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Una architettura da salvare: 

villa Barnaba a Santo Stefano

di Daniela Missera

 

FOTO

 

La vile Barnaba di San Scjefin jse ormai di butâvie? Daûr il parê di qualchi tecnic e cjalant lìs fotografiis dal so stât di cumò al pararès propit di sì Ma salacôr cum tum pizzul sfuarz di responsabilitât, sedi dai proprìetaris sedi dai enz publics, si podarès ancjmò tentâ di salvâ cence tante spese une des pocjs architeturis di un cert valôr storic e culturâl ch 'a son restadis a Buje dopo il taramot e destinâle a un servizi comunitari.

Sul significât storic di cheste costruzion al scrutine l'articul dal architet Daniela Missera ch 'o presentìn.

 

Volendo ricostruire un'immagine quanto più possibile semplificata dell'architettura friulana degli anni Venti, si deve porre in evidenza il carattere di individualità dei singoli progetti, la natura di frammento isolato (1) che accomuna, per così dire, una serie di realizzazioni, aldilà dei valori formali che le contraddistinguono.

Una tensione verso l'oggetto architettonico risolto in ogni particolare, dal costruttivo al decorativo, e spesso assente dal contesto, è l'elemento significante di quella temperie culturale in cui matura un serio professionismo provinciale; non è una definizione limitativa, la storia dell'architettura italiana negli anni tra il '10 e il '30, vive nell'opera dei singoli, nei ristretti ambiti locali - Torino, Milano, Roma, ma anche in piccoli centri -, "provinciale'' è perciò la condizione nazionale.

Il Friuli del dopoguerra rielabora con spirito eclettico un materiale storico che oscilla tra i riferimenti alla tradizione costruttiva e formale locale, ed un "classicismo" di stretta derivazione cinque-settecentesca. Impegnato nella ricostruzione delle attrezzature civili e religiose distrutte - la scuola, la chiesa, il palazzo comunale - che possono restituire alle comunità un punto di aggregazione simbolica, oltre il semplice programma funzionale, l'architetto o l'ingegnere sembra attento nel contempo ad una riqualifícazione, soprattutto in termini di "arricchimento" delle facciate, della casa d'abitazione, elemento fondamentale di un recupero della "normalità" inteso anche come necessità di rinsaldare il legame tra luogo e abitante.

 Villa Barnaba, nella sua sistemazione attuale, fu progettata dall'architetto Provino Valle, autore, tra le altre cose, del distrutto Cinema Eden, a Udine, di fronte al Municipio, della Terrazza a mare di Lignano, anch'essa scomparsa negli anni '60, di parte dei fabbricati di piazza XX Settembre, della Casa della Madre e del Bambino, del Tempio Ossario, in piazzale XXVI Luglio (2).

 Pronto a recepire gli stimoli più diversi, e a rinnovarsi, qualora i limiti assegnatigli dal momento glielo permettessero, Valle stava maturando, nel periodo tra il '20 e il '30, una poetica propria, votata ad una interpretazione sempre più libera e fantasiosa del patrimonio storicista: il tema della casa di campagna è affrontato, nella villa Barnaba, secondo nuovi intenti, ormai sempre più lontani da influenze "folcloristiche" locali. L'impianto preesistente, forse ottocentesco, del quale si conservano alcune planimetrie ed una sezione, corrispondeva presumibilmente ad una costruzione su tre piani con pianta tripartita (fíg. 1).

La ristrutturazione del '26 lascia quasi inalterata la distribuzione interna degli ambienti (fig. 2), riservando un'attenzione preponderante ai prospetti. Le soluzioni, per la facciata, furono due. La prima, una composizione ricca di spunti desunti dal repertorio "veneto" dell'architetto, rivela immediatamente la nuova misura monumentale (fig. 3): il piano terra è bugnato, con elaborate griglie in ferro battuto alle finestre e sul portale d'ingresso; il piano nobile è scandito da paraste giganti che inquadrano, nella parte centrale, anche il soprastante abbaino, sormontato da un cornicione ad arco.

L'impostazione rigidamente simmetrica di questa prima proposta, oltre alla rilevanza volumetrica della loggia, permangono anche nel secondo progetto, datato maggio 1926, quello che fu poi adottato e realizzato (fig. 4). È riconoscibile in esso una chiara volontà semplificatrice: al piano terra ancora bugnato si contrappone la nudità dei piani superiori, trattati a intonaco liscio, su cui spiccano i marcapiani e le cornici classicheggianti delle aperture.

La facciata, spogliata di ogni esuberanza decorativistica, risulta più sobria; fulcro della composizione è, al piano nobile, il timpano spezzato, sorretto da due semicolonne che inquadrano lo stemma della famiglia tra volute. Alle due versioni citate se ne aggiunge una terza, probabilmente intermedia (fíg. 5); l'apparato formale, oltreché la data riportatavi (marzo 1926) l'affianca piuttosto all'ultima e definitiva proposta.

Il progetto per villa Barnaba fu presentato da Valle alla Prima Biennale Friulana d'Arte, tenutasi a Udine nell'estate del '26 (3). Ora, a sessant'anni di distanza, l'edificio conserva l'originaria fisionomia, salvo alcune aperture tamponate in laterizio forse per motivi di tipo statico. Il corso della storia, ultimi gli eventi sismici del '76, ne hanno appunto intaccato in misura considerevole la stabilità strutturale (fígg. 6-7); l'abbandono e il degrado galoppante rendono sempre più urgente e indifferibile una risistemazione, oltrechè della villa, anche dell'area verde circostante. Analoghe vicende, avvolte per lungo tempo in un pericoloso silenzio, in questo senso insegnano.

 L'acquisizione dell'immobile da parte dell'Ente Pubblico, e i finanziamenti legati alla L. R. 30/77 Art.8, potranno forse porre fine a questa lunga agonia; nel quadro degli interventi volti alla riqualificazione del centro cittadino, la prospettiva di una possibile trasformazione della villa in centro dei medaglisti buiesi acquista particolare significato.

Si profila un'occasione concreta per ridare, anche se in forma diversa, una specificità urbana a questo edificio che ha il valore di un documento storico.