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1977  N°3-4-1

La fotografia come documento

di Andreina Nicoloso Ciceri

 

FOTO

 

A suo tempo la fotografia ha messo in crisi la pittura, costringendola a cercare nuove vie, giacché a ritrarre il « vero » la macchina si era dimostrata più brava. Così il rapporto tra la pittura e la realtà giunse ad una rottura: la realtà è rimasta campo della fotografia, mentre la pittura si è avviata sui sentieri difficili della psicanalisi, guardando dall'alto in basso l'opera della « macchina ».

Ed oggi una nuova « macchina » dà della realtà, sia spirituale che materiale, una gamma più completa di segni, con le riprese filmiche, in cui si può cogliere la dimensione-vita. Tuttavia il fascino della fotografia rimane intatto: appena un oggetto è ritratto, esce dalla cronaca, perde spessore, ma acquista atmosfera ed entra nella luce della memoria. Sappiamo quanti artisti furono affascinati dalla fotografia, e non solo Zola, Verga, Michetti, Strindberg... Per spiegare il grande revival della fotografia, con libri fotografici e mostre, bisognerebbe chiamare in causa troppi fattori, ma soprattutto l'ansia di recuperare il passato fuori da qualsiasi « mistica », ed anche l'ansia di ritrovare il gusto di un mondo di piccole certezze di fronte allo scoramento presente.

Anche l'opera fotografica (almeno quella che è riuscita a scavalcare due guerre e tanti avvenimenti) di Sante Gerussi è stata oggetto, in questi ultimi anni, di alcune mostre in Tricesimo, con vivo successo presso il pubblico dei giovani e degli anziani. Il cav. Ugolino Gerussi, che conserva le casse delle lastre paterne, ha operato la scelta assieme al fotografo Mario Tosolini di Adorgnano che, con molta pazienza e cura, ne ha tratto delle foto a pannello.

E' stata così restituita insperabilmente la perduta dimensione della Tricesimo di una ottantina d'anni fa. Nell'ordine del tempo questi anni non sono molti, ma sono ben quelli che hanno segnato tanto profondi mutamenti. La « macchina » di Sante Gerussi ha fissato gli aspetti più vari di una comunità assai composita socialmente e per di più in via di trasformazione: l'attività agricola sulla via di ritirarsi nei borghi periferici e la concentrazione commerciale nel centro e lungo la gran via per Udine. Più strati, vale a dire più imondi che

l'occhio fotografico di Gerussi ha colto, ritraendo con lo stesso interesse le ville signorili e gli interni rustici di vecchie corti promiscue, con molteplici ordini di ballatoi in legno, distese di campi colti en pleine aire e scorci urbani, gruppi di famiglia e sposi di vari ceti, operai al lavoro o tutto un popolo intento a sbosca i colli di Savorgnano, futuri vigneti; è probabile ed intuibile che il suo interesse maggiore si appuntasse sulle persone, singole o in folla, colte qua e là per le vie o durante cerimonie sacre e profane, folle in cui si mescolavano ricchi e poveri, cappelli e fazzoletti contadini, piedi calzati e scalzi.

Prima o poi questo materiale darà sicuramente un album a stampa e sarà un interessante affresco documentario per Tricesimo. Qui, per ovvie ragioni, si dà solo un saggio: l'autoritratto assai gustoso; una veduta dell'attuale via Roma, con il vecchio pozzo dove oggi c'è un semaforo, i truogoli per i cavalli di posta, la tipica insegna della birra; una bella veduta del castello Valentinis con in primo piano la campagna dove si sono fatti ritrovamenti di reperti antichi; una veduta della piazza coll'ormai leggendario Judìsin; due negozi: uno di sostenuto tono borghese (ferramenta del conte di Montegnacco) e l'umile baracchino della frutta e verdura, in borgo S. Antonio; inoltre due gruppi di famiglia.

SANTE GERUSSI

Nacque a Raspano, nel dicembre del 1865, da modesta famiglia: il padre era fornaciaio ed il fratello reclutatore di operai. Dopo la terza elementare, anche Sante fu per un anno in fornace in Germania, ma quel portare i mattoni scottanti sul petto gli guastò la salute, perciò gli trovarono un lavoro come garzone del forno Vicario a Tricesimo, dove si perfezionò e si fece stimare, sicché, diventato giovanotto, ottenuto un prestito, si comprò poche stanze in borgo S. Antonio a Tricesimo; si sposò con la tricesimana Fiorenza Sbuelz, figlia del cursòr comunale e aprì in proprio un negozietto, dove vendeva di tutto, anche rami lavorati dalla ditta Del Basso di Cividale. La moglie faceva un po' la sarta, mentre Sante (o Santin) amava leggere. A praticare la fotografia cominciò intorno al 1890, quando ancora a Tricesimo non c'erano fotografi. Avendo saputo che a Venezia c'era un bravo fotografo-pittore, gli scrisse, chiedendo di recarsi ad apprendere da lui; fu accettato e frequentò quel « maestro » per alcuni mesi, ritornando arricchito di nozioni e di tecnica.

Cominciò così quell'attività che ha fruttato a Tricesimo una documentazione assai interessante, soprattutto sul piano socio-ambientale.

Specialmente alla domenica egli doveva dedicarsi alla clientela ed alla ritrattistica, ma è evidente che il suo interesse era più aperto. Il fotografo a quei tempi doveva operare con un largo margine di inventiva e di sperimentalismo: possiamo immaginarlo tra macchine a cassetta, lastre, acidi... Un po' mago, un po' artista, tecnico e pittore insieme. Il cav. Ugolino, che ci ha gentilmente prestato alcuni « pezzi » della collezione e ci ha fornito notizie sulla biografia paterna, testimonia che, quando lo seguiva per portargli la grande borsa, con la scorta di lastre, vedeva il padre aspettare con grande pazienza le condizioni favorevoli allo scatto, anche se si trattava di vedutismo naturale, quasi pretendesse che anche le nubi si mettessero in posa.

Era il Gerussi uomo serio e preciso, autentico e sincero, non amava la facile giovialità, né sopportava la banalità, ma forse c'era un po' di civetteria nel suo dire di aver frequentato solo l'universitât di Raspàn! Ma siccome un fotografo è sempre come al bivio tra arte e tecnica, ecco che il destino, nella persona di Arturo Malignani, ad un certo punto piegò la sua vita verso la seconda strada, forse per quei tempi meno aleatoria e più sicura per un padre di famiglia, una strada tuttavia non meno ricca di fascino pionieristico. Arturo Malignani aveva creato anche a Trice-simo la rete elettrica, facendo costruire, per i primi 43 utenti, quella cabina che tuttora è in funzione. Grazie alla comune passione per la fotografia, Sante Gerussi divenne la persona di fiducia di Malignani ed il gerente per Tricesimo fin dal 1910, aprendo anche una tradizione di famiglia. Per una complicazione che pareva di poco conto, morì nel 1927.