![]() | Giuseppe Baldassífotografo d’arte e scultore di Domenico Zannier | |
Accostarsi a Giuseppe Baldassi è accostarsi a quel fervido mondo d’arte e di cultura che è l’anima della gente di Buja e che ne dilata gli orizzonti ben oltre il suolo nativo. Temperamento eclettico e geniale, temprato al sacrificio e alla fatica, sempre consapevole della propria dignità personale, Giuseppe Baldassi offre una biografia che può definirsi emblematica degli uomini della sua terra friulana. Percorriamo con interesse e attenzione le varie tappe. A dieci anni nel 1928 aiuta lo zio Tarcisio Baldassi, famoso fotografo, collaboratore della elegante rivista “La Panarie” di Chino Ermacora, apprendendo la professione dell’obiettivo. Pur sentendo in sè l’indole della scultura, rimane fino al 1933 con lo zio. Quando non si occupa di fotografia, svolge incombenze diverse, come il lavoro degli orti e dei campi. Nel 1933, come tanti e tanti Bujesi, va a lavorare nelle fornaci di mattoni. L’impiego lo trova nelle fornaci piemontesi, vicino a Torino, poco più che quindicenne. Dal ‘33 al ‘39 cuoce, allinea, modella mattoni e laterizi d’ogni genere, ma trova il tempo per creare sculture, bassorilievi, medaglioni in terracotta. I soggetti sono sacri e profani o meglio civili, si passa dal Cristo effigiato al sovrano d’Italia dell’epoca. Il mestiere del fotografo è per il momento accantonato. I problemi esistenziali non permettono altre divagazioni, al di fuori di quelle rare occasioni d’arte che sbocciano per spontanea vitalità dalla sua ispirazione e dalle sue abili mani. Sopraggiunge il secondo conflitto mondiale e, come si diceva allora, quando la Patria chiama bisogna andare. Nel 1939 è già in Albania. Rimarrà coinvolto nella guerra fino al 1945. Combattente sul fronte greco-albanese si distingue per il suo senso del dovere e nella Grecia occupata partecipa della simpatia del popolo greco per il comportamento civile e responsabile delle truppe italiane di occupazione, in particolare degli alpini. Il 1943 è un anno drammatico. L’Italia firma l’armistizio. L’esercito senza ordini precisi è allo sbando. Si organizza una resistenza contro i Tedeschi per un senso di fedeltà alla nazione, ma è inutile. I soldati italiani, se non vengono massacrati come a Cefalonia, finiscono prigionieri in Germania, quando non vogliono collaborare. Giuseppe Baldassi finisce così in un campo di prigionia, assegnato al lavoro in una miniera. È uno dei periodi più duri della sua vicenda umana, ma ricorda che, tra tante durezze e coriacei guardiani nazisti, c’è stato anche un sorvegliante che gli passava di soppiatto del cibo per aiutarlo a sopravvivere. Non erano spenti tutti i cuori. Baldassi ricorda le sculture realizzate, quando era in Grecia: una Santa Barbara, protettrice degli artiglieri il fante, il Duca d’Aosta. A conflitto terminato rientra in Italia. A Buja è stata fondata nel frattempo l’Accademia degli Accesi, che intende valorizzare il paese morenico sotto il profilo intellettuale, artistico e culturale. Ne è animatore Pietro Menis, scrittore e cultore di memorie locali. In occasione di una mostra di opere artistiche Baldassi partecipa con un lavoro in terracotta, una testa di adolescente. Le risorse in loco sono quelle che sono e le possibilità di lavoro scarseggiano. Giuseppe Baldassi riprende la strada per il Piemonte nel settembre del ‘45. Eccolo operaio nella fabbrica Michelin. Porta con sè due passioni: la scultura e la fotografia. Rimane in fabbrica fino al 1964, quando è ormai sicuro di esprimere la propria personalità in campo fotografico. In una collettiva del circolo culturale della Michelin ha già vinto un primo premio e così in altre rassegne aziendali. Ha diviso il suo tempo tra lavoro, fotografia e studio quadriennale con il Prof. Jacopi per la scultura, realizzando lavori in bronzo e in terracotta. In campo fotografico ottiene il primo premio assoluto della Società Fotografica Subalpina nel 1954 in una mostra-concorso a Torino. Lo sganciamento dalla fabbrica avviene gradualmente. Nel 1956 apre uno studio fotografico fuori Torino, a Montanaro Canavese e nel 1957 ne apre un secondo a Torino. Raggiunta l’autonomia professionale può lasciarsi alle spalle lo stabilimento e dedicarsi alla fotografia, che ormai è la ragione della sua vita. Il talento originale, la capacità di cogliere luce e spazi, di enucleare i punti e i momenti essenziali di una ripresa, di valorizzare oggetti, persone, ambienti gli creano prestigio e notorietà. Dal 1964 diviene il fotografo ufficiale per la Carrozzeria Bertone e lo sarà diverso tempo anche per Vignale e Pinin Farina. Una sua foto apparirà sulla rivista americana Life. Accanto alle foto pubblicitarie per l’industria, Giuseppe Baldassi coltiva la fotografia artistica in una vasta gamma di tematiche. È primo premio per la fotografia artistica al Salone della Tecnica di Torino e Ginevra in Svizzera. Nel 1975 ritorna definitivamente a Buja, nella sua casa di Ursinins Piccolo. Pensa a una vita tranquilla, cullata dai ricordi, ma il 1976 con il suo drammatico terremoto lo costringe a riprendere l’attività. La casa ha resistito bene alle onde sismiche e Baldassi con il suo obiettivo fotografa casa per casa, tra crolli e macerie, il volto ferito del territorio bujese. Foto e negativi dovevano apparire per un libro-testimonianza e si trovano tuttora in un archivio privato. Baldassi continua la sua professione di fotografo fino al 1981. Da allora prende il sopravvento un nuovo capitolo, peraltro già in parallelo con la fotografia, quello della scultura, che caratterizza gli anni recenti e sul quale abbiamo riferito in altri scritti. L’itinerario fotografico di Giuseppe Baldassi ci rivela la comprensione profonda della natura e della persona umana, il senso dell’esistenza e dei contrasti che l’attraversano, l’umanizzazione visiva della realtà tecnologica, il frammento storico che fugge nelle lontananze del passato. Tutti gli strumenti sono strumenti. Anche la macchina fotografica è uno strumento, ma dietro quella macchina c’è un uomo, il cuore di un uomo, la sensibilità e l’arte di un uomo. È l’uomo che si chiama Giuseppe Baldassi, con l’incanto negli occhi. |