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II padrino di battesimo della fotografia fu lo scienziato Francois Arago, che il 7 gennaio 1839 diede il seguente parere: «II signor Daguerre ha scoperto schermi speciali sui quali l'immagine ottica lascia un'impronta perfetta, schermi dove tutto quello che l'immagine conteneva viene riprodotto nei più minuti particolari con esattezza e finezza incomparabili». Le parole di Arago, indirizzate ai suoi colleghi dell'Accademia delle scienze di Parigi, giunsero minacciose all'orecchio dell'inglese William Henry Fox Talbot, matematico e filosofo, il quale, per dimostrare la priorità del suo procedimento, il 30 gennaio di quello stesso anno al Royal Institute di Londra lesse una relazione intitolata: «Appunti sull'arte del disegno fotogenico ossia sul procedimento mercè il quale gli oggetti naturali possono disegnarsi da soli senza l'aiuto della matita dell'artista». Il 5 febbraio il francese Hippolyte Bayard presentò i suoi «disegni fotogenici» - cioè ottenuti con tecniche fotografiche - al fisico Depretz, e il 14 marzo sir John F.W. Herschel lesse alla Royal Society una comunicazione intitolata: «Sull'arte della fotografia o dell'applicazione dei raggi chimici della luce per ottenere una rappresentazione pittorica». Fu così che nell'inverno del 1839 le scoperte dei pionieri, fra i quali occupa il primo posto Joseph Nicéphore Nièpce, che verso la metà degli anni Venti aveva realizzato il primo positivo fotografico, ottennero la consacrazione scientifica, ma non rimasero chiuse negli atti delle accademie. Le rivelazioni degli inventori e i pareri degli scienziati furono accolte con grande entusiasmo nel mondo, e la fotografia si diffuse a macchia d'olio. Le prime immagini di Milano in dagherrotipo risalgono alla fine del 1839. A Mosca il laboratorio Grekov fu aperto nel 1840, lo stesso anno in cui inizia l'attività un laboratorio di ritratti a Calcutta. I primi dagherrotipi australiani portano la data del 1841. La fotografia rispondeva a una forte domanda di rappresentazione delle persone e del mondo a un prezzo relativamente basso: bastava trovare facili sistemi di moltiplicazione degli originali, cioè i procedimenti dal negativo al positivo, per abbassare ulteriormente i prezzi e suscitare nuova domanda d'immagini! I laboratori venivano aperti soprattutto nelle città, come si è visto, ma non mancavano i dagherrotipisti ambulanti negli anni quaranta e cinquanta dell'Ottocento, che andavano a cercare clienti «a domicilio». Avranno battuto anche i paesi del Friuli, ma nei nostri archivi non rimangono, tracce del loro passaggio. È certo, d'altra parte, che fino al 1854, quando Disderi inventò l'economica carte de visite, la fotografia rimase un'arte per aristocratici, come il conte udinese Augusto Agricola, al quale si deve la più antica immagine fotografica della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. II primo studio udinese fu aperto dal veneziano Francesco Bonaldi verso la metà degli anni Cinquanta, ma la sua produzione sembra interamente perduta. Ci rimangono, invece, alcune foto del pittore Giuseppa Malignarli, che aveva aperto il suo laboratorio in Udine nel 1866, quando un solo punto stabile di produzione fotografica bastava per la città e la sua provincia! Ma in quello stesso anno, o poco più tardi, fu avviato anche l'atelier di Fabio Madussi ad Artegna, nel quale avranno posato anche alcuni bujesi. Se si riuscisse a trovare qualche ritratto o qualche veduta di Buja firmata da Mandussi, un fotografo di talento, che nel 1878 avrebbe rilevato anche lo studio Malignani di Udine, potremmo vedere una delle più antiche fotografie bujesi (fig. 1). Ai piedi del Monte, il primo fotografo stanziale fu Ciro Barnaba, nato nel 1863, morto nel 1952, sordomuto dalla nascita, aveva appreso l'arte fotografica a Milano e aperto studio in Santo Stefano nel 1885 (fig. 2). La sua attività fu continuata dal figlio Renato e traumaticamente interrotta dal terremoto del 1976 (fig. 3). Il loro archivio sembrava perduto fra le macerie, ma almeno in parte è stato salvato e si trova in buone mani. Nel 1900 aprì studio a Solaris Giovanni Domenico D'Aita, nato a Buja nel 1875 (fig. 4). Da uno studio di Franca Merluzzi sappiamo che la sua famiglia gestiva una rivendita di sale e tabacchi. Ebbe cinque figli da Matilde Saccavini di Premariacco e dal 1915 al 1918 fu vicesindaco. Verso il 1927 emigrò in Francia. Raggiunto dai figli, dopo varie esperienze lavorative ritornò al primo mestiere aprendo uno studio fotografico a St. Gyr sul Mer (Marsiglia), dove morì nel 1964. Fra i suoi riconoscimenti spicca l'encomio reale per le fotografie da lui eseguite in occasione della visita di Vittorio Emanuele III alla città di Udine nel 1903. Nel 1927 inizia l'attività Tarcisio Baldassi, nato a Buja nel 1899 (fig. 5). Dopo essersi cimentato fin da ragazzo con il duro lavoro del fornaciaio all'estero e con l'arte del calzolaio nella bottega del fratello, con molti sacrifici riuscì a dedicarsi interamente alla fotografia. Pur essendo rimasto fondamentalmente un fotografo di paese, chiamato il più delle volte alle solite prestazioni di routine, non rinuncia a una lettura della realtà in chiave poetica e fa conoscere le sue opere più ispirate al di fuori dei confini regionali. Nel 1930 partecipa alla Mostra nazionale d'arte grafica di Roma;.nel 1932, ancora a Roma, alla Mostra internazionale di fotografia; nel 1936 è presente alla Wiener Galerie di Vienna, e nel 1937 al Salon international di Bruxelles. Nel 1947 partecipa alla prima Mostra internazionale della tecnica cinematografica di Venezia, nel 1948 alla Mostra del Centro Studi di Roma. Nel 1953 espone le sue opere in una personale alla Società fotografica subalpina di Torino. Dopo un ultimo dolente rèportage fra le macerie del terremoto, Baldassi trascorre una serena vecchiaia a fianco del figlio, Alvio, che continua l'attività paterna nello studio di piazza del Mercato. Nel 1973, infine, è stato avviato a Madonna lo studio di Olivia Aita, che ha chiuso i battenti nel 1990. Fra i fotografi bujesi è doveroso ricordare anche Elio e Angelo Comoretto, reporter del «Messaggero Veneto», Giuseppe Baldassi, fotografo che operò lungamente a Torino prima di trasferirsi a Buja, Egidio Tessaro, ben noto ai lettori di questo periodico, e sicuramente tanti altri fotoamatori anonimi, che nei loro album nascondono tesori di documentazione e di cultura. E dal 1880, infatti, da quando la Eastman Co di Rochester (New York) lanciò il celebre slogan «You press the botton, tue do the resi» (Voi schiacciate il bottone, noi facciamo il resto), che tutti possono diventare fotografi senza essere «maghi», cioè capaci di applicare complicati procedimenti chimici per realizzare in proprio i negativi o almeno i positivi. A Buja il tempo della fotografia popolare è iniziato da trenta o quarant'anni, non da cento come in America, ma bastano per accumulare un patrimonio informativo che non dovrebbe essere totalmente disperso o addirittura distrutto. La storia fotografica di Buja, in conclusione, non riposa soltanto negli archivi dei professionisti, parzialmente pubblicati in libri intitolati «Buja cent'anni», «Buja terra e popolo», «Tarcisio Baldassi fotografo» e altri: vive anche negli album dei dilettanti e degli amatori, che talvolta raggiungono livelli di alta qualità. Nel rendere omaggio ai maestri, ci auguriamo che qualche ente o associazione, conscio dell'alto valore culturale della fotografia, si dia pena di visitare anche i cassetti privati per formare un archivio visivo che darà i suoi frutti nel tempo. |