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di Mirella Comino

 

 

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Non è mai stata netta la linea di demarcazione tra arte ed artigianato.
Anche le idee più grandi, per esprimersi, hanno bisogno di mani e strumenti, così come il lavoro delle mani può talvolta arrivare ad un livello di perfezione tale da costituire di per sè un capolavoro di ingegno e creatività.

Nel settore della medaglia, forse in misura maggiore che in altri indirizzi artistici, il peso della tecnica e della manualità è determinante per la riuscita dell'opera d'arte. Lo ha illustrato con molta chiarezza la parte didattica della mostra "Buja città d'arte della medaglia" del settembre '96, curata dall'incisore Piero Monassi: il materiale illustrativo (disegni, modelli in plastilina, gessi, pezzi fusi e coniati, punzoni e fotografie) ripercorreva in senso cronologico i vari momenti della nascita di una medaglia, dal progetto grafico al pezzo finito, passando attraverso il modello in plastilina, il gesso negativo e positivo, la fusione, la riduzione pantografica, la coniazione ed il bagno chimico che dà ai pezzi un diverso aspetto cromatico.

Va detto per altro che non tutte le medaglie percorrono in modo identico questo itinerario: ad esempio, la stragrande maggioranza dei 250 pezzi esposti nella mostra sopra citata era costituita da fusioni, nelle quali si "risparmia" un certo numero di passaggi ed interventi tecnici, mentre la coniazione viene in genere prevista per opere delle quali è richiesta una certa tiratura. Invece le medaglie policrome, come quelle a smalto di Pierino Monassi, hanno percorsi di realizzazione ben più complessi.

In ogni caso, i maestri incisori che operano a tempo pieno nella medaglistica e nella numismatica sono in grado di padroneggiare con sicurezza tutte le fasi di produzione. Come non ricordare, a questo proposito, la leggendaria Torre dei Capocci, al centro di Piazza San Martino ai Monti a Roma, che vide il primo spartano laboratorio dei fratelli Giampaoli appena arrivati nella capitale, e che oggi ospita l'attività di Celestino e dei figli Marco e Luca in un' "officina" attrezzata in modo da dare inizio e fine ad un pezzo medaglistico. E come non ricordare le straordinarie intuizioni di Vittorio sull'uso delle frese da dentista nell'incisione, o le misteriose patine di Pietro, o la sua sorprendente competenza tecnica nella sperimentazione di nuove leghe per la monetazione e nello studio dei rapporti tra pressione ed usura nei conii, oppure l'abilità di Guerrino Monassi nel calcolare l'equilibrio dei rapporti di pressione per la realizzazione delle cento lire di Guglielmo Marconi, in cui lo scienziato veniva ritratto di fronte, a dispetto di tutti i problemi di spessore normalmente imposti dalla coniazione delle monete.

D'altra parte questi incisori, che poi ci riconducono ai due grandi gruppi familiari dei Giampaoli e dei Monassi, hanno alle spalle dei loro prestigiosi risultati scuole di preparazione che hanno formato non solo il loro talento artistico, ma anche le abilità tecniche.

Per questi personaggi, anche a prezzo di grandi sacrifici, le varie Accademie, la frequentazione di botteghe e studi d'arte guidate dall'esperienza di grandi Maestri e soprattutto la scuola d'Arte della Medaglia di Roma hanno aperto la strada verso successi ovunque riconosciuti. Non a caso essi sono stati contesi dalle Zecche e dalle scuole di incisione di diversi Paesi del mondo.

Anche Gia Osso e Giulia Pauluzzo, formate alla scuola dei Metalli presso l'Istituto d'Arte di Udine e preparate alla dimestichezza con lo sbalzo, il cesello, l'incisione o la fusione per creare gioielli, possono contare su conoscenze tecniche che le avvicinano all'esperienza dei maestri di incisione.

Per gli altri medaglisti, che dividono il loro tempo con altre attività artistiche, è spesso d'obbligo, invece, fermare il loro lavoro alla fase del gesso, che interpreta il loro progetto al cento per cento nelle forme e nei rilievi, ma non ha ancora la consistenza e il colore del metallo. Le fasi successive, della fusione ed eventualmente della coniazione, vengono allora affidate a chi conosce il comportamento fisico dei metalli ed ha gli strumenti necessari ad utilizzarlo per i fini dell'artista. 

E' il fonditore, ad esempio, che presta le mani ingegnose per realizzare l'ultima tappa che porta alla luce la medaglia fusa e se il fonditore è bravo anche gli artisti capaci di provvedere in proprio al completamento delle loro opere gli consegnano con fiducia i loro bozzetti, nella certezza che sarà capace, da artista lui stesso, di dare fedele concretezza al loro progetto.
Di Virgilio Beltrame, fonditore in Cussignacco, si dice sia il migliore della zona e anche qualcosa di più.
Lavora in un locale che sembra tratto da un vecchio documentario in bianco e nero (più nero che bianco, in verità, a causa dei residui di fumo) e ricorda le fucine a carbone dei battiferro di un tempo. Anche il suo crogiuolo si scalda alla fiamma del carbone e la materia prima che usa per prendere l'impronta degli oggetti da riprodurre è la terra di fonderia: entrambi i materiali, lo afferma lui stesso, in altri stabilimenti sono stati da tempo sostituiti rispettivamente da combustibili liquidi e da una miscela di sabbie ed olii che si compattano più facilmente della terra.

Si direbbe che per lui la bontà dei risultati raggiunti sia strettamente legata alla scelta in favore di materiali e tecniche collaudati dalla tradizione, ma c'è sicuramente altro nella qualità del suo lavoro: una grande passione a sostegno di un ingegno innato, di una intelligente curiosità, di una tenace volontà di fare sempre il meglio.

La storia della sua attività ne è testimonianza. La racconta lui stesso con grande semplicità, ricordando che la sua bottega ha compiuto in gennaio vent'anni, ma la sua esperienza ne ha almeno altrettanti di più.
"O' soi lât a vore là di Fontanin tal '56. Prime o vevi stât a regolâ machinis là di un mecanic, e prime ancjemò bicicletis, ma no si cjapave nuje, e alore o' soi lât te fonderie di Fontanin, là ch'ai ere già un gnò fradi. Fontanin nol ere un tipo facil, al pratindeve un grum, ma jo o' ai rivat instes a passâ di operaio sempliz a specializât e po' a super-specializât. O' vevi imparât a cognossi dutis lis tapis di lavorazion e duncje o' eri in grat di cjapâ in man il lavôr in qualunque puest ch'al fos mancjât qualchidun. Cussi, quanche al vignive qualchi personagjo di rispiet, Fontanin al veve braure a mostrami come 'il miôr ch'al veve'".

Une dì, dal '76, al ven di me Mario Ferrari (n.d.r. medaglista, collaboratore, tra l'altro, di Guerrino Monassi) e mi dîs che i coventavin medais di consegnâ la domenie dopo in tune gare, ma che nol saveve cemût fâ parceche Erasmo (Erasmo Contardo, abile fonditore di Villanova di San Daniele, scomparso pochi anni or sono) che al veve di fondilis, al ere malât e che nome jo i podevi judâlu. Jo, là di Fontanin, o fasevi il fonditôr, ma là si fasevin duc' âltris tocs. No vevi mai fondudis medais e no vevi nancje lis stafis che coventavin par cjapâ il stamp. La curiositât di prova, insieme cul proposit di dai une man a di chest Ferrari, mi à fat acetâ l'impegno. O' soi lât di corse lassù di Erasmo a fami dî cemût risolvi un par di questions e a fami prestâ i imprese che mi coventavin e mi soi metût a provâ. O' erin jo e la femine. Mi visi che i' vin provât fin dôs, tre a buinore; dopo i ai dite - Va a durmî tu, femine, che tu sês strache. Jo, però, no mi soi rindût e o'ai continuât a provâ dute la gnot. A sis a binore o' ai gjetât e lis medais a'son vignudis fûr. Alore o ai scomenzât a fant une daûr che âtre, e mi visi che lis puartavin vie par ordin che lis tiravi fûr dal stamp. In chel an, invessit di fa feriis, 'o ai passadis zornadis interiis lassù di Erasmo, a finî di imparâ ce che mi coventave. Finì: no si à mai finît, parceche ogni volte che si gjete e' je une sorprese. Un tic di umiditât di pui o di mancul, te cjere e parfin tal ajar, le cjere no batude ben pardut compagn, un grop te cjere, une robe di nuje 'e pò ruvinâ il risultai. In ogni mût, il mes di genâr dal '77, cumò vinc'ains, o'ai tacât a lavorâ di bessol, propit chi".

Virgilio spiega che, quanto al lavoro, subito dopo il terremoto gli capitava di fare quasi esclusivamente medaglie, mentre ora realizza anche oggetti decorativi, soprammobili, targhe o altri bronzi in bassorilievo o a tutto tondo, visto che la richiesta di medaglie non è più sufficiente a permettergli di campare. La sua specialità sono comunque gli oggetti di piccole dimensioni, gli spessori quasi impalpabili che rivelano tutta la sua consumata abilità e che ricavano dai gessi medaglie e placchette di assoluta precisione.

Da Ceschia a Malison, da Celiberti a Driutti, per non parlare dei medaglisti Bujesi, praticamente tutti gli artisti friulani sono passati nella sua bottega almeno per mezzo delle loro opere.

"No son mai stâs chi di persone ì Giampaoli, ma o ai vude ocasion di fâ ancje robe lôr" spiega, e mostra, a titolo di esempio, una placchetta col profilo della Vergine, opera di Pietro Giampaoli, che Famiglia Cristiana gli commissionò nel 1981 in 2000 copie, per le quali stava organizzando una campagna promozionale. Poi, tirando fuori da un cassetto una copia della rivista di quel periodo, aggiunge: 

"Però an di ai fatis nome mil e dusinte. O'ai ancjmò lis faturis. Dopo ur ai dite che se si vergognavin di velis fatis chi, che lessin a finilis di fâ là di Caggiari!" e spiega come un suo paesano, che aveva visto il lavoro nella sua bottega, venne da lui per chiedergli come mai la placchetta fosse stata reclamizzata sul periodico come prodotto di una ditta di Parma.

Sulle pareti stracariche, medaglie, medaglioni e placchette documentano il passaggio di tanti artisti e si mescolano, in un affascinante disordine, ai bronzi commemorative di associazioni ed eventi sportivi. Proprio perchè sono pezzi d'arte riescono a farsi largo tra le altre riproduzioni facendosi riconoscere nonostante l'affollamento. "Ermes di Colloredo" e "l'Orcolat", di Monassi, "l'Incontro" di Galina, i ritratti di Baldassi colpiscono l'occhio e la curiosità, sollecitati a cercare altri "volti" noti. I gessi di Arnaldo Baldassi, cliente della bottega solo da pochi mesi, da quando ha cominciato a dedicarsi all'incisione, e le piccole cere di Gia sono invece in attesa su uno scaffale lungo il passaggio che porta al cuore della bottega.

Là Virgilio imprime sulla terra raccolta nelle staffe l'anima della medaglia. Alla destra il crogiuolo, luogo dove il metallo prende forma grazie al fuoco a carbone; tutt'intorno, negli scaffali alti fino al soffitto, staffe e strumenti, boccette dall'aspetto misterioso e gessi: tutto è velato in modo uniforme dalla sottile polvere color caliggine che sa di lavoro e di tempo. Centinaia di gessi riempiono invece ordinatamente gli scaffali dell'ultimo locale. Tra tutti Virgilio toglie e spolvera stupendi bozzetti di Paul Vincze, medaglista inglese che ha illustrato, tra l'altro, le opere di Shakespeare, affidandole proprio alle sue mani sicure.

Pensando alla ricchezza di esperienze di cui è pieno ogni angolo di questo luogo straordinario e pensando a quanto l'arte della medaglia ha ricevuto da queste esperienze, dal sacrificio e dall'ingegno di colui che lo abita, viene da chiedere a Virgilio, anche se è ancora giovane, chi continuerà il suo lavoro, fatto di segreti che solo a diretto contatto di un maestro di bottega possono entrare nelle mani di un giovane.
"Miei fîs a van a l'universitât e, posto che van ben, a' varan la lor strade.

Gnò fî, però, al à dite che chest estât al à di imparâ, parceche no si sa mai. Jo o' lavori ancje di gnot e ancje la domenie, quanche al covente, ma no pues tigni nissun a imparâ. Cemût si fasial a tigni zovins, a dìdivuè, cun dutis lis burocraziis che nus tormentin?"

La domanda di Virgilio Beltrame, il miglior fonditore della zona, è senza risposta perchè coglie nel segno il problema di una burocrazia dai ragionamenti completamente sconosciuti al buon senso. Leggi di tutti i tipi, per la sicurezza e la retribuzione, per gli oneri fiscali e quelli previdenziali, per produrre e per non produrre hanno reso sempre più difficile la sopravvivenza delle botteghe artigiane. Di questo passo, com'è il caso della fonderia Beltrame, anche l'arte ne morirà.