N°3 anno 1999 |
La stale di Sgnaf di Ermes Santi |
L’economia e la cultura contadine erano tipiche del Friuli fino agli anni sessanta di questo secolo e Buja non sfuggiva a questa impostazione di vita. Di conseguenza era nata una architettura rispondente alle esigenze minimali della maggior parte della popolazione. Le case costruite con materiali locali (pietrame e pietre, sabbia e legno, con scarsi apporti di laterizi quasi esclusivamente per i manti di copertura) dovevano soddisfare alle necessità fondamentali: cucinare e mangiare, conservare gli alimenti, dormire, dare un tetto ai raccolti, alloggiare il bestiame e mettere a riparo sia i prodotti per la sua alimentazione che gli strumenti di lavoro. Due piani di ampie stanze per abitarvi e sopra un solaio come deposito dei prodotti alimentari dei campi; l’accesso ai vari locali era esclusivamente assicurato (permesso) da scale e poggioli esterni, generalmente di legno. Contigua all’abitazione era l’ala destinata al lavoro agricolo, comprendente la stalla e il deposito attrezzi (“arie”) al piano terra e al primo piano un alto fienile.(1) Nei centri abitati del nostro Comune si trovavano anche alcune case “signorili” che rispecchiavano una architettura tipica delle città e che avevano riscontro con una cultura commerciale. Tra queste due realtà, a cavallo tra la metà dell’800 e la metà del ‘900, si pone una terza che risponde alle esigenze di alcuni agricoltori. Essi, avendo raggiunto un censo superiore sia per l’estensione delle loro proprietà che per la consistenza del loro bestiame, sentivano la necessità di adeguare i loro edifici alle aumentate esigenze ma contemporaneamente subivano la suggestione delle costruzioni più “eleganti”. Questa “terza via” è caratterizzata dallo stacco tra l’abitazione ed il rustico; tra le due costruzioni si stende un ampio cortile. Laterizi, ferro, cemento e tecniche costruttive più recenti entrano prepotentemente in campo, pur senza abbandonare i materiali naturali. L’abitazione, verso la strada (comunale o d’accesso) assume forme e funzionalità moderne, con l’inserimento di corridoi e scale interne; non è raro vedere porticati e loggette ad arricchire una facciata. Compaiono grondaie con tubi di scarico. L’interno è dotato di un gabinetto, seppure primitivo. Il rustico comprende i soliti tre elementi: deposito attrezzi, stalla e fienile; ha generalmente in più una ampia tettoia con svariate funzioni di riparo, in un angolo sono ricavati pollaio e porcile. Elementi architettonici caratterizzanti questa tipologia sono l’arco a sesto ribassato per il portico e i finestroni con arco a tutto sesto per il fienile. I sismi del ‘76 (ed il poco rispetto per i documenti del nostro passato) hanno spazzato quasi completamente dal nostro paesaggio questi “monumenti” alle nostre tradizioni. Fortunatamente qualcosa si è salvato, grazie più a un fattore sentimentale dei proprietari che per la saggezza di pubblici amministratori. Fra questi edifici è notevole il rustico di Sgnaf, sito in via Sgnaf di borgo Solaris. Probabilmente si tratta del più vecchio esemplare di rustico isolato rimasto, in quanto la sua costruzione risale agli anni ‘70 del secolo scorso ed il suo ampliamento fu benedetto esattamente un secolo fa. Angelo Guerra ne fu artefice e proprietario per lunghi anni, durante i quali amministrò le sue proprietà, costituite da una estesa campagna e da numerosi bovini. Il nipote, attuale proprietario, dopo il terremoto provvide a sue spese alle indispensabili opere di riparazione (non determinanti per la struttura) e ad evitare sia il degrado dell’immobile che la dispersione dei vecchi strumenti agricoli in esso contenuti. Si affaccia a sud parallelamente alla strada con una tettoia profonda e lunga quanto tutto l’edificio. Sorretta da tre snelle colonne di mattoni, dotate di piedistallo di pietra e di un semplice capitello con sottostante collarino, è costituita da una trama di travi e travetti di legno che sorreggono pianelle e un manto di coppi. La parte destra è chiusa per dar posto ad un probabile lavatoio, un minuscolo gabinetto e una stalletta o deposito mangime. Dalla tettoia si entra nel corpo del rustico. A sinistra si apre il deposito attrezzi e a destra un portone a due battenti permette l’ingresso all’ampia stalla. La stalla, che ha un pavimento di acciottolato, presenta elementi di notevole interesse. Contro le pareti di fondo (a sinistra e a destra) basse mangiatoie di legno sono sorrette da quattro bassissimi archi di cotto. Danno luce quattro finestrelle chiuse da archi di mattoni con funzione di architrave. A mezzeria due colonnette metalliche sorreggono una putrella di ferro a sostegno del solaio. Nello spessore, lungo tutta la putrella, si legge "getta l’anima oltre l’ostacolo e vai a riprenderla" scritto con una grafia ricercata ma elementare. Ricorda un reparto di cavalleggeri qui di stanza durante le manovre del 1936 che usò questo locale come scuderia. E questo ricordo è ribadito dalla serie di cavallini in corsa, dipinti monocromaticamente in alto negli interspazi tra le luci (finestre e porte) a costituire una fascia decorativa. Qui sono conservati vari strumenti inerenti la vinificazione: tini, torchi, botti .... A sinistra una ripida scaletta di legno porta al soprastante unico locale. La parte più propriamente destinata a fienile sta sopra il deposito attrezzi ed ha un solaio di legno. Una trave in cemento, che corre lungo tutto il perimetro in corrispondenza all’innesto della tettoia, segna l’altezza originaria del piano. Sotto la tettoia tre pilastri dividono a piena altezza di piano le quattro aperture. Sul lato opposto vi sono quattro finestroni asimmetrici con arco a tutto sesto; due sono stati chiusi con una paretina di mattoni di taglio dopo il terremoto (come è avvenuto per i due finestroni analoghi sulla testata a ovest), gli altri due hanno l’originaria chiusura con mattoni sfalsati in modo da creare fori di aerazione a forma di croce. Sui muri di testata si notano evidenti i segni della sopraelevazione eseguita un secolo fa. Il tetto fu ricostruito con trama in legno e manto di coppi. La trave di colmo è sostenuta all’interno da un grosso pilastro di mattoni e da uno esile di legno. Nei muri longitudinali sopraelevati sono state ricavate finestre con archi a tutto sesto. Nel lato sud sono quattro, in corrispondenza e larghe quanto le sottostanti aperture; portano evidenti i segni dei tamponamenti aerati precedentemente descritti. Nel lato nord le finestre sono nove; cinque, le più strette, sono chiuse e intonacate, quattro corrispondono alle sottostanti, con uguale larghezza. Queste ultime sono state trattate come le sottostanti; l’unica differenza è che nelle due aerate i mattoni di taglio sono posti obliquamente, a righe alternate. Questo piano è ricco di vecchio materiale agricolo: aratri, le parti costituenti i carri agricoli, gioghi e “musolans”, rastrello a traino, cestoni e curiose ceste cilindriche, alte e strette, per la raccolta dei “cavalirs”. Penso che questo edificio rappresenti un sia pure modesto ma indubbiamente interessante museo di storia contadina che varrebbe la pena valorizzare con un intervento di ristrutturazione, ripristino, potenziamento e codificazione che lo riporti all’originario aspetto, come patrimonio storico della nostra cultura e civiltà. Ma l’intervento dovrebbe avvenire al più presto, prima che il degrado faccia scomparire anche questa viva testimonianza del nostro passato. (1) L’ubicazione, la forma ed i rapporti tra abitazione, cortile, strada ed orto sono stati chiaramente descritti dall’arch. Luciano Di Sopra nel suo “FRIULABIO”. |