con ritmi marcatamente stagionali sulle ghiaie calcinate del greto tilaventino, quella che fluisce turbinosa e limpida nell’alveo serpeggiante del Fiume Ledra, o che ristagna sulle coltri spugnose del sedimento vegetale di torbiera, quella che non si vede e che avvolge in profondità le sabbie e le ghiaie della piana formando un’estesa falda freatica; la stessa acqua che ha rappresentato una risorsa preziosissima per innumerevoli generazioni di allevatori, agricoltori, mugnai, fabbri e lavandaie. L’acqua drenata, deviata, canalizzata e talvolta inquinata di cui l’uomo non può fare a meno e che anzi, deve governare ed amministrare come un patrimonio universale, che appartiene come tale anche alle generazioni future.

L’Ecomuseo delle Acque del Gemonese insiste dunque su un’area, geograficamente e culturalmente omogenea, che coinvolge i comuni di Buja, Artegna, Gemona del Friuli, Majano, Montenars e Osoppo. Comprende numerose emergenze, naturali e antropiche, legate tra loro dalla stessa storia geologica e spesso anche da un’attività materiale comune, quella dello sfruttamento dell’acqua a fini irrigui, produttivi, domestici. Ciò significa che il territorio non è fatto di soli ambienti, con le loro componenti biotiche e abiotiche, ma ingloba pure la storia degli uomini che vi hanno abitato e lavorato nel passato (e che continuano a farlo) e le tracce che l’hanno segnato.

Esistono alcuni elementi di fondo che contraddistinguono questo museo diffuso:

·        la presenza di un complesso patrimonio locale che assume una connotazione profondamente legata al territorio che lo identifica (genius loci);

·        l’approccio interdisciplinare ed olistico che caratterizza l’attività di valorizzazione, con il superamento della tradizionale distinzione tra “capitale” culturale e naturale;

·        l’attenzione al legame tra comunità e territorio e al loro sviluppo, con il recupero delle radici storiche della comunità e della memoria;

·        l’attenzione all’ambiente anche per conservarlo con un’azione mirata;

·        la fruizione diretta dell’ecomuseo da parte della comunità locale ed il coinvolgimento di questa nelle attività che vi vengono promosse.

Nel caso specifico ci sono poi particolari condizioni che rafforzano il processo di valorizzazione in corso. Tra i servizi messi in atto per promuovere la conoscenza e la fruizione del patrimonio territoriale vanno annoverati:

·        l’esistenza di un centro di documentazione aperto al pubblico;

·        la pluralità di siti e di stazioni oggetto di visita e di osservazione;

·        la presenza di sentieri e percorsi tematici che definiscono una complessa rete di relazioni.

Le finalità del processo che è stato avviato sono molteplici:

·        la creazione di nuovi strumenti didattici;

·        l’uso sperimentale della tecnica dell’interpretazione, ovvero la capacità di comunicare i significati e i valori dei luoghi visitati, evidenziandone gli aspetti non visibili e i collegamenti tra le singole manifestazioni;

·        la ricerca  di un percorso innovativo per lo sviluppo sostenibile;

·        la creazione e il consolidamento dell’identità locale.

Oggi l’immagine del territorio si definisce tramite aspetti che vanno oltre quelli strettamente geografici, paesaggistici o ambientali e comprendono altre risorse patrimoniali, materiali e immateriali, come case ed opifici, pratiche di vita e di lavoro, produzioni locali. Ma un territorio si definisce anche sulla base della propria identità e questa si costruisce attorno ad un progetto di sviluppo e di valorizzazione. L’ecomuseo può dunque diventare una chiave di lettura del territorio e quindi uno strumento e un veicolo di promozione del patrimonio ambientale e culturale che concorre alla definizione dell’identità dei luoghi. Intende proporsi come un’istituzione al servizio della comunità e dell’ambiente.

 Le moderne strategie di relazione tra l’uomo e l’ambiente, o meglio tra una comunità ed il contesto in cui questa opera, sono sempre caratterizzate dalla fruizione del bene territorio a fini culturali, educativi e formativi. Ciascuna realtà territoriale, in particolare, presenta una certa vocazione alla fruizione didattica e può potenzialmente svolgere il ruolo di grande laboratorio formativo. Nel suo contesto i cittadini in età scolare ricercano le testimonianze della propria cultura e della propria storia, ma anche e soprattutto i presupposti d’ambiente che hanno determinato le stesse vicende culturali e storiche e che risultano determinanti per garantire la loro continuità. Questa stessa vocazione, tuttavia, può differenziarsi, in ragione di caratteri storico naturali, geomorfologici, bioecologici e socioeconomici diversi. Negli ambiti territoriali particolarmente dotati di grandi strutture naturali e di biocenosi complesse e ben conservate, prevale necessariamente la fruizione didattica relativa alle scienze naturali, anche se lo studio dell’ambiente rappresenta in ogni caso un esercizio di natura interdisciplinare.

La proposta di fruizione didattica del territorio del Gemonese, elaborata dal CEA Mulino Cocconi, si sviluppa lungo il filo conduttore delle acque territoriali, offrendo un ventaglio di proposte che, partendo dall’analisi dell’ambiente naturale, considerato nei suoi aspetti fisici, biologici ed ecologici, si conclude con il rapporto uomo-ambiente relativo alla fruizione, trascorsa ed attuale, della stessa risorsa idrica. Una semplice analisi di alcune “stazioni” attraverso cui il percorso didattico-formativo può svolgersi, consente di valutare in modo efficace le straordinarie opportunità di conoscenza e di approfondimento offerte da questa complessa realtà territoriale.

 L’itinerario comincia nell’alveo del Fiume Tagliamento: ampia distesa di ghiaie calcaree, di sabbie grossolane e di depositi limosi, che le acque fluviali hanno accumulato nel perenne defluire dalle valli e dai versanti delle Prealpi e delle Alpi Carniche e Giulie. La natura peculiare dell’ambiente, con la sua ampiezza e luminosità, con la natura prevalentemente ghiaiosa del substrato e soprattutto con l’azione fisica e chimica delle acque correnti, che modellano e rimodellano le forme del greto ad ogni evento di piena, costituisce il primo, ma non il solo motivo d’interesse. In questo luogo affascinante è il perenne confronto tra le forze naturali e la vita vegetale a costituire un interessante spunto d’indagine didattica. L’eterno confronto tra il fiume o se si vuole, tra l’acqua e la foresta, si manifesta nell’alveo nei difficili tentativi di colonizzazione floristica e nella tenacia del bosco ripario, che contrappone alla violenza dell’acqua la facile propagazione e la rapida crescita delle sue componenti arbustive ed arboree. Il complesso mosaico ambientale del greto offre peraltro l’opportunità di osservare e di analizzare contestualmente tutte le successioni ecologiche relative alla stessa colonizzazione vegetale e presenta, come tale, una vocazione didattica del tutto speciale.

Sono presenti, ai margini della grande fascia alveale, splendidi biotopi come le Sorgive di Bars, dove il fenomeno del percorso ipogeo delle acque fluviali ed il successivo riflusso in superficie, causa la presenza di strati di sedimento impermeabile, può essere efficacemente studiato. La stessa biocenosi delle polle e dei ruscelli di risorgiva, che in breve restituiscono le proprie acque al fiume, può essere, in questo caso, un interessante argomento d’indagine. Le stesse opere di sbarramento e di canalizzazione idraulica, infine, possono offrire lo spunto per valutazioni relative alla gestione della risorsa idrica da parte dell’uomo.

Anche il Torrente Orvenco, affluente di sinistra del Fiume Ledra in cui confluisce, offre apprezzabili spunti di indagine didattica. Il confronto tra il fiume di risorgiva (il Ledra) ed il torrente (l’Orvenco), con la marcata stagionalità del regime di quest’ultimo, la velocità e la forza delle sue acque, la diversa dimensione media dei materiali litici che intasano l’alveo e soprattutto le opere di difesa e di canalizzazione dell’alveo stesso, consente di valutare aspetti e di sviluppare temi che spaziano dall’erosione fluviale al rischio idraulico.

Dal Tagliamento traggono origine le rogge ed i canali che attraversano la piana e muovono le ruote idrauliche di mulini, battiferro, segherie. Lungo il loro corso si dispongono in successione i tanti lavatoi pubblici un tempo utilizzati dalle comunità di borghi e paesi, sorti in luoghi strategici al riparo da piene ed esondazioni.

 Il territorio che i geologi chiamano “Campo di Osoppo-Gemona” deriva da un vasto lago che si estendeva a monte dell’anfiteatro morenico, immediatamente dopo il ritiro del ghiacciaio tilaventino avvenuto 10 mila anni fa. Il grande lago non è scomparso, ma sopravvive ancora nei vuoti lasciati fra granulo e granulo dalle ghiaie che lo hanno riempito. Oggi costituisce l’ampia falda freatica che si estende a pochi metri di profondità e che in particolari condizioni affiora in superficie, dando luogo ad un articolato sistema di risorgive. Il confronto tra l’acqua prelevata dalle prese del Consorzio di bonifica Ledra-Tagliamento che serve oltre 60 comuni (circa 121.000 ettari), quella pompata dal CAFC Spa (una media di 25 milioni di metri cubi d’acqua all’anno) e quella che naturalmente dalla falda emerge in superficie dando vita al fitto reticolo idrografico posto nella parte bassa della piana, obbliga alla riflessione sul rapporto esistente tra acqua e territorio, sulla stretta connessione tra apporto (precipitazioni) e prelievo, sull’utilizzo (spesso poco razionale) dovuto alle attività umane e sulle tecniche di gestione e tutela più appropriate.

Di carattere più squisitamente naturalistico sono gli spunti offerti dallo studio dei biotopi del Rio Gelato e delle sue sorgenti e del Rio Bosso. In questo caso gli aspetti oggetto della ricerca sono costituiti dalla relazione tra ambiente e biocenosi, con la peculiare dotazione floristica e faunistica delle acque correnti, con l’analisi del rapporto forma-funzione nella fauna acquatica e con lo studio dei ruoli ecologici e delle relazioni trofiche tipici delle risorgive.

Nel lussureggiante Lago di Ospedaletto, invece, si può studiare la comunità vivente dell’ambiente stagnale e soprattutto la straordinaria capacità degli organismi viventi e in particolare delle piante, di modificare i caratteri fisici e chimici dell’ecosistema. In altre parole si potrà assistere, in tempo reale, all’estinzione di un lago prealpino, che dopo essere stato trasformato in palude ed in acquitrino, si appresta ad essere conquistato, nel volgere breve di qualche anno, dalla vegetazione igrofila di tipo forestale. Il Lago di Ospedaletto può essere considerato la tappa intermedia di un processo di successione ecologica, di cui altre stazioni distribuite nel comprensorio costituiscono momenti salienti, come il Lago di Cavazzo o dei Tre Comuni (i sedimenti ed i detriti non l’hanno trasformato, anche se ora il bacino è a tutti gli effetti artificiale) e le numerose torbiere situate a ridosso delle colline moreniche (è il caso di Fontana Abisso ad Andreuzza di Buja e della Palude di Casasola a Majano, dove la sedimentazione della materia organica è quasi completata).

 Il percorso didattico alla scoperta delle “Acque del Gemonese” e delle mille relazioni tra l’elemento idrico, l’ambiente, la vita vegetale e animale e la vita dell’uomo, termina opportunamente presso il Mulino Cocconi il cui recupero ha rappresentato l’evento principale per la valorizzazione didattica e turistica del territorio del Campo di Osoppo-Gemona. Qui il visitatore in età scolare (ma non è il solo) può scoprire un frammento autentico e suggestivo della propria storia e della propria cultura: quello rappresentato dalla “Civiltà dell’acqua”, che ha lasciato segni importanti e densi di significato nell’ambiente territoriale, addomesticando le acque fluenti e sfruttandone la perenne energia in termini di assoluta compatibilità.

L’obiettivo è quello di consegnare a ragazzi ed adulti un frammento motivante di conoscenza delle proprie radici, perché il mulino è da considerarsi un “luogo”, fisicamente definito ma anche ricco di situazioni specifiche e di elementi, funzioni e personaggi che solo al mulino appartengono.