con il titolo: "Case, piazze e verde prima e dopo il terremoto" Riproposto ora in forma più ampia e con maggiore documentazione. |
Rivisitazione, a trent’anni dal 6 maggio 1976,della tesi di laurea IUAV 1977-1978“Buja: la struttura dei borghi nell’area del terremoto”. di Gianfranco Pezzetta |
Nel maggio 1976 ero studente in attesa di laurea nell’Istituto d’Architettura di Venezia. La distruzione inaspettata del mio paese mi portò, forse per umana reazione, a voler analizzare in gran fretta tutto quel mondo che stava scomparendo, anche sotto le ruspe frettolose del dopo terremoto; la passione per l’architettura, ma anche per la fotografia, un gruppo di amici con cui collaborare, dopo più di un anno di frenetico studio, mi permisero di laurearmi in architettura con una tesi dal titolo: “Buja: La struttura dei borghi nell’area del terremoto”.
L’analisi, a cui l’Università di Venezia si era dimostrata ben presto interessata, si basava su quattromila foto aventi per soggetto case, muri e tutto quello che nell’estate del 1976 ci sembrava necessario immortalare con l’aiuto della fotografia. Un lavoro di analisi sulla condizione abitativa sino al 1951, le analisi tipologiche e morfologiche dell’intero territorio comunale suddiviso in dieci zone, ridisegnando i catasti attuali e quelli storici sino al 1835, il rilievo schematico di diverse vecchie case, mi portarono con i miei due colleghi di laurea, Massimo Frizzi e Carlo Squeraroli a comprendere come si erano formate le frazioni, come la storia quotidiana della popolazione e la forma delle case e del territorio circostante si erano intersecate fino a modellare fisicamente Buja, così come la conoscevamo prima del terremoto: estratto dalla pubblicazione della tesi nel secondo numero dei Quaderni del Dipartimento di Teoria e Tecnica della Progettazione Urbana dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia: BUIA: LA STRUTTURA DEI BORGHI NELL’AREA DEL TERREMOTO a cura di: Massimo Frizzi, Gianfranco Pezzetta, Carlo Squeraroli tesi di laurea, relatore: G. Polesello, correlatore: P. Grandinetti, 1977-1978 “La ricerca ha come oggetto l’analisi di un piccolo centro dell’area collinare udinese colpito dal terremoto del 1976, Buia, in funzione della definizione di alcune ipotesi di intervento. La struttura urbana prima del terremoto era caratterizzata da una organizzazione insediativa policentrica, costituita da una rete di piccoli borghi, trasformata successivamente da una proliferazione incontrollata di abitazioni lungo la viabilità di connessione, con evidenti diseconomie nell’assetto fisico e funzionale (emarginazione di ampie zone abitate, alienazione di suolo ad uso agricolo, alti costi aggiuntivi nell’organizzazione dei servizi e dei trasporti, ecc.). Il terremoto ha ulteriormente aggravato questa situazione. Se il comune ha scelto una politica di ricostruzione attraverso piani particolareggiati, contemporaneamente, nella localizzazione sia degli insediamenti provvisori che di quelli definitivi (avvenuta prima dell’approvazione dei piani), ha puntato alla massima polverizzazione degli interventi, ponendo le basi per una ulteriore dispersione del costruibile. Nasce da qui la necessità sia di uno studio della struttura urbana sia della definizione di alcuni obiettivi generali di ricostruzione. La struttura urbana “I risultati dell’analisi sulla condizione abitativa dell’area comunale (articolata per borghi e sezioni di censimento) individuano una situazione complessiva squilibrata anche se apparentemente omogenea al suo interno (i valori analitici per i diversi borghi non si discostano generalmente dalla media comunale). A fronte di un indice di affollamento piuttosto basso (0,69), il numero di famiglie che abitano in alloggi sovraffollati è consistente (circa il 12%); a ciò si aggiunge una forte sottoutilizzazione del patrimonio edilizio, come dimostra l’alto numero di abitazioni non occupate, il 20% del totale con punte del 27% in alcuni borghi (S. Stefano, Codesio, Avilla, Saletti). Si rileva anche un numero di non attivi e un indice di invecchiamento elevati nei borghi a dominanza agricola (Sopramonte, Ursinins Grande, Tonzolano, ecc.), mentre sono inferiori alla media comunale nei borghi a carattere abitativo-commerciale o artigianale (S. Stefano). Altissima è la polverizzazione della proprietà fondiaria agricola (759 aziende di cui il 50% inferiore a 2 ha di superfice), non specializzata, arretrata e caratterizzata dal part-time; elevata anche la frammentazione della struttura artigianale e commerciale. Per quanto riguarda l’industria, il comune di Buia è interessato dalla zona industriale di Rivoli di Osoppo, per 170 ha su 260 complessivi (ma solo per 200 addetti su 1.400).”
L’analisi dei borghi “E’ questo il tema centrale dell’analisi, la definizione morfologico-funzionale dei borghi ed il loro ruolo prima e dopo il terremoto. Per la definizione dei tipi edilizi e delle aggregazioni insediative più complesse ci si è valsi della catalogazione fotografica pressochè completa (circa 4.000 foto) degli immobili del comune, dell’analisi dei catasti storici (napoleonico e austriaco) e del rilievo diretto degli edifici scelti come campione. Pur localizzate in modo differenziato, le aree insediative rivelano una formazione e una struttura assai simili, per cui è possibile un’analisi delle loro componenti elementari, isolandone i caratteri comuni e ordinandoli in classi; Tali componenti possono essere identificate nelle tipologie edilizie, della cui valutazione entrano a far parte non solo le parti edificate, ma anche gli elementi di contorno (i muri, gli orti, i cortili, le percorrenze), oltre che l’assetto della proprietà e le trasformazioni fisiche e d’uso. Siamo giunti così ad una classificazione che, riducendo la complessità dei fenomeni, stabilisce relazioni tra parti di un edificio (e tra parti di un borgo) fino a definire tipi edilizi (e insediativi) specifici; così delineati, i tipi pongono in luce i rapporti di forma, mostrando le possibilità organizzative proprie di ciascun insieme di elementi. Da questa procedura abbiamo ricavato tre classi tipologico-edilizie: a corte rurale, in linea, e “mista” (per incerta formazione o per successive aggregazioni). Esse diventano costanti morfologiche nell’organizzazione insediativa dei borghi quando riguardano insiemi di tipi variamente collegati tra loro a formare sistemi edilizi omogenei. I borghi a loro volta si sono trasformati e differenziati storicamente, sia per tipo di sviluppo (nel primario, nel secondario o nel terziario), sia per ruolo funzionale nella struttura abitativa dell’area urbana. Immaginiamo un “anello” costituito da una fitta rete viaria e una serie di “nodi” costituiti dai borghi: è questa la struttura urbana di Buia nella sua organizzazione storica; un’organizzazione connessa alle caratteristiche orografiche dell’ambiente fisico, al soddisfacimento dei bisogni primari, all’uso produttivo agricolo della terra. Lo sviluppo recente, dal dopoguerra fino al terremoto, è stato caratterizzato da un’espansione residenziale di abitazioni unifamiliari, localizzate prevalentemente lungo gli assi di collegamento tra i borghi, che ha deformato, senza però alterare totalmente, la struttura insediativa preesistente. Il terremoto ha inciso ancor più nel sistema policentrico originario, distruggendo quasi completamente i nuclei storicamente consolidati, ricchi di cultura e di tradizione, e lasciando pressochè intatte le nuove zone di espansione.” (FOTO3) (FOTO4) (FOTO5) (FOTO6) (FOTO7) (FOTO8) (FOTO9)
Le ipotesi di intervento “La proposta che avanziamo è quella della riutilizzazione delle aree dei borghi storici, attraverso la riconcentrazione, in esse, di quantità abitative, di servizi alla residenza e di funzioni centrali, il ripristino delle parti edilizie danneggiate, la sostituzione e ricostruzione di quelle distrutte o demolite. Le motivazioni sono connesse, oltre che a ragioni storico-culturali, all’ipotesi di una ridefinizione del policentrismo che rivaluti il ruolo localizzativo nodale delle aree dei borghi. Sono pure determinanti ai fini di questa scelta, una politica di riconcentrazione dei servizi e la riconferma delle strade di formazione storica come assi organizzatori dell’insediamento. Le aree di impianto antico d’altronde sono in grado di soddisfare ampiamente le esigenze poste dalla ricostruzione, sia per l’alto indice (precedente al terremoto) di sottoutilizzazione del loro patrimonio edilizio e insediativo, sia perchè esse rimangono comunque le aree centrali di un sistema insediativo superstite che deve essere razionalizzato. Andrebbero bloccate in questo senso le tendenze centrifughe della domanda abitativa, le quali si manifestano nella richiesta ( e nella concessione) dell’edificazione in aree periferiche e agricole; così come andrebbe invertita la politica dell’ente locale che, fino ad oggi, non incentivava la concentrazione nelle aree centrali delle iniziative commerciali, artigianali, e di servizio che stanno rinascendo, le quali, se localizzate nelle aree di espansione, tenderebbero a condannare il centro ad una funzione puramente residenziale e non produttiva. La proposta progettuale si articola così in uno schema funzionale di ridefinizione dei ruoli dei borghi nel sistema insediativo e nella individuazione, a scala urbana, delle aree, dei settori e dei tipi di intervento.” Buia, marzo 1978 ________________________________ Da questo estratto sintetico della tesi che, secondo noi neolaureati in architettura, rappresentava in modo efficace la situazione bujese al marzo 1978, appare quindi ben chiaro, che se era vero che i borghi avevano costituito sino al terremoto un sistema coerente con le necessità orografiche, climatiche, economiche, era possibile intervenire con un modello di ricostruzione che rispettando e conservando, ove possibile, le tracce del vecchio edificato confermasse la forma urbana policentrica e la riedificazione all’interno delle zone storiche dei borghi. Non bisogna dimenticare che questa ipotesi di riconferma delle zone già abitate, che ora sembra ovvia, a quei tempi non lo era poi tanto; esistevano nell’intera zona colpita dal terremoto anche altre ipotesi molto più radicali dove la soluzione all’emergenza abitativa sembrava puntare a nuove zone edificate e nuovi modelli di sviluppo completamente staccate e lontane dai vecchi centri abitati distrutti. Dopo trent’anni dal maggio 1976, a ricostruzione praticamente ultimata, è quasi d’obbligo uno sguardo retrospettivo, privo d’ogni nostalgia e sono possibili quelle considerazioni che per merito del lungo tempo ormai trascorso possono permettere di analizzare in maniera “lucida” non solo le occasioni perdute, ma sopratutto le possibili strade di uno sviluppo equilibrato, compatibile con il particolare assetto morfologico di Buja. Come è stato fatto in maniera puntuale nella tesi del 1978, può essere utile ancora una volta riprendere il filo da quelli che a suo tempo sono stati i ragionamenti cardine per capire l’evolversi nel tempo del “sistema” di abitare questi luoghi; per questo, in maniera sintetica ed a rapidi cenni ripartirei proprio dalle radici: processo di formazione storica Da un tipo di economia prevalentemente agricolo, dove lo “storico” borgo di Monte, posto come arroccamento difensivo, domina gli altri borghi a funzione rurale, si passa, nei tempi recenti, ad una situazione in cui lo spostamento del “centro” del paese si identifica con il borgo di Santo Stefano, che assume, seguendo l’evoluzione dei tempi, le funzioni di centro commerciale ed amministrativo della nuova struttura urbana. evoluzione della struttura urbana Le caratteristiche orografiche dell'ambiente fisico, il soddisfacimento dei bisogni primari, l'uso produttivo-agricolo della terra portarono nel corso dei secoli ad una configurazione urbanistica che è quella policentrica, fatta di una pluralità di agglomerati anche piccoli, ciascuno però caratterizzato per singolarità insediativo-ambientali e socio-culturali. la morfologia dei borghi L’analisi del processo di formazione storica evidenzia le trasformazioni dei borghi e il loro ruolo nella struttura urbana. Non ci sono dati particolari da aggiungere all’analisi svolta a suo tempo nella tesi di laurea, ma è forse è utile, seguendo il filo del discorso, evidenziare qualche considerazione di tipo generale, scorrendo e confrontando velocemente gli estratti delle tavole morfologico-funzionali, fisico-funzionali e le sintesi fotografico-tipologiche della tesi di laurea del 1978 allegati a questa relazione. L’estratto di cinque schede (sul totale delle dieci) della tesi mostra delle differenze di crescita urbana dal catasto storico del 1835 alla situazione del 1976 molto diverse fra le varie zone. Il "borgo", quale elemento dell'organizzazione spaziale del territorio, costituiva con i suoi contorni netti una entità ben distinta dalla campagna circostante, pur essendone a diretto contatto. La morfologia dei borghi era determinata non solamente dalle case, ma anche dagli elementi di contorno, cioè le mura, gli orti, i cortili, le piazze; era un sistema coerente con le necessità orografiche, climatiche, economiche e così era un sistema estremamente funzionale. Le case erano caratterizzate perlopiù da una tipologia in linea a filo strada, con alle spalle il cortile e gli orti. Il distacco dei fabbricati adibiti alle attività agricole da quello dell’abitazione, successive aggregazioni di altri corpi di fabbrica necessari alle esigenze del nucleo familiare originario, evolvevano le semplici tipologie originarie della casa in linea in quelle più complesse della tipologia a corte con aggregazione mista, dove diventavano determinanti i rapporti funzionali tra strada, corte ed orto, tra pubblico e privato. Il muro e il portone, mentre delimitavano lo spazio pubblico, rivelavano l'esistenza di un altro spazio retrostante, fungendo quindi visivamente da mediazione tra spazio pubblico e spazio privato. Le strade e gli spazi di incontro delle piazze erano quasi sempre concluse al loro intorno da case e quinte murarie, senza soluzione di continuità, caratterizzate dalle facciate di semplici edifici e da qualche architettura emergente quale poteva essere la chiesa o il palazzotto del borgo. La piazza, dove c’era la chiesa e l’osteria, era il punto d'incontro privilegiato. Ogni piccolo centro fatto d’architettura spontanea, con materiali poveri e ripetitivi (solo coppi, mattoni, pietre), acquisiva una caratteristica ben precisa di monumentalità riconoscibile in quel luogo e in nessun altro. la struttura urbana nel 1976 Lo sviluppo dal dopoguerra fino al terremoto, è stato caratterizzato da un’espansione residenziale di abitazioni unifamiliari, localizzate prevalentemente lungo gli assi di collegamento tra i borghi, che ha deformato, senza però alterare totalmente, la struttura insediativa preesistente creando diseconomie nell’assetto fisico e funzionale, (emarginazione di ampie zone abitate, alienazione di suolo ad uso agricolo, alti costi aggiuntivi nell’organizzazione dei servizi e dei trasporti, ecc.). Anche nelle zone “di residenza storica”, nel suo espandersi verso l'esterno, il borgo ha cessato di crescere in continuità con la struttura esistente e ha prodotto una serie di case puntiformi, staccate dalla strada ed isolate una dall'altra. La disposizione delle case arretrate dalla strada, staccate le une dalle altre, rendeva impossibile il formarsi di quegli spazi conclusi, formalmente complessi, all’interno dei quali bene si esplicava la vita comunitaria; si sono aperte brecce o si sono create interruzioni che hanno sconvolto l'unità degli spazi urbani e la continuità delle quinte edilizie. il terremoto La distruzione nel maggio e settembre 1976 del 70% del patrimonio edilizio, ha ulteriormente aggravato questa situazione perchè sono state distrutte principalmente le vecchie case che costituivano i centri storici dei borghi, mentre sono rimaste in piedi le case più recenti ed i “villini” costruiti in gran parte nelle zone di espansione fra i borghi.
la ricostruzione e la struttura urbana attuale Una delle scelte prioritarie della ricostruzione, o meglio uno dei propositi del dopo terremoto, fu quella di rispettare l'originalità insediativa ambientale del territorio, riedificando nelle "storiche" aree dei borghi, che stando alla sottoutilizzazione del patrimonio edilizio precedente al terremoto erano più che sufficienti a contenere la domanda abitativa. Il tipo di struttura abitativa storica policentrica ad “anello” costituita da una fitta rete viaria e da una serie di “nodi” costituiti dai borghi era sicuramente una ulteriore complicazione nelle scelte di ricostruzione rispetto ad un tipo di struttura monocentrica caratteristica di altri paesi della zona terremotata. A ricostruzione pressoché ultimata, è quasi d’obbligo uno sguardo retrospettivo, privo d’ogni nostalgia: non si può dire che la realtà della ricostruzione sia stata coerente con l'impostazione originaria visto che sono state cancellate in gran parte l’identità e la riconoscibilità urbana. La mancanza di un effettivo controllo progettuale ed esecutivo dello sviluppo post-terremoto ha prodotto alcuni effetti macroscopici sia nelle aree “storiche” che in quelle di nuova espansione. La spinta alla ricostruzione all’esterno delle aree storiche, lo scorporo di singole unità edilizie dagli accorpamenti previsti dai Piani particolareggiati, hanno reso inconsistente la densità edilizia e la continuità della quinta stradale in molti borghi; nelle corti, i vuoti delle case non ricostruite in sito coesistono in maniera casuale con nuove edificazioni prolungando all’infinito una precarietà del disegno urbano che si pensava limitata nel tempo. Se nell’analisi della formazione storica della struttura urbana, al 1976, il borgo di Santo Stefano poteva essere connotato come sede dei servizi di scala urbana e delle funzioni centrali, allo stato attuale è evidente come tale “zona centrale” si prolunghi sino alla provinciale Osovana su cui gravitano le espansioni del dopo terremoto; l’espansione non ha portato però ad un rafforzamento, ma solamente ad una diluizione sul territorio dei servizi pubblici e privati, svuotando e devitalizzando anche il vecchio centro. A quei luoghi che si riconoscevano per la loro piazza, per la chiesa, per la cortina edilizia si contrappongono ora le nuove zone che per la loro assenza di qualità nulla hanno di diverso da una periferia indifferenziata se non per una più elevata presenza di verde. D’altra parte il post-terremoto ha innescato tali e tante trasformazioni sociali ed economiche per cui è doveroso domandarsi se la struttura urbana policentrica imperniata sul modello dei borghi e legata ad un modello di economia “rurale” oramai datato, sia ancora oggi un modello valido e suscettibile di miglioramenti ed adattamenti per le esigenze odierne e future della comunità Bujese. Ne conseguono delle considerazioni di tipo quantitativo e qualitativo. Negli anni della ricostruzione ho preso coscienza del sentire comune e ho capito come le casette isolate in mezzo al lotto e circondate dal giardino ben curato forse sono state per molti un tentativo di “modernità” per superare il trauma del terremoto e slegarsi dalle vecchie forme del borgo che ricordavano anche, non bisogna dimenticarlo, un passato fatto anche di disagi e povertà. In questo isolarsi l’uno dall’altro nei propri villini, in questo allentare i contatti anche fisici con il resto del paese è diventato però tangibile un impoverimento di qualità della vita comunitaria; sarà forse per questa nascosta e antica voglia di ritrovarsi che nelle nuove villette, dalle forme edilizie più diverse, non è raro trovare nello scantinato la “taverna” o addirittura il “fogolâr” dove far accomodare i visitatori e accogliere gli amici. Nei tempi successivi alla fase d’emergenza, mi è capitato più di una volta, andando a trovare qualche persona che dalle baracche si era finalmente trasferito nella nuova casa costruita in gran fretta, trovarla a vivere in una cucina-soggiorno improvvisata nello scantinato; e poi essere accompagnato al piano superiore ad ammirare la nuova casa arredata con il suo soggiorno enorme, i bagni super accessoriati. Mi dicevano quasi tutti che il nuovo villino era proprio quello che avevano sempre desiderato..., ma si sentivano più a loro agio nello scantinato dove avevano ricreato le dimensioni abituali del vivere quotidiano, vicino al cortile ed all’orto rimasti indenni. Questo, forse più di tante parole, mi ha fatto capire come il salto improvviso dal mondo conosciuto delle case “rurali”ad altri mondi e modelli “moderni” fossero in verità delle lacerazioni che faticavano a guarire. Un altro discorso è sicuramente quello rappresentato dalle generazioni recenti per cui il mondo conosciuto è solo quello della realtà odierna, salvo poi meravigliarsi nel vedere le fotografie dei vecchi angoli del paese fotografati prima della distruzione che mostravano chiaramente l’armonia e il rapporto sapiente tra pubblico e privato, tra costruito e verde che una ricostruzione qualche volta troppo frettolosa aveva compromesso. In tutti questi casi la richiesta espressa più o meno chiaramente è però univoca: cercare di migliorare la qualità della vita abitativa.
le ipotesi di sviluppo Se è vero che oggi è “difficile pensare alle frazioni come sedi di servizi in grado di essere baricentro per le zone abitate circostanti, è anche vero che i borghi, o meglio il loro centro, che coincide perlopiù con la piazza, può ancora diventare motivo di riqualificazione urbana, cioè miglioramento di qualità per l’intero tessuto urbano. L’ “unicità” dei borghi, determinata dalla qualità del tessuto edilizio e sopratutto dal rapporto tra il costruito e i vuoti dei cortili e delle piazze, la continuità delle quinte viarie e i materiali, sono caratteristiche che si possono recuperare ormai solo a fatica e solamente in parte; la qualità architettonica ed ambientale può essere ritrovata con un paziente lavoro di recupero del “luogo centrale”, là dove ancora è possibile individuare una traccia data da una casa rimasta, da un filo stradale rispettato, da un muro ancora in piedi, da una “braide” intatta. Occorre contrapporre alla definizione del centro storico come “bene economico” quella di “bene culturale” con funzioni non solo residenziali, ma ridando specificità alla zona centrale come luogo d’incontro della comunità garantendo quelle fruizioni sociali che ora si svolgono in maniera parziale. Nel passare degli anni, sul filo di questi ragionamenti si sono ritrovate a discutere assieme diverse persone, ed io fra queste. Secondo queste linee guida ci fu innanzi tutto la deliberazione consiliare del 30.09.1991” riguardante la prima variante generale del PRG che assumeva come stato di fatto larghe zone del paese già ricostruite. In tale delibera programmatica era infatti scritto in premessa che “ritenuto: · che sia necessario avviare una revisione generale dello strumento urbanistico in oggetto indicando responsabilmente le direttrici di sviluppo da ottemperare; · che tale revisione debba partire da presupposti e priorità adeguate alle esigenze attuali ponendo comunque in primo piano: 1. la ricucitura del tessuto urbano delle frazioni 2. la valorizzazione del paesaggio e delle risorse naturali 3. la sostenibilità territoriale e la compatibilità ambientale di un adeguato sviluppo degli insediamenti produttivi e residenziali · impegnandosi anche a recepire le previsioni e gli orientamenti contenuti nei progetti della nuova legislazione regionale in materia di pianificazione territoriale ed urbanistica.” Qualche anno dopo, nel 1995, anche la commissione urbanistica di cui facevo parte assieme agli arch. Vergilio Burello e Michele Ursella, fu istituita secondo le indicazioni riportate nella deliberazione consiliare n. 95 del 30.09.1991” proprio per riconfermare per l’ennesima volta le stesse linee guida per un’altra variante generale al PRGC. Come risulta dai verbali di deliberazione fu elaborata una bozza delle direttive di piano dove in premessa si leggeva: “Nel caso del tessuto urbano di Buia, appare evidente la necessità di ricompattare le zone centrali, limitando nuove zone di espansione, sia per le evidenti diseconomie dell’assetto fisico e funzionale, che per l’alienazione di suolo di uso agricolo o di verde con alti costi aggiuntivi nell’organizzazione dei servizi e dei trasporti, ecc.” Nelle indicazioni della bozza relative alla variante generale fu puntualizzato inoltre che: “Il nuovo Piano Regolatore dovrà analizzare puntualmente lo “stato di fatto”, senza assumere a priori un modello teorico generalizzato da applicare in modo indifferenziato. Un’attenta valutazione andrà quindi posta alle previsioni insediative, che dovranno essere sviluppate conformemente alle caratteristiche di ogni singola zona, scendendo preferibilmente ad una definizione attenta a: - situazione catastale (proprietà); - tipologia, ovvero tipo edilizio in rapporto alle caratteristiche del lotto (vedi tavola delle pertinenze); - conformazione e situazione orografica del lotto; - presenza di “relitti o emergenze del tessuto originario (manufatti esistenti di particolare valore edilizio e ambientale, vedi tav. delle “emergenze ambientali”).” Nella bozza veniva fra l’altro incentivata la ricostruzione in linea a filo strada con la possibilità di avere in questi casi indici volumetrici superiori proprio per ricompattare le zone centrali. Da notare anche che particolare importanza veniva data anche al progetto di riqualificazione delle aree verdi con la finalità di incrementare la vivibilità e la qualità degli insediamenti. il verde come connettivo Una caratteristica del territorio bujese è sempre stata l’abbondanza di acque e di verde, di colline boscose, di prati, di zone coltivate da tempo immemorabile a orti, vigneti, frutteti che hanno conservato quasi intatte le proprie caratteristiche legate ad economie di tipo familiare e che sono sempre state strettamente unite alla residenza. La zona verde, “il non costruito”, è il risultato di una lenta e paziente "costruzione" e modificazione della natura, opera di una secolare civiltà contadina (per esempio i filari di gelsi che connotano le campagne). Di contro, emerge un processo di modificazioni recenti, molto più rapido, che ha comportato una riduzione della tipicità del luogo. In particolare l'attività edificatoria, a perimetro della zona verde, non sempre si è relazionata con la dovuta attenzione con queste tracce di cultura materiale e non sempre ha colto il rapporto morfologico tra edificazione perimetrale e spazio verde interno.” D’altro canto esistono intere zone verdi centrali pressoché integre come la collina di Monte, i Pravìs, i colli Baldo, Ponzale, Zus, Masanêt, i colli di Urbignacco ed altre zone altrettanto importanti come la zona del Ledra, del Cormôr e l’ecosistema delle zone paludose di Avilla e Andreuzza. Nel 1992, l’arch. Paolo Nicoloso ed io lavorammo allo “Studio di fattibilità per la riqualificazione di un’area verde a Santo Stefano di Buja” evidenziando proprio l’importanza del “non costruito” come valenza applicativa di riqualificazione urbana sia per le zone centrali che quelle ad edilizia puntiforme. Un sistema di aree attrezzate, di spazi verdi, di percorsi, più semplicemente un sistema di parchi, che unisca e metta in relazione le aree verdi del territorio bujese può realizzare la connessione indispensabile tra le aree storiche centrali ( Santo Stefano) e le altre aree urbane morfologicamente degradate; può ridare specificità alla zona centrale come luogo d’incontro della comunità garantendo quelle fruizioni sociali che ora si svolgono in maniera del tutto precaria come: giocare all’aperto, passeggiare tranquillamente al di fuori del traffico, riunirsi per manifestazioni sociali e culturali, andare in bicicletta, giocare a bocce, ecc. Le diverse aree verdi potrebbero così assumere quella specificità che era caratteristica del sistema dei borghi: - l’area verde di Santo Stefano come zona attrezzata di pertinenza dell’area centrale; - Monte come “parco della memoria”; - i Pravìs come “parco botanico”; - il Ledra come “parco dell’acqua”.
Allegati: estratti PRGC: carta fisica PRGC residui dei nuclei urbani estratti dalla tesi di laurea: tav condizione abitativa n.5 schede analisi morfologico-funzionale 6 maggio’76 catasto napoleonico 1835 / analisi fisico funzionale al 1978 sintesi fotografica tipologica foto in bianco/nero |