n°2/3 anno 2000

Villa Ursella di S. Floreano

di Ermes Santi

 

Nel nostro Comune esistevano alcune case padronali di notevole interesse storico. Risalivano al ‘700-’800 e generalmente portavano i segni dell’influenza architettonica veneta. Le diverse datazioni corrispondevano solitamente alla presenza o no di porticati, che nelle campagne compaiono in funzione delle esigenze esterne e di sicurezza.

E’ la stessa situazione che si riscontra nei centri abitati ma che qui si verifica molto più tardi anche perchè diverso è l’ordito abitativo; qui abbiamo costruzioni isolate o quasi, invece nei centri sono in linea a far da quinte alle strade, su cui insistono botteghe. A questo contesto sono legate le considerazioni sulla sicurezza e sull’utilizzo: la funzionalità dettava le norme edificatorie che hanno determinato i vari stili architettonici e gli schemi urbanistici.

L’arco è l’elemento tipico di queste costruzioni e compare sempre negli ingressi principali e nei portoni nelle cui chiavi di volta erano incise le ‘armi’ (o comunque un simbolo scelto dalla famiglia) e le iniziali dei proprietari insieme con l’anno di edificazione. Il materiale costruttivo è costituito essenzialmente da sassi, pietre (provenienti in gran parte dal Tagliamento e dalle cave di Osoppo e a volte da Venzone o dalla Carnia) e da legno dei boschi locali o montani. Questo giustifica l’arco per permettere una maggiore ampiezza delle porte e le dimensioni ridotte delle finestre con architravi di legno o di pietra.

Una delle costruzioni ‘nobili’ più antiche era "casa Barnaba" affacciata alla piazza di Avilla. Notevole, a sinistra dell’ingresso, una vasta cucina al cui centro troneggiava un bel ‘fogolâr’ la cui cappa si inseriva nella volta a padiglione. Quando ci si trovava di fronte ad un bel fuoco scoppiettante sembrava di rivivere una delle più belle pagine del Nievo. Ho parlato al passato perchè purtroppo il terremoto del ‘76 ne ha lasciato solo il ricordo.

Una costruzione che invece si può ancora ammirare è la villa Ursella di S. Floreano, di notevole interesse perchè, almeno esternamente, mantiene l’unità di stile originario e rappresenta uno scenario rimarchevole per la piazzetta su cui insiste.

La sua datazione è precisa dato che nella chiave di volta dell’arco nel portone d’ingresso al cortile è inciso l’anno 1731, sopra una lunga croce e le ‘cifre’ G DV F F.

Per quanto è possibile conoscere delle vicissitudini passate, questo edificio passò di mano dai primi proprietari al clero e servì, dopo la costruzione della vicina chiesa, come canonica, per poi essere abitata da contadini, come dimostra l’esistenza delle stalle e fienili annessi ed attualmente ristrutturati e ridotti per adibirli a funzioni diverse.

 

Attraverso gli anni ha subito numerosi interventi che, se hanno alterato l’aspetto strutturale interno e la facciata sul cortile, fortunatamente ci hanno consegnato intatto l’aspetto esterno dell’edificio. Negli anni ‘50 per rinsaldare la costruzione che presentava guasti preoccupanti fu eseguito un intervento deciso, in particolare sul tetto. Questo, con struttura in legno, fu sostituito con altro in laterocemento, sostenuto da travoni in calcestruzzo armato, convergenti su un grosso pilastro eretto su fondazione. Cordoli e un paio di travi verticali hanno assicurato un rinvigorimento dell’intera struttura, così che non ebbe alcun danno dagli eventi sismici. Per mantenere il precedente aspetto esterno, le linde sono state completate con travi, correntini e pianelle. Dopo i sismi del ‘76 una intelligente ristrutturazione ha ripristinato sul lato piazzetta alcuni elementi che erano stati alterati ‘per praticità, come la porta d’ingresso e un paio di finestre.

L’edificio si erige su due piani e un sottotetto; il manto di copertura è di coppi (quelli vecchi, pesanti, fatti a mano). La facciata mette in mostra la bella struttura in pietrame grosso non tutto dello stesso tipo. Solo negli angoli troviamo pietre squadrate, variamente dimensionate. Al centro vi è la porta d’accesso con volta ad arco; la struttura rifatta in pietra piasentina (quella che si avvicina di più all’originale) ricalca il modello primitivo che troviamo anche in uno degli ingressi dal cortile. Il portoncino è di legno specchiettato.

Al di sopra dell’ingresso il balcone costituisce l’elemento decorativo essenziale della costruzione. Sostenuto da due mensole in pietra è chiuso da una ringhiera bombata, in ferro battuto, tipica del ‘700, come si può vedere nelle costruzioni di Colloredo risalenti alla stessa epoca. La porta è incorniciata da un portale ad arco in pietra bugnata, sovrastato da un frontone barocco, al centro del quale è inserito un vaso ornamentale.

Simmetricamente, ai lati delle porte, sono poste due finestre al piano terra con inferriate, due finestre al primo piano con ante in legno e due finestrini per il sottotetto. Tutte le aperture sono incorniciate da ‘travi’ di pietra; quelle che servono da architrave sono modanate.

Tutto l’insieme è armonicamente composto in una proporzione tra pieni e vuoti squisitamente realizzata. Ed è completato dal muro di chiusura del cortile in cui si apre un portone in simbiosi architettonica con l’edificio. Questo ingresso è sovrastato da un tettuccio su cui spiccano tre elementi decorativi che appartengono allo stesso stile a cui si uniforma la villa.

E’ un peccato che l’interno non abbia mantenuto l’originale struttura, pur con gli inevitabili adattamenti alle esigenze attuali; è indubbio però che la conservazione è stata resa difficile dalla divisione dell’edificio in due unità abitative. Ma dobbiamo riconoscere che l’intervento ‘di facciata’ ha permesso perlomeno di conservarci una stilisticamente interessante testimonianza architettonica del passato di Buja.