Tarcisio Baldassi poeta dell'obiettivo di Domenico Zannier | |
Tra le persone che appartengono ormai alla storia di Buja, anche se fino a non molto ne occupavano l'attualità, un posto spetta di merito a Tarcisio Baldassi. Era nato sul finire del secolo scorso, l'ottocento, il cui mito era il progresso, mentre l'Italia muoveva i primi passi di uno stato unitario. Non è riuscito per poco a vedere il terzo millennio. Una vita dunque longeva la sua, ma vissuta lucidamente sino all'ultimo istante e sempre piena di fede e di speranza. Da bambino era stata dura. Allora si finiva a lavorare nelle fornaci d'Oltralpe anche a nove anni, gestiti dai capisensali, di non molti scrupoli umanitari. E anche Tarcisio partì. Si rese però subito conto che quella vita non era per lui. E non era solo durezza dell'ambiente, ma anche rozzezza e incultura di persone, purtroppo nella loro insensibilità, vittime a sua volta di una situazione economica e sociale nella quale si erano maturati. Ho sempre insegnato ai miei alunni che la storia è anche un museo degli errori e degli orrori, ma che non possiamo per questo abdicare ai principi morali e non tentare di migliorare il mondo. Tarcisio non tornò più in Germania. E un giorno scoprì la fotografi. A Buja ci sarebbe tutta una vicenda da scrivere, quella dei fotografi tra ottocento e novecento, testimoni validi e fedeli di un'epoca. Fu l'occasionale regalo di una macchina fotografica a innescare una professione. Il resto lo fece la sensibilità umana e artistica di Baldassi. Tarcisio capì quali possibilità apriva l'invenzione della fotografia e come poteva svilupparsi in campi autonomi, seppure concomitanti, della pittura, specie della ritrattistica. Oggi questo discorso potrebbe apparire superato, ma allora era prominente ed essenziale. Fu la fotografia a mettere in crisi un tipo di pittura e a indirizzarla verso strade nuove. Per Tarcisio Baldassi la fotografia non era lo scatto e la pellicola, era l'occhio che stava dietro l'obiettivo e l'anima che sceglieva. Occorreva quella scena, quel paesaggio o, quell'ora, quella luce di sole o di nuvola. La fotografia diveniva pertanto creazione d'arte. E fra le due guerre il nostro ha dato il meglio di sé, scoprendo un Friuli di civiltà artigiana e contadina, di visioni georgiche inimitabili. Noi non ci rendiamo conto di come la mutata alimentazione e il lavoro industriale e impiegatizio abbiano cambiato perfino nel fisico e nell' espressione le persone. La fatica aveva il suo volto. Nello stesso tempo dove ritroveremo i visi sereni, quasi fanciulleschi, anche negli anziani, ritratti da Tarcisio Baldassi? Certamente non è perso tutto perché siamo pur sempre i figli e i nipoti degli uomini e delle donne che lui ha fissato per sempre. E ci sono reviscenze. Ma è un conto ricordare, commemorare e rappresentare, un altro conto vivere e avere vissuto. Tarcisio Baldassi ha avuto infine pubblico riconoscimento di premi nazionali, di attestazioni, di plausi della critica. Non si è mai montato la testa. E in questo era totalmente friulano. Il suo incontro con Ottavio Valerio, un uomo vulcanico, attore, animatore, direttore di istituti per la formazione giovanile, innamorato del Friuli, e con Chino Ermacora il signore giornalista, che con la "Panarie" inventò la più bella rivista di progettualità friulana culturale e naturale per una conoscenza più vasta della Piccola Patria, lo fece protagonista della friulanità. E poi le sue foto valicarono l'Italia e l'Europa. Ha continuato a dare gioielli in questo lungo dopoguerra, che ormai è almeno per noi un fortunato tempo di pace. Ha quindi passato al figlio l'eredità del mestiere, per ritirarsi nell'ambito familiare. E tuttavia il cuore lo spingeva a dare ancora qualche cosa alla gente, al suo prossimo. Sono nate così le sue candide composizioni tra l'inti-mistico e il popolare in versi friulani. Nei suoi versi troviamo un uomo che a novant'anni credeva ancora nella innocenza, nei buoni sentimenti, nella vita. Lo aveva dimostrato assistendo con infinito amore la sua sposa, ridotta all'immobilità paralitica. Le sue non erano soltanto immagini e parole. E di questa esemplarità gliene siamo grati, mentre giganteggiano negative e dissolventi pubblicità. Non ditemi che aveva dei difetti, perché di difetti ne abbiamo tutti, e comunque io non me ne sono accorto, nei rapporti sinceri e rispettosi che ho avuto con lui per tanti anni. Ho presentato a Buja una sua rassegna fotografica antologica ai tempi del Mons. Angelo Cracina e Ottavio Valerio ha parlato dell'amico e della sua opera. Mi imbatto ora in tanti ambienti e dalle pareti mi guardano e mi interrogano i suoi quadri fotografici di un mondo stupendo perduto: le bambine che saltano con la corda nel cortile di casa, i buoi che arano, il mercato di S. Ermacora, gli alberi fioriti di primavera, le vecchiette addormentate da una predica noiosa e lunga, il gattino che annaspa sui vetri, il ciocco che crepita nel focolare, l'uomo che falcia nel prato, i covoni contro un cielo di nuvole cangianti o lo specchio delle acque tracimate nei solchi. Questo era ed è Tarcisio Baldassi, il cittadino, il credente, l'innamorato della sua gente e della sua terra, l'artista di una testimonianza che ci incanta gli occhi e ci anima il cuore. |