Un particolare esempio di bujese: Giovanni D’Aita di Alberto Guerra | |
In un mondo sovraccarico di immagini come il nostro si fa fatica a comprendere il valore di un’unica fotografia. Ogni momento della vita dei nostri giorni, che meriti o meno la propria riproduzione, può, anche a nostra insaputa, essere immortalato e diffuso a livello globale. Il singolo scatto si perde nella sovrabbondanza. Nel Friuli dei primi anni del Novecento le cose sono ovviamente molto diverse. Un quadretto, una vecchia litografia, un’icona, se ci sono, esauriscono l’insieme delle immagini della maggior parte delle case. La fotografia, quando arriva, ha pertanto un suo valore specifico e farsi ritrarre diventa un rito per cui ci si mette l’abito buono. Le pose rigide, dovute anche alla limitatezza delle tecnologie, conferiscono al risultato una solennità che è difficile trovare nelle foto di adesso, comprese quelle ufficiali. Ci si fa fotografare poco - intere generazioni di famiglie numerosissime se ne stanno oggi tranquillamente in una mezza scatola di scarpe - e quelle rare volte che ci si mette davanti all’apparecchio si ha la sensazione dell’evento. Il fotografo del paese diventa così un personaggio caratterizzato, come il medico, il farmacista, il prete e pochi altri. Giovanni D’Aita nasce a Chiusaforte nel 1877. Non sappiamo il perché, in un’epoca in cui i bambini hanno la tendenza a venire al mondo in casa propria, di questo piccolo paese montano come luogo di nascita. Il padre, Angelo, è infatti bujese, mentre la madre, Caterina Peloso, viene da Fagagna. Possiamo pensare, ma sono solo supposizioni, che siano motivi di lavoro ad averli condotti nella Val Canale, forse legati alla costruzione delle ferrovia Pontebbana, inaugurata appena due anni dopo, nel 1879. Una precisazione: il vero nome di Giovanni D’Aita è Giovanni Domenico Aita, cognome molto diffuso ancora ai nostri giorni in tutto il Friuli centrale. La d apostrofata è un’aggiunta successiva, ricavata dall’iniziale del secondo nome, per risolvere un problema di omonimia. Giovanni D’Aita cresce a Buja e qui, nel 1900, sposa Matilde Saccavini di Premariacco. Dall’unione nascono, tra il 1901 e il 1912, cinque figli: Erminio, Iris, Aladino, Armando e Adelia. Al momento del matrimonio la coppia decide di rilevare l’attività che il padre di Giovanni gestisce in borgo Madonna, una rivendita di generi alimentari con annessa osteria e spaccio di sali e tabacchi. Nel 1901 D’Aita vi affiancherà lo studio di fotografia che gli darà la fama. Alla pratica fotografica il giovane bujese, che non ha ancora venticinque anni, viene avviato da Pietro Modotti, attivo a Udine con un suo atelier fin dagli anni novanta. Dall’udinese, a cui lo lega un rapporto di amicizia, D’Aita prenderà in particolare l’attenzione per le nuove tecniche di riproduzione fotografica e il gusto per la sperimentazione. Altre importanti conoscenze di lavoro che matureranno negli anni saranno quelle con Ciro Barnaba, primo fotografo bujese, Tarcisio Baldassi, altro storico professionista locale, e con due importanti esponenti della fotografia friulana della prima metà del secolo scorso come i fratelli Pignat di Udine. Professionalmente D’Aita pare avere subito fortuna: già nel 1903 l’artista può vantare, mettendolo ben in evidenza con un timbro rosso sulla reclame dello studio, il primo diploma d’onore, corredato da una medaglia di bronzo, all’Esposizione regionale di Udine. Altri riconoscimenti seguiranno negli anni successivi. Che Giovanni D’Aita, oltre ad essere un valido fotografo, sia anche uomo d’intraprendenza è evidente. Dalla pubblicità sul retro delle sue stampe vediamo, ad esempio, come il laboratorio di via Solaris sia attrezzato a garantire una varia serie di servizi. Vi si eseguono ritratti fino a grandezza naturale, riproduzioni, vedute, foto di gruppo e ingrandimenti di ogni forma e misura. Sono garantiti prezzi contenuti, la conservazione dei negativi, pronta consegna e specialità per i bambini. Il fotografo, che è anche pittore, realizza lavorazioni a olio, a pastello e a carboncino. Anche quello dei ritocchi alle fotografie, pratica molto in voga in quegli anni, che comprende interventi come la correzione dell’immagine sulla lastra negativa e la colorazione delle stampe, sarà un campo dove D’Aita si cimenterà con buoni risultati. Nel periodo successivo al primo conflitto mondiale, quando le vie di emigrazione si riaprono e c’è gran necessità di passaporti, un’altra specializzazione dello studio sarà quella delle fototessere. L’intraprendenza di Giovanni D’Aita, oltre a recargli una meritata fama in campo fotografico, ha fatto di quest’uomo un testimone importantissimo della storia di quel periodo. E’ conosciutissima, infatti, la sua attività di fotografo dei migranti. Ogni anno, nel corso di specifiche campagne di lavoro, che si susseguono fino allo scoppio della guerra, egli si sposta nei paesi a cui i friulani forniscono manodopera, ricercando clienti soprattutto tra gli occupati nelle fornaci. Le figure impresse sulle lastre riportate da questi viaggi, seppur statiche nelle loro pose impostate, sono uno spaccato esemplare della realtà che descrivono. I fornaciai di D’Aita, vestiti logori ed espressione dura, sono immersi nei luoghi del loro lavoro, tra mattoni e carriole, senza grossi filtri, se non quelli legati alla finzione scenica. Una testimonianza che riporta tutto: anche il lavoro minorile abusivo e quello femminile sottopagato. Ma D’Aita non è solo il fotografo che esegue per poche lire ritratti agli stagionali. L’attenzione, pur ovvia, per i soggetti di questi scatti, rischia infatti di mettere in secondo piano l’uomo che ne è autore. Un personaggio che agli occhi degli abitanti della Buja di cent’anni fa deve apparire alquanto sui generis, tanto da meritarsi di abitare in un “castello incantato”. E’ questo, infatti, il sopranome che i compaesani danno alla casa che il fotografo, grazie ai proventi della sua attività, si fa costruire a Madonna: un edificio in stile neogotico, ventidue stanze, che lui riempie dei souvenir acquistati durante i suoi viaggi. Una dimora che non passa certo inosservata in un ambiente dominato da vecchie case di campagna. Persona che desta meraviglia, questo D’Aita, ma che non deve certo attirare su di sé, come spesso accade in questi casi, la diffidenza degli altri. Ne fa prova il fatto che egli ricopre, negli anni tormentati della grande guerra, la carica di vicesindaco di Buja. Professionista capace, uomo d’intraprendenza, personaggio straordinario: Giovanni D’Aita non è uno che si lascia andare nei momenti difficili. Come durante l’occupazione austriaca, nei giorni successivi a Caporetto, quando si reinventa fotografo degli occupanti, mettendo in piedi una cospicua attività di ritrattista per conto dei soldati invasori, che fanno la fila davanti al suo studio per essere immortalati. Una nota di colore sulla vicenda: a fargli abbandonare l’idea di fuggire pare sia la visione dei terribili austriaci, vampirizzati dalla propaganda, intenti nell’innocua occupazione di ramazzare le strade del borgo. Ancora oggi è possibile trovare nelle case di Madonna e dintorni tracce del lavoro dello studio di via Solaris. Ne è esempio la piccola collezione di cui ci concede visione Clara Sava, di Sopramonte. E’ questa una serie di ritratti, sette in tutto, non datati, ma collocabili, in base all’anagrafe dei soggetti fotografati, tra la seconda metà del primo decennio del secolo scorso e la prima del successivo. Tutti hanno come protagonisti i famigliari di Pietro Sava, bisnonno della proprietaria, morto nel 1922. A quei tempi la famiglia Sava, che in seguito si sarebbe trasferita a Sopramonte, abita a Madonna, lungo la strada che porta a Solaris, a poche decine di metri dal “castello incantato”. Due di questi scatti, in formato carte-de-visite, ritraggono il capofamiglia e la consorte. Lui, lunga barba bianca e baffoni, indossa una consunta giacca scura, mentre lei, i segni del tempo che solcano profondamente il viso, è nel tipico abito delle contadine di allora, con grembiule e fazzoletto sul capo. Entrambi, seduti e ripresi a mezza figura, tengono le mani incrociate sulle gambe, il marito a reggere quella che pare una tabacchiera. Di queste due foto esistono anche degli ingrandimenti 50x60, un formato in cui D’Aita è specializzato e con cui stupisce i propri clienti. Tali ingrandimenti, pur non firmati, sono riconducibili allo studio di Madonna attraverso le note riportate sul retro delle copie piccole. Essi rappresentano un esempio molto significativo delle capacità del fotografo, soprattutto per quanto riguarda la sua abilità nel ritocco. Entrambe le figure, ma in particolare la donna, sono infatti pesantemente rifinite sul negativo, sia nei tratti somatici che nel vestiario. Un terzo scatto ci riporta invece la nuora di Pietro, Caterina Comoretto, con i quattro figli, Pietro, Angelo e i due gemelli Maria e Antonio, ancora neonati. La fotografia è collocabile temporalmente intorno al 1911, data di nascita dei gemelli. Ci troviamo qui di fronte ad uno dei classici ritratti di cui D’Aita è maestro, con la donna seduta al centro ed i figli disposti intorno a lei in modo simmetrico. L’insieme è completato da una pianta in vaso, da una tenda e da uno degli sfondi dipinti - in questo caso ad essere riprodotta è un’architettura - che il fotografo realizza personalmente. Le ultime due fotografie sono invece stampe dello stesso negativo e raffigurano una sorella del vecchio Sava, con i nipoti Pietro e Angelo, di alcuni anni più giovani rispetto all’immagine precedente. L’interesse per queste due realizzazioni sta nel fatto che una di esse è colorata a mano dall’autore, procedimento alquanto empirico con cui i professionisti di allora, essendo le tecniche di riproduzione a colori ancora agli albori, risolvono il limite del bianco e nero. La pittura oggi è quasi completamente scomparsa, ma se ne possono ancora intuire le sfumature. Giovanni D’Aita tiene aperto il suo studio di Madonna fino alla seconda metà degli anni Venti, quando decide, forse anche motivato dalla scarsa simpatia che dimostra nei confronti del regime, di emigrare definitivamente in Francia, prima a Marsiglia e poi a St.Girs su Mer. Qui riprenderà, dopo alcune vicissitudini, il lavoro di fotografo, portandolo avanti fino all’anno della sua morte, nel 1967. Di lui rimane oggi, oltre alle sue fotografie, il ricordo di un uomo che ha saputo crearsi una propria parte significativa nel piccolo mondo bujese dei primi del Novecento.
Bibliografia di approfondimento: - F. Merluzzi, Il buiese Giovanni D’Aita fotografo emigrante, Societât Filologjche Furlane, Udine, 1991. - Dalla immagine della famiglia alla descrizione dell’emigrazione. Giovanni D’Aita fotografo, in Immagine Cultura (monografia), 1994. - Inseguendo i compagni nei luoghi di lavoro. L’emigrazione nelle foto d’epoca di Giovanni D’Aita, in Messaggero Veneto, 2 marzo 1994. - Int di Madone e des sôs borgades, Parrocchia di Madonna, Buja, 2008.
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