Storia di una medaglia e di un'amicizia di Rosangela Boscariol | |
Di sigûr tes famèes di Buje 'e son inmò riserves di fotografies, ch'e vignaran in lûs un pôc a la volte. Cumò, intani, j ài cjatât une miniere là di Neva Eustacchio (n. 1922) che sta a Dartigne, ma 'e jere di Solaris. J presenti chì dome pôs esemplarsi chei che miôr 'e mostrin le vite di une volte. Al è significatîf che, tal album di Neva, unevorone di tocs 'e stan a testemoneâ, al solit la diaspora de emigrassiòn. E alore, daûr dai cartoncìns, si lei: Buja è un paese friulano che ha infranto i suoi confini e si è reso noto in tutto il mondo, almeno in quello dei collezionisti di medaglie e di monete, per aver dato i natali ad alcuni tra i più grandi maestri incisori del XX° secolo. Tra questi Piero Monassi. Ed è proprio di lui e della sua ultima creazione che tratta questo raccontino vero. Piero Monassi è stato anche presidente dell’associazione Fogolâr Furlan di Milano e lo è stato mentre ancora era presidente onorario Ardito Desio. Era inevitabile che tra due uomini così diversi, eppure con un substrato morale tanto simile, nascesse un’amicizia basata sulla stima, sul rispetto e sulla consapevolezza ciascuno dei meriti dell’altro. Desio, illustre scienziato, esploratore e scrittore, conosciuto in tutto il mondo, rigoroso, autoritario, ma nello stesso tempo piacevole e disponibile; Monassi, artista sensibile, affabile, gentile, e nello stesso tempo anche lui rigoroso e preciso. Due signori, di quella signorilità oggi tanto rara. Due personalità ben definite, forti, nel loro campo due maestri. Ricordo con particolare piacere un’incontro nella bella casa di Ardito Desio, alta sui tetti di Milano. Era una mattinata di inizio primavera, frizzante d’aria e luminosa di cielo, una di quelle giornate di cui Milano è avara; lontani, a nord, si delineavano e svettavano nell’azzurro, ancora incappucciati di neve, i monti lombardi cari al Manzoni, con la linea inconfondibile, seghettata, del Resegone. C’eravamo: il critico d’arte, giornalista e scrittore svizzero prof. Walter Schonemberger; il fotografo d’arte friulano Walter Mirolo; Piero Monassi e io, non tanto perché rispettivamente presidente e direttore del giornale dell’associazione Fogolâr Furlan di Milano, quanto in veste di amici. Eravamo lì per scattare delle fotografie e fare un’intervista al professor Desio, che aveva appena compiuto i cento anni. Fu un incontro piacevole, quasi familiare, che si protrasse più del previsto, con Desio che rievocava per noi le avventure straordinarie della sua vita, in paesi lontani e, ai suoi tempi, quasi o del tutto ignoti. Rispondendo alle nostre domande - dopotutto era un’intervista, anche se, nel clima amichevole, ne aveva perso l’ufficialità - il Professore correva nel suo studio e ci portava degli oggetti-ricordo interessantissimi, la bottiglia con il petrolio da lui scoperto in Libia, il cilindro portacarte metallico, con il foro del proiettile a lui destinato, che gli aveva salvato la vita, strumenti di rilevamento, mappe di deserti da lui disegnate, tutte cose che evocavano tempi eroici e imprese piene di fascino. Desio era un conversatore arguto e gradevole, noi degli ascoltatori attenti e veramente interessati. Fu, ripeto, una mattinata piacevole, di quelle da riporre nella memoria e da rievocare con gioia. L’anno scorso, 2004, si è celebrato il cinquantenario della conquista del K2, impresa memorabile, che ha reso immortale il nome di Ardito Desio, ideatore e capo della spedizione italiana. Commemorazioni, mostre, imprese emulative, trasmissioni televisive, libri, persino un francobollo e infine una medaglia. Una medaglia di Piero Monassi. Già da tempo l’artista di Buja accarezzava l’idea di creare un’opera raffigurante Ardito Desio, me ne aveva parlato più volte. Non voleva un ritratto di profilo, troppo iconografico e riduttivo per cogliere l’espressività del personaggio; non voleva un ritratto a tutto tondo, rischiava di appiattirsi; l’ideale - diceva Monassi - era di rappresentarlo di tre quarti. E così è stato: la medaglia riporta il volto di Desio tra le vette dei monti: “Simbolicamente cima tra le cime da lui conquistate” dice l’artista. E, poiché Piero Monassi conosceva bene il personaggio, il ritratto è riuscito perfettamente: non solo il volto dell’esploratore è realisticamente il suo, ma ne traspaiono anche il carattere, la severità, la nobiltà, la forza morale; perfettamente preservati e consegnati ai posteri in un’opera d’arte. Peccato che la medaglia, donata alla Associazione Ardito Desio, presieduta dalla figlia dello scienziato scomparso, sia in un unico esemplare. Ma non disperino i collezionisti o anche solo coloro, come me, che semplicemente desiderano un ricordo di un uomo che ha fatto onore all’Italia e al Friuli, infatti Piero Monassi si è già dichiarato disponibile alla duplicazione dell’esemplare unico, manca solo il consenso della Associazione Ardito Desio, che ci sta pensando. Incrociamo le dita e speriamo, perché è un vero peccato che un’opera tanto bella e significativa non sia a disposizione di tutti. Gli uomini del K2 Sei scienziati, undici scalatori, un fotografo, quattro portatori sherpa: questi i componenti della spedizione che il 31 luglio 1954 conquistò il K2. Sono: Ardito Desio, di anni 57, di Palmanova, organizzatore e capo della spedizione. I collaboratori scientifici: Paolo Graziosi, di anni 47, di Firenze, etnografo; Antonio Marussi, di anni 46, di Trieste, geofisico; Bruno Zanettin, di anni 31, di Padova, petrografo; Francesco Lombardi, di anni 36, geodeta e topografo dell’I.G.M. (Firenze); Guido Pagani, di anni 37, di Piacenza, medico. Gli alpinisti: Erich Abram, di anni 32, di Bolzano; Ugo Angelino, di anni 31, di Biella; Walter Bonatti, di anni 24, di Monza; Achille Compagnoni, di anni 40, di Cervinia; Cirillo Floreanini, di anni 30, di Cave del Predil; Pino Gallotti, di anni 36, di Milano; Lino Lacedelli, di anni 29, di Cortina d’Ampezzo; Mario Puchoz, di anni 36, di Courmayeur, Ubaldo Rey, di anni 31, di Courmayeur; Gino Soldà, di anni 47, di Recoaro; Sergio Viotto, di anni 25, di Courmayeur; e infine Mario Fantin, di anni 33, di Bologna; fotografo e addetto alle riprese cinematografiche. Con questi italiani vanno ricordati gli indispensabili portatori sherpa, 4, compreso il loro capo-carovana Sadik. Con le parole dello stesso Ardito Desio, misurate ed essenziali, scevre da ogni trionfalismo, tratte dalla sua biografia “Sulle vie della sete dei ghiacci e dell’oro” (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1988, pag. 274-275), ecco la descrizione del l’arrivo sulla cima fino allora inviolata del K2. Dal canto loro, Compagnoni e Lacedelli, dopo una notte insonne trascorsa nella tendina del 9° campo e dopo qualche perplessità, si decisero a scendere per recuperare i respiratori. Indossati i respiratori, ripresero la faticosa risalita nella neve molle, affondando sino all’anca. Continuarono così fin sotto la cupola terminale, quando d’un tratto la respirazione si fece difficile, provocando un senso di soffocamento: l’ossigeno delle bombole era esaurito. Dopo essersi tolte le maschere e avere aspirato a pieni polmoni l’aria gelida, con uno sforzo supremo si rimisero in marcia. Salirono impiegando tutte le energie ancora disponibili, sostando ogni tre passi. Ad un certo punto ebbero la strana sensazione di essere seguiti dal fantasma di una donna, ma ben presto la dura realtà si fece strada. La faticosa scalata continuò lungo una crestina ammantata di neve, finché alle 6 pomeridiane videro a poco a poco sfuggire dinanzi a loro il pendio, mentre l’orizzonte si andava aprendo in ogni direzione. Erano arrivati in vetta! Ebbri di gioia abbracciarono e piantarono sulla vetta le bandierine dell’Italia e del Pakistan depositandovi accanto i respiratori che avevano portato con sé onde evitare, con i loro movimenti, di provocare una valanga. Rimasero mezz’ora sulla cima ad ammirare il meraviglioso paesaggio dei colossi maggiori del Karakorum e a fare fotografie e riprese cinematografiche, e quando si avviarono sulla via del ritorno era ormai scesa la notte. Spinti da un senso temerario, affrontarono le gravissime difficoltà e i pericoli di una discesa al buio. Con la gola arsa dalla sete, brancolando nel buio alla ricerca delle tracce lasciate durante la salita, un po’ scivolando, un po’ rotolando nella neve, raggiunsero finalmente i sacchi che avevano abbandonato quando erano scesi a prendere i respiratori. Scavalcando poi con un salto nel buio il crepaccio che tagliava trasversalmente il pendio sopra la parete di ghiaccio scalata al mattino, dopo una serie di difficili manovre di corda per portarsi al piede della parete, prima Compagnoni, poi anche Lacedelli, dopo un volo di una quindicina di metri, s’infilarono nella neve sprofondando sino al collo proprio sull’orlo del crepaccio aperto al piede della parete. Ormai i maggiori ostacoli lungo la via di discesa erano superati e l’8° campo non era più lontano. Fu infatti con grande sollievo che alle 11 di notte scorsero a breve distanza le tende dell’8° campo, dove stavano in ansiosa attesa i compagni. Era la salvezza! La morte di Mario Puchoz Sul K2 è rimasto Mario Puchoz, alpinista valdostano di Courmayeur, stroncato da una polmonite, e nel corso della spedizione ha perso la vita anche uno sherpa. E’ stato il tributo di sangue che la montagna inviolata ha preteso per essere conquistata: una vittima italiana, una vittima pakistana. In cambio delle due bandierine piantate sulla sua cima. Mario Puchoz aveva solo 36 anni. Il suo paese natale gli ha eretto un busto marmoreo che guarda i monti più alti d’Europa, le Alpi, a perenne memoria di un uomo che conosceva i rischi ma che ha amato l’avventura e l’ha rincorsa sino al sacrificio ultimo e senza ritorno. Ardito Desio - biografia in breve Ardito Desio è nato a Palmanova il 18 aprile 1897, era la domenica di Pasqua. Scienziato, esploratore, scrittore e giornalista è conosciuto in tutto il mondo ed è stato insignito delle massime onorificenze scientifiche internazionali. Professore Emerito, fondatore dell’Istituto di Geologia dell’Università Statale di Milano, ha al suo attivo oltre quattrocento pubblicazioni e i suoi testi vengono studiati nelle università di tutto il mondo; membro dell’Accademia dei Lincei e di altre Accademie italiane e straniere, ha ricoperto alte cariche nelle più importanti Associazioni Geologiche e Geografiche nazionali e estere. La sua lunga vita è trascorsa alternando le esplorazioni scientifiche sul campo all’insegnamento universitario e alla stesura di testi, relazioni e pubblicazioni. Desio si laureò in Scienze naturali a Firenze nel 1920, nei giusti tempi dunque nonostante la sua partecipazione come volontario alla Grande Guerra (ed è stato gustoso ascoltare dalla sua viva voce di come “falsificò”, essendo allora minorenne, la firma di suo padre sulla richiesta di arruolamento). Era già da allora uno spirito avventuroso e ardito! Svolse le sue prime ricerche geologiche nelle Alpi Giulie e nelle isole del Dodecaneso, ma ben presto la sua attività scientifica nei campi della Geologia, della Geografia e della Paleontologia lo condussero nei paesi d’Oltremare. Nel 1926 effettuò una spedizione nell’Oasi di Giarabub e nel 1929 partecipò alla spedizione del Duca di Spoleto nel Karakorum spingendosi sino ad aree inesplorate del Turkestan cinese. Negli anni successivi condusse una serie di missioni scientifiche in Libia, effettuando nel 1931 la traversata del Sahara Libico con una carovana di 110 cammelli; qui fu anche assalito dai beduini e il professore ha sempre conservato il portacarte cilindrico di metallo perforato da un proiettile, che, portato a tracolla, gli salvò la vita. In Libia scoprì anche un ricco giacimento di sali di potassio e di magnesio e le prime manifestazioni di petrolio (1938), oltre alle abbondanti falde acquifere artesiane che consentirono l’irrigazione di vaste aree e l’immigrazione di 20.000 agricoltori italiani. Nel 1933 effettuò una spedizione sui monti della Persia; nel 1936 nel Fezzan e il primo volo sul Tibesti con Italo Balbo; nel ’38 e nel ’39 compì due missioni per ricerche di oro e di platino nell’Uolega in Africa Orientale; nel 1940 esplorò il settore nord-occidentale del Tibesti e fece ricerche di platino in Albania. Riprese le sue missioni all’estero nel 1951 con una spedizione geologica-mineraria in Giordania ed avviando, l’anno seguente, i contatti con il governo del Pakistan per preparare una spedizione nel Karakorum. Dopo una visita preliminare sino ai piedi del K2 nel 1953, organizzò la spedizione che portò alla conquista, il 31 luglio del 1954, di questa montagna, la seconda cima del mondo, sino allora rimasta inviolata nonostante i numerosi tentativi americani. Fu un’impresa memorabile che mandò in visibilio l’Italia e il mondo e che diede la fama ad Ardito Desio. Dal ’55 al ’75 Desio effettuò altre cinque spedizioni nell’Himalaya e in seguito pubblicò otto volumi sui risultati scientifici di tali spedizioni. Nel frattempo compì ricerche in Afghanistan, in Birmania, nelle Filippine, nell’America Centrale e Meridionale. Nel 1962 fu anche in Antartide con una missione americana, raggiungendo il Polo Sud. Nel 1980, insieme ad altri 79 scienziati di tutto il mondo, venne invitato in Cina dall’Accademia delle Scienze di Pechino per uno studio e dei rilevamenti sull’altopiano del Tibet. In Cina fu oggetto di grandi dimostrazioni d’onore, fu considerato l’ospite più illustre, fu ossequiato perfino dall’allora Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Deng Xiaoping, che lo volle al suo tavolo, al suo fianco, al pranzo ufficiale di benvenuto agli scienziati stranieri. Lo stupore e l’ammirazione dei cinesi raggiunsero l’apice quando, a quota 5451, Desio, che aveva ottantatre anni, fu il solo a rifiutare la maschera ad ossigeno che era stata distribuita a tutti i partecipanti per sopperire all’affaticamento della rarefazione dell’aria. La stima dei cinesi nei confronti dello scienziato-esploratore friulano si dimostrò anche nel 1989 quando ebbe inizio la sperimentazione scientifica “EV-K2-CNR” di cui Desio era capo: gli accordarono infatti senza difficoltà il permesso di sistemare sul versante cinese dell’Himalaya la piramide di vetro sede degli studi in programma, che spaziavano dalla fisiologia umana alla botanica, dalla meteorologia alla zoologia, alla medicina, impiegando decine di scienziati di tutta Europa. Scoppiarono purtroppo, proprio quando i materiali erano già in viaggio, i disordini di piazza Tien An Men; la Cina chiuse le frontiere e la spedizione fu costretta ad erigere la piramide-osservatorio in territorio nepalese, ottenendo velocemente, anche se richiesto all’ultimo momento, il consenso del re del Nepal, grande ammiratore di Ardito Desio, che, in tempi precedenti, era stato ospite nel palazzo reale di Katmandu. La spedizione-studio, che avrebbe dovuto avere una durata di tre anni, è invece ancora operante essendosi dimostrata di grande interesse in tutti i suoi svariati aspetti. All’età di 104 anni, nel 2001, Ardito Desio si è spento a Roma ed è sepolto nella tomba di famiglia a Palmanova. |