Il Tabeacco esercizio pubblico polifunzionale di Buja, famoso per la sua gestione "moderna" fino dai primi anni del 1900 di Nello Nicoloso | |
Al rientro a casa dalla Germania un fornaciaio di Buja si è trovato per il terzo anno a dover costatare che quel fabbricato in centro a S. Stefano non solo non era ancora stato completato ma gli è stato assicurato che, pur già grande così com’era, sarebbe stato ulteriormente ingrandito in un periodo successivo. Per quei tempi, nel pensare anche ad un ampliamento, il fornaciaio non ha potuto fare a meno di esclamare “...e son mas a fa dut chel tabeac di cjasone a S. Scjefin...”. Così, anche se il battezzante è rimasto anonimo, il fabbricato è stato poi chiamato ufficialmente “TABEACCO” (la seconda parte, quella centrale del fabbricato è stata poi effettivamente realizzata tra il 1904 ed il 1909). Prima è stato chiamato CAFFE’, poi BAR-LOCANDA e nel 1910, completato in ogni sua parte dal proprietario Pietro Toniutti, GRANDE ALBERGO TABEACCO, come si può leggere un po’ pomposamente su una fotografia dell’epoca (evidentemente visto con gli occhi convinti di un osservatore di quasi un secolo più vecchio di chi legge ora queste righe...). E’ stato proprio a partire dal primo decennio dell’anno 1900 che il Tabeacco ha assunto quella notorietà della quale qui desideriamo parlare, insieme con la famiglia che all’epoca lo ha gestito. Negli anni, o meglio, nei lustri precedenti (fino alla fine del 1800) le funzioni principali assolte da questo complesso edilizio in centro al borgo, ormai vetusto, erano la Stazione di posta con stalla per i cavalli ed i muli, magazzini e sottoportici per i carriaggi con derrate e merci varie, il vasto cortile interno con una seconda uscita verso la retrostante campagna, su una strada che costeggiava il torrente “Curgnûl” e portava fuori paese verso Ovest. Completata la costruzione (ampliamento, parte ristrutturata e parte completamente nuova) sono stati proprio i locali adibiti ad Albergo che hanno fatto “la parte del leone” come occupazione di spazi. I negozi a piano terreno sono stati solo in parte ampliati. In particolare, è stato ingrandito il negozio di mobili e di tessuti di Pietro e poi del figlio Gaetano Toniutti, oltre a quello della Macelleria cooperativa ubicato a fianco. Disponendo di un ampio sottotetto (cjast) su tutta la superficie del fabbricato, Egidio Nicoloso (Gjdìn Busùt) che aveva appreso il mestiere di sellaio già prima del servizio militare di leva (1905-1907) da un abile e noto artigiano di Ospedaletto, e con l’esperienza acquisita durante la leva stessa nella selleria militare del battaglione Gemona dei someggiati, ha chiesto ed ottenuto in affitto dallo zio acquisito (in quanto marito di Giuseppina, zia di sua moglie Gioconda, senesi entrambe ed entrambe rimaste in Friuli per amore come poi vedremo) questi locali e li ha trasformati in laboratorio di sellaio. E’ interessante a questo punto ricordare che Egidio, durante l’apprendistato a Ospedaletto, ha conosciuto un ragazzo volonteroso anche se un po’ più giovane di lui, e ricordatosi di lui in questa occasione lo voleva con sé a Buja ma, cercatolo, gli è stato risposto che aveva cambiato mestiere...: frequentava il seminario di Udine! Si trattava di Domenico Urbani che da sacerdote ha avuto modo di distinguersi come Cappellano militare nell’ultimo conflitto e che poi sarebbe diventato Arciprete di Buja (quando si dice le coincidenze...). In quel periodo esisteva un doppio “mercato” per i sellai, quello degli attacchi e dei finimenti per i cavalli da tiro pesante rapido (usati per il trasporto di merci e per certi lavori in campagna) e quello più raffinato dei finimenti per carrozze, calessi e per i cavalli da sella. Evidentemente venivano richiesti ancora molto anche i basti per i muli e per gli asini e quant’altro serviva per il traino con i buoi dei carri agricoli. La SELLERIA FRIULANA DI BUJA di Nicoloso Egidio (nata all’inizio del secolo) trasferiva quindi il laboratorio – che ormai occupava oltre una dozzina di lavoranti, tra cui il fratello di Egidio, Prosdocimo (marito di Maria Forte la poetessa di Avilla) oltre ad un paio di nipoti (Giovanni e Nanìa) - nel “cjast” del Tabeacco, spostandosi dai locali occupati in precedenza nel fabbricato dirimpetto (quello che poi avrebbe ospitato le officine dei fratelli Angelo e Giovanni Ursella “Cai”). Lì, ha invece sistemato la mostra dei manufatti della selleria. Sul fronte strada ha costruito due luminose vetrine, ben illuminate, con un ingresso centrale. Sul retro aveva il magazzino delle spedizioni ai vari recapiti di quanto gli veniva settimanalmente commissionato, anche a mezzo dei segnalatori delle varie zone che serviva. Egidio Nicoloso, durante il periodo della gestione della SELLERIA FRIULANA, nel 1912 si è sposato. Il proprietario del Tabeacco (Pietro) era morto ed il figlio Gaetano Toniutti, qualche anno prima aveva sposato una maestra toscana, di Siena, sorella della madre di Gioconda Martini, Giuseppina. In occasione di una visita in Friuli della nipote della Signora Toniutti, anch’ella senese come la zia, appena diplomata maestra elementare anche lei, Gioconda Martini (mia madre), ha conosciuto Egidio Nicoloso e dopo un brevissimo fidanzamento si sono sposati: Gioconda Martini in Nicoloso, di nobili origini (un suo avo, il trisnonno, era conservatore della chiave di accesso di una delle porte della città di Siena – contrada dell’Aquila) rimasta orfana di madre dalla nascita era stata poi affidata alle suore di Santa Rita da Cascia nel loro Collegio femminile di Siena perché frequentasse il completo ciclo scolastico di quell’Istituto. E’ quindi rimasta in collegio dai sei anni, non ancora compiuti, ai diciassette cioè fino al diploma superiore. La visita alla zia in Friuli era praticamente il premio che la Signora Toniutti le aveva concesso proprio per il brillante punteggio ottenuto col diploma, oltre che per farle vedere un po’ di mondo... Da Buja, Gioconda Martini (chiamata all’inizio Giocondina, per la sua esile figura), non si è più mossa! Ha insegnato pochissimo, i primi tempi, come supplente, anche perché si è subito sposata e, col marito ha dovuto cominciare a pensare non più da maestra ma da esercente il Tabeacco – attività alberghiera molto impegnativa – che però non le ha impedito di partorire con cadenza biennale ben sei figli. Nel 1912 nasceva così il NUOVO TABEACCO (pomposamente reclamizzato come GRANDE ALBERGO, vedi foto dell’epoca) che era stato rimodernato da Egidio, rendendolo “moderno” per quell’epoca grazie alle visite a tante Fiere – specialmente quella di Milano – che gli avevano dato spunti per l’arredamento e le finiture, così come certi locali similari di Udine e del Friuli. Comprendeva in quel momento sette camere da letto con lavandino (il bagno col gabinetto era in fondo al corridoio sia del primo sia del secondo piano); a piano terreno Caffè-bar, biliardo, sala da pranzo e nella zona più vecchia il “fogolâr” (chiamata “zona di meditazione”...). Su un piano sfalsato era stata ampliata la grande sala polivalente di oltre 150 metri quadrati con un capace soppalco perimetrale che ne aumentava l’altezza e la capienza oltre all’indispensabile palcoscenico adatto a piccole rappresentazioni teatrali, corali, bandistiche e, dopo qualche tempo (già predisposto) anche per accettare proiezioni cinematografiche, prima in muto, fino al 1920, e poi in sonoro come l’evoluzione tecnologica avrebbe richiesto. Questa sala su tutto il lato ovest dava su un ampio cortile interno, raggiungibile scendendo una decina di gradini della scalinata che raccordava le tre ampie uscite, fungendo così anche da “tribuna” provvisoria, anche se un po’ spartana, per chi voleva vedere gli spettacoli allestiti all’aperto o chi ballava sul “breâr” anch’esso montato su un lato del cortile interno. Questo cortile, in origine e cioè fino agli ultimi decenni del 1800, era adibito a parcheggio custodito delle carrozze pubbliche (come stazione di Posta delle Regie Poste Italiane) e dei mezzi di locomozione privati sia in transito, sia che portassero i clienti proprio al Tabeacco per soggiornarvi. Il fabbricato retrostante il cortile era adibito a stalla per i cavalli, con soprastante fienile e tutti i servizi necessari alla sosta dei cariaggi, anche di trasporto pesante, che all’epoca (e fino praticamente alla prima guerra mondiale) solo in questo modo consentivano lo spostamento di persone e merci sul territorio, insieme con la ferrovia. Solo agli inizi del 1900 – come tutti sanno – sono apparse le prime automobili, acquistabili comunque solo da pochissimi privilegiati. A maggior ragione, la custodia delle automobili in un cortile chiuso era particolarmente gradita ai clienti del Tabeacco, sia che si fermassero solo per fare colazione o cenare sia che si fermassero di più magari per la sagra di S. Ermacora o per altre manifestazioni del momento private e pubbliche, veglioni, visione di film od altro. Gioconda, al Tabeacco, era all’epoca aiutata da alcune parenti di Egidio (cugine e nipoti dei “Busùt” e “Capelàn” in particolare) che si avvicendavano, a seconda delle necessità di lavoro del locale, nei vari comparti. Egidio aiutava la moglie compatibilmente con l’impegno sempre crescente della gestione della Selleria. Era particolarmente di sera che poteva essere più presente nel locale, dopo l’orario di lavoro del laboratorio che, comunque, era allora la sua attività principale. Già nel 1912 aveva infatti oltre una dozzina di dipendenti e serviva dei suoi prodotti non solo il Friuli ma anche i recapiti che aveva individuato nel Veneto fino a Vicenza da un lato, e fino al confine austro-ungarico dall’altro. Intanto gli anni passavano ed entrando nel secondo decennio del 1900 i figli Nello, Marcello e Mario dopo la scuola cominciavano a dare anche loro una mano nel locale pubblico. L’attività di Egidio ha subito un fermo quasi totale con il suo richiamo alle armi nella Grande Guerra, nel 1916, attività che poi è stata trasferita ad Ursinins Piccolo in casa di uno dei lavoranti più solerti (Pio Miani), attività che ha mantenuta in vita all’incirca fino alla Seconda Guerra Mondiale (1942). Anche il fratello di Egidio, Prosdocimo – di nove anni più giovane di lui - pur essendo già sposato con mia zia Maria Forte, si è arruolato come volontario negli “Arditi” ed è subito partito per il fronte (come gli altri loro otto fratelli “Busùt”). Egidio stesso ha dovuto “trattenersi” in Austria, in campo di concentramento, quasi durante tutto l’ultimo anno di guerra. Rientrato a casa dalla prigionia, ha saputo che il Tabeacco era stato chiuso per circa un anno in quanto sua moglie Gioconda con i tre figli piccoli erano sfollati nella Bassa Friulana durante il periodo di invasione di Buja da parte delle truppe austriache (che, intanto, avevano fatto man bassa di tutto quello che gli era stato possibile portare via, lasciando i locali, i servizi e le adiacenze del Tabeacco in uno stato inimmaginabile...) ed anche loro erano appena rientrati in paese. Ripartiti con l’attività alberghiera, con uno spirito rinnovato che aiutava i volonterosi a riprendersi da un periodo avverso, hanno rimesso in sesto il locale, ampliando e modernizzando struttura ed arredi, risistemando i locali di servizio, aumentando il numero delle camere, installando all’ingresso del locale la prima pompa di benzina (SHELL) del paese e sistemando la sala da ballo che doveva servire anche come sala di proiezioni cinematografiche mute (già pensando al futuro “sonoro”, che arriverà però verso il 1930). Così, dopo altri cinque anni di sacrifici, il Tabeacco era di nuovo ridiventato il GRANDE ALBERGO TABEACCO di anteguerra. Il locale, alla fine degli anni venti, era molto noto in Regione ma anche fuori: per i veglioni fastosi e ricchi di cotillons e con la partecipazione di famose orchestre da ballo, per i film che venivano proiettati e per la buona cucina – sia nell’intimo “fogolâr” sia nell’ampia sala – che spesso richiamava, per particolari preparazioni, anche famosi cuochi da fuori. I veglioni del Tabeacco, durante i lustri di maggiore popolarità del locale, erano famosi. La gente accorreva nelle particolari ricorrenze anche da fuori Regione. I locali erano sempre affollati al punto giusto in quanto gli ospiti per invito venivano accettati solo se avevano confermato la loro partecipazione con congruo anticipo. La “Cavalchina” rivestiva particolare interesse per gli invitati in quanto veniva organizzata il primo giorno di Quaresima ed era un appuntamento a cui non si poteva mancare. Oggi si direbbe : “evento mondano”... del Friuli Collinare! In queste occasioni si ballava, si gustavano i piatti di una cucina raffinata e, nel “fogolâr” gli intimi finivano la notte (o il giorno...) nella meditazione o nelle dispute di varia natura sugli argomenti più vari dall’intellettuale al privato, spesso anche con la partecipazione dei gestori del locale. Per questi veglioni le due sale (quella grande e quella piccola) venivano addobbate in modo ricco, tanti i cotillons a disposizione degli invitati, si allestiva una pesca di beneficenza, poi la tombola ed altre amenità per un intrattenimento vario e coinvolgente. L’orchestra era sempre di ottimo livello come la voce del o della cantante. Con l’invito, l’abito da sera per tutti era indispensabile! Quando la sala da ballo, specie in particolari periodi dell’anno, era libera, venivano organizzate delle riunioni conviviali. All’epoca era ricorrente l’incontrarsi a scadenze prefissate tra coscritti, tra combattenti e reduci, tra sportivi e simpatizzanti delle varie tifoserie. Questo significava “affittare” certi locali del Tabeacco per una gestione qualche volta diretta e qualche altra indiretta di queste manifestazioni estemporanee. Una foto, per esempio, ritrae la sala grande imbandita per ospitare oltre trecento coperti in una festa di ex combattenti. Per l’occasione la sala era stata ridipinta ed un vistoso pannello futuristico richiamava l’anno 2000, probabilmente come auspicio positivo per un nuovo millennio di pace e prosperità. I collaboratori avventizi (parenti e non) crescevano continuamente di numero e si ricorreva spesso a personale esperto che veniva affittato per temporanee prestazioni lavorative. Gli stessi figli, nel 1930, avevano: 17 anni Nello, 15 anni Marcello e 13 Mario e contribuivano non poco sia come servizio ai tavoli, sia al bar e sia nei servizi generali, apprendendo così, piano piano, sotto l’attenta guida dei genitori, l’arte dell’albergatore... Finite le scuole superiori, i tre fratelli sono stati ancor più partecipi all’attività lavorativa richiesta dal Tabeacco anche se Nello e Marcello, frequentando l’Università (uno a Milano e l’altro a Padova) erano meno liberi di Mario. Nei fine settimana rientravano tutti a casa e la collaborazione era diventata più specifica: oltre ai soliti aiuti al bar Marcello suonava il pianoforte e Mario il violino, come accompagnamento alle proiezioni dei film muti di cui era operatore Nello. Poi Egidio, vedendo sempre aumentare la precarietà della presenza di uno o dell’altro dei figli, per non creare disservizi in sala, ha deciso di trasformare il pianoforte verticale in una pianola elettrica. Con l’aiuto di Nello – perito meccanico – è riuscito nell’intento in breve tempo, anche perché dotato di molto ingegno e manualità. Ma non si è fermato lì. Dopo avere partecipato alla Fiera di Milano nel 1934 e trovato il fornitore di quello che gli sarebbe stato necessario, sempre con l’aiuto di Nello ha trasformato la macchina di proiezione da muto a sonoro. Nel 1935 al Tabeacco era cambiato il modo di intendere ed apprezzare l’arte dei Lumière. In provincia erano pochissime le sale così attrezzate e quindi anche questa modernizzazione ha portato con sé pubblicità ulteriore per il Tabeacco, tanto che già all’epoca si sentiva l’esigenza di costruire una sala cinematografica e di capienza adeguata al sempre crescente numero di persone interessate a questi spettacoli (cosa che poi è avvenuta nel 1950 con altro avveduto gestore del Tabeacco). Intanto però i “venti di guerra” soffiavano anche su Buja, la guerra stava per scoppiare, il 1939 era alle porte ed il regime dell’epoca, con la sua propaganda, motivava sempre di più i giovani ad assumersi responsabilità attive, spronandoli a presentarsi come volontari nelle varie armi per difendere i patri confini... Milioni di giovani sono stati convinti di fare la cosa giusta arruolandosi, e così è stato anche per i fratelli Nicoloso. Il primo è stato Nello, seguito l’anno successivo da Marcello e per ultimo, anche se un po’ più tardi, anche Mario è partito visto che ormai era di leva obbligatoria. Da quando i tre fratelli avevano potuto contribuire nella gestione del Tabeacco, il locale aveva avuto un incremento generalizzato sia sotto l’aspetto della qualità dei servizi prestati ai clienti abituali e non, sia per quanto riguarda il Caffè-bar, sia per i giochi (biliardo, bocce, “cioncs” e carte), sia per l’uso alternativo della sala per il ballo: il cinematografo o le grandi riunioni conviviali. Venuta meno la loro presenza fisica, specie dopo i primi tempi dall’entrata in servizio in Aeronautica (inizialmente erano più vicini a casa ed avevano maggiori possibilità di tornare a Buja), distaccati ai vari reparti in giro per l’Italia, il rientro a casa era diventato quasi impossibile o quantomeno molto più raro e di più breve durata. I guadagni del locale erano sempre più contenuti, l’esercizio pubblico, in tutti i comparti, cominciava a risentire del clima di belligeranza, il risparmiare al massimo era diventato necessario per tutti, poi l’autarchia.... Sta di fatto che le motivazioni a continuare questa attività venivano sempre meno. Così ha avuto inizio il regresso del locale e... della famiglia Nicoloso. La prima vera “mazzata” è però arrivata con l’improvvisa morte di Nello (08.05.1936). Era in partenza dall’aeroporto di Gorizia per l’Africa Orientale Italiana, al comando di S. E. il Duca d’Aosta, quando un collega di squadriglia in fase di decollo gli passava troppo vicino “sotto la pancia” provocandogli un vuoto d’aria che ha reso ingovernabile il suo caccia Breda-25. Precipitava quindi al suolo senza avere modo di usare il paracadute per l’esigua altitudine di volo (150 metri) e si incendiava col pilota imprigionato nella carlinga. Il cielo, per fortuna, è vicino ai giusti e, proprio in quell’anno, un paio di mesi dopo, nasceva il nuovo Nello (appunto chiamato Secondo) che era inaspettato, se non altro per l’età avanzata dei genitori. Seguiva l’ultimo nato di appena... diciotto anni! Egidio, come non ne avesse avuto abbastanza delle sue, viene richiamato per la terza volta in servizio sotto le armi insieme a pochi altri reduci della riserva disponibili in paese. Era il 1940, nel pieno del nuovo conflitto mondiale! Il Tabeacco, già nel biennio 1937–1938, ha risentito molto – bisogna dirlo – di una gestione portata avanti per inerzia da parte di Egidio e Gioconda, ormai già demotivati, stanchi anche psicologicamente, e con un pensiero in più: Nello Secondo. In seguito gli altri due altri figli li facevano trepidare ad ogni comunicato proveniente dai vari fronti in cui erano impegnati. Forse oggi non è facile disporre della sensibilità necessaria per essere veramente obiettivi in queste valutazioni. La seconda guerra mondiale (1939–1945) aveva trovato anche il secondogenito Marcello pronto ad intervenirvi, e già preparato ad iniziare l’attività bellica nei vari scenari di guerra dove fosse stato utile. Il destino volle, per la seconda volta, che la sua destinazione fosse come per Nello l’Africa Orientale ed i suoi limiti territoriali che dovevano essere acquisiti per aumentare l’Impero Coloniale Italiano. Dopo anni di conflitto, dove si è guadagnato valorosamente diverse medaglie di cui due d’argento ed una promozione al grado superiore sul campo, è stato abbattuto dalla contraerea inglese nel cielo di Gedaref nel Sudan Anglo-Egiziano nel 1940. In seguito mio padre ha ritenuto di trattenere per sè solo la rivendita di generi di monopolio del locale, affittare casa e negozio a pochi metri dal Tabeacco e trasferirsi, lasciando ad altra famiglia più giovane e motivata la gestione di un locale che ormai aveva ridotto e non di poco la sua ridondante e poliedrica attività essendo diventato praticamente solo un caffè-bar con biliardo (era l’epoca in cui il coprifuoco non consentiva l’uso della sala per nessuna attività ludica precedentemente possibile sia all’interno che all’esterno delle case, se non solamente durante una manciata di ore diurne). Questa storia della nostra famiglia doveva concludersi, almeno per la prima parte – anche se fuori dal tempo preso in esame –, ancora in modo tragico (come fino qui non fosse stato sufficiente quanto già successo). Mio fratello Mario – dopo il diploma di maestro elementare ed il matrimonio con Rina Gobbo Carrer (figlia di un merciaio di Buja: “siôr Bepi Carrer” di S. Stefano) – che già prestava il servizio militare come ufficiale di complemento anch’egli nella Regia Aeronautica, è dovuto suo malgrado intervenire a diverse azioni di guerra con il suo caccia sia nel Nord Africa, sia nel Sud d’Italia a Pantelleria ecc. Colpito più volte, se l’è sempre cavata – magari come si dice “per il rotto della cuffia” – lo stesso dicasi come quando trasferendo da un aeroporto all’altro uno dei suoi caccia (specie i famigerati Macchi–200 e 202) questo gli faceva le bizze “piantandosi” e diventando così ingovernabile. Dovendo atterrare per tre volte in modo fortunoso nei campi nel migliore dei modi e per il perentorio ordine ricevuto dal comando: “salvare l’aereo ad ogni costo!”, le ossa del pilota, però, si salvavano raramente... Anche Mario alla fine del conflitto si portava a casa qualche medaglia al valore e diversi encomi ma, per fortuna sua, anche la vita. Espatriato come tanti nel 1946 in Venezuela per trovare un lavoro, nel 1954 – ormai in fase di coronamento di tanti sacrifici e quasi pronto per il rientro in Italia – la sorte ha voluto che un minuscolo insetto delle foreste dell’interno (dove stava lavorando) gli facesse più male di tutte le pene passate in guerra. E’ sepolto nel cimitero di Caracas. La “saga” dei figli di Egidio e Gioconda è stata in buona parte anticipata da mia cugina Andreina Nicoloso Ciceri sull’edizione 2000 di questa rivista. A causa del sisma del 1976 il TABEACCO è stato danneggiato gravemente e dopo la demolizione integrale è stato ricostruito modernamente dalla famiglia del Cav. Sebastiano Savoca che ha inaugurato un nuovo Caffè-bar-gelateria-pizzeria con sala biliardi a piano seminterrato ma con il futuro proposito di ricostruire anche il cinematografo più moderno e capiente del precedente. Cosa che finora, purtroppo, non si è ancora concretizzata, ma speriamo possa ancora avvenire in un prossimo futuro. Seguono le famiglie che hanno gestito il TABEACCO dopo che Egidio e Gioconda Nicoloso lo hanno lasciato libero: - Zeno ed Elisa Della Schiava: dal 1939 al 1947 (poi passati a Gorizia, “Alla Lanterna d’oro” all’interno del Castello). E’ poi seguita per poco più di un anno la gestione di un triestino (di cui sfugge il nome); - Alvaro e Corinna Papucci: dal 1948 al 1965 (poi passati a Trieste, prima alla Birreria “Spaten” e poi al Caffè “Tommaseo”); - Sebastiano e Lucia Savoca: dal 1966 al 1998 (poi ritiratisi in pensione); - Franchi e Castellano: dal 1998 al 2000; - Nocchia Paolo: dal gennaio del 2001. |