"... Stimolare la riflessione della comunità locale sui caratteri della propria identità storica, culturale e sociale intesa come piattaforma irrinunciabile di ogni effettivo progresso civile": con questo obiettivo il Consiglio comunale di Buja approvava un documento programmatico di iniziative con le quali si dovevano celebrare i mille anni del famoso diploma ottoniano in cui veniva nominato per la prima volta il castello di "Buga". Era il 1983, nel pieno della ricostruzione post sismica ed era evidente il bisogno di recuperare, anche al di là dell'aspetto edilizio, i vari pezzi della fisionomia di Buja dopo il trauma del terremoto per capire su quali risorse si poteva pensare a ricostruire il futuro. Passando dalle enunciazioni di principio ai fatti concreti, si realizzarono poi, nel tempo, pubblicazioni e conferenze, mostre e convegni dove si rivelava la consistenza di quelle risorse, in mezzo alle quali emergevano distintamente quelle culturali ed artistiche. Questo percorso, che ho ricordato solo per quella facilità di descrizione che deriva dalla conoscenza personale e diretta dei fatti, è naturalmente solo uno dei tanti che, in diversi momenti, hanno portato i bujesi ad interrogarsi sulle potenzialità da utilizzare per impostare il futuro del paese. La questione, per altro, è sempre attuale, non solo perchè le situazioni si evolvono ed offrono nuove occasioni di riflessione, ma anche perchè, tra molti passi avanti ed altrettanti indietro, niente di stabile e di definitivo si può considerare raggiunto ed il problema del rapporto tra identità locale e sviluppo rimane aperto più che mai, al di là di ogni retorica. Chiederci "Chi siamo? Dove stiamo andando e con quali mezzi?", infatti, può anche essere una delle tante domande da talk-show che si usano nei dibattiti alla moda, ma può essere, più seriamente, un tentativo di tradurre sul piano concreto idee e proposte che affrontino in termini attuali il problema dell'emarginazione di Buja rispetto ai circuiti culturali, economici e produttivi dai quali traggono invece respiro altri paesi contermini. I commercianti locali, nella mostra "Buja, città d'arte della medaglia" che ha visto 41 negozi di tutto il territorio comunale ospitare nelle vetrine le medaglie di dodici artisti bujesi (mostra realizzata in settembre con finanziamento comunale per il catalogo illustrativo e con il patrocinio regionale e del Centro Friulano Arti Plastiche) hanno dato attuazione all'idea che la medaglia può rappresentare, dentro e fuori dei confini locali, l'immagine più positiva del paese. La mostra metteva insieme le forze del commercio e quelle dell'arte per risvegliare prima nei bujesi, poi nel resto della regione (era coincidente in quel periodo il grande Congresso provinciale dell'A.F.D.S., tenuto a Santo Stefano) la consapevolezza che "le vere monete di Buja", come le chiama Gianfranco Ellero in uno degli interventi introduttivi del catalogo della mostra, sono le sue medaglie, capaci di ribaltare in positivo la leggenda, quasi dovunque nota, di "Buje monede false". L'idea di questa iniziativa è indubbiamente interessante e saggia e si può condividere, come ho cercato di fare con un sostegno organizzativo e con la realizzazione del catalogo, per tante buone ragioni. La prima è che la tradizione medaglistica buje-se non è né improvvisata né occasionale, ma poggia sull'esperienza di Maestri dell'incisione che lungo tutto l'arco di questo secolo hanno operato ai più alti livelli di fama, anche internazionale. Pietro Giampaoli, caposcuola e capo incisore alla Zecca di Stato per 25 anni, suo fratello Vittorio, scomparso in giovane età nel '47, ma già apprezzato sia per il suo talento artistico che per l'ingegno tecnico, poi l'altro fratello, Celestino, incisore dalle mille capacità espressive, instancabile ricercatore di nuove soluzioni artistiche e tecniche alle quali ancor oggi, ad 83 anni, rivolge la sua attenzione, affiancato dai figli Luca e Marco, sono i protagonisti di una storia cominciata più di sessant'anni fa. Nei primi anni Venti, emigrato a Roma, Pietro cominciava infatti ad affermarsi in quell'arte che il destino gli aveva fatto casualmente imparare da un soldato russo durante la grande guerra, e che la passione gli aveva fatto perfezionare nelle più nobili Accademie italiane, a Milano e a Venezia. Appena di poco successivo è l'inizio della storia dei Monassi, zio e nipote, e cioè di Guerrino Mattia, successore di Pietro Giampaoli alla Zecca e di Piero, formatosi a Roma presso lo zio ma anche presso la prestigiosa Scuola della Medaglia, trasferitosi poi a Milano alla guida di grandi stabilimenti di produzione medaglistica e tuttora operante nella capitale lombarda. Sono storie parallele di due gruppi familiari che hanno segnato la medaglistica e la numismatica del Novecento operando da protagonisti nelle zecche e nelle scuole di incisione di ogni parte del mondo. Ma non basta: al loro fianco, in una specie di propagazione a grappolo, altri bujesi di talento hanno imparato i segreti di quest'arte e, pur privilegiando a volte settori diversi come la scultura, la fotografia o la creazione orafa, hanno raggiunto nella medaglia risultati degni di essere ospitati nei musei e nelle collezioni di vari Paesi del mondo. Troiano Troiani ed Enore Pezzetta scultori, Pietro Galina pittore e scultore, Giuseppe Baldassi fotografo, ma anche pittore e scultore, quindi suo fratello Arnaldo, appassionato di pittura ed entrato di recente nella medaglia ed infine Gia Osso e Giulia Pauluzzo, orafe con rispettive esperienze nella pittura e scultura e nel design, sono nomi ricorrenti con un posto di rilievo non solo nell'arte che hanno eletto a scopo principale della loro attività, ma anche nel settore medaglistico. L'ammissione alla prestigiosa Triennale della Medaglia d'Arte, che si tenne ad Udine dal '65 all'84, fu il banco di prova per la maggior parte di loro. Questa è dunque la storia e ne è documento la lunga serie di manifestazioni che hanno avuto per oggetto la medaglia bujese. E' una serie che possiamo far cominciare con non più di due nomi (Giampaoli e Monassi) almeno dal 1945, quando l'Accademia Bujense degli Accesi organizzò la prima mostra dell'arte bujese con un settore dedicato alla medaglia, e che possiamo far giungere fino alla recente esposizione di settembre o, meglio ancora, a quella denominata "Omaggio al Friuli", aperta dal novembre '96 al gennaio '97 per ricordare i venti anni del terremoto, presso quel Museo Archeologico di Milano che nel 1986 aveva ospitato i medaglisti bujesi nella mostra "La medaglia in Friuli dal '400 al '900 e i Maestri incisori Bujesi: attualità e tradizione". Quanto al mito della moneta falsa, poco o nulla documentato se non, come tutte le leggende, da qualche indizio storico e da testimonianze orali dai tratti indefiniti e a volte reticenti (come è dimostrato dallo studio di Michela Pauluzzo nella prima parte dell'introduzione al catalogo della già citata mostra di settembre), non è che il rovescio di quella medaglia che è la storia. Per il fatto stesso di essere diffuso nel mondo almeno fin dove sono arrivati gli emigranti friulani, esso porta con sè un potenziale "pubblicitario" che va a sostenere le ragioni di chi vuole la medaglia come mezzo di divulgazione della realtà bujese. E ovvio che a nessuno passa per la mente di far coincidere la produttività, l'ingegno e la creatività dei Buiesi con l'attività dei falsari, ma ribaltato, come si è detto, in positivo, si può pensare che il binomio "Buja moneta" (la distinzione tra medaglia e moneta è ancora irrilevante, in questo momento, come è irrilevante molto spesso nell'immaginario popolare) possa trascinare il nome di Buja un po' più lontano di quanto non siano in grado di fare altri tipi di messaggi, anche della migliore qualità culturale. Naturalmente in questa ipotesi non c'è alcuna intenzione di minimizzare il valore delle altre risorse locali. Identità, cultura, arte e medaglia convivono in un rapporto di inclusione nel quale ciascun elemento, come, per altro, tutti quelli che compongono la faccia attiva e costruttiva di questo nostro paese, ha un suo valore assoluto ed insostituibile. Noi insegnanti elementari usiamo spesso rappresentare relazioni logiche di questo tipo attraverso uno di quei famosi grafici "a patata", più scientificamente denominati dai matematici "grafici di Venn", nei quali l'appartenenza ad una determinata categoria di concetti viene simboleggiata da una serie di cerchi interni uno all'altro. Ebbene, in una rappresentazione di questo genere l'identità del paese sarebbe data dalla superficie più ampia, dovendo contenere ogni aspetto, interiore ed esteriore, della realtà locale. La medaglia, invece, occuperebbe all'interno solo una piccola regione, in quanto parte della realtà artistica locale che è parte, a sua volta, di quella "Bujesità culturale" che Gianfranco Ellero ci ha efficacemente abituato a considerare, evidenziandola in "Buja terra e popolo" (libro di cui, tra l'altro, abbiamo oggi un'edizione aggiornata, pubblicata nel maggio scorso, dopo la prima stampa dell'84). Impossibile citare i singoli protagonisti di questa realtà dell'arte e della cultura locale, che sono sempre in numero sempre crescente, ma anche inutile farlo perchè non sarebbe che ripetere quanto altri hanno già descritto in modo più analitico ed approfondito: il volumetto "Buia patria d'arte" di Gian Carlo Menis, estratto dal catalogo della già nominata mostra degli incisori a Milano è un piccolo compendio della storia dell'arte locale che tutti i bujesi dovrebbero conoscere per capire veramente l'anima grande del loro paese e l'humus di genialità in cui anche la medaglia ha trovato terreno fertile. L'arte degli incisori è dunque solo una parte di quest'anima, ma la sua specificità, insieme con le solide basi su cui è cresciuta negli anni, costituisce un segno distintivo di originalità e perfino di curiosità che vanno a sostenere le ragioni di chi la vuole interprete privilegiata della bujesità. Non mi stanco mai di ricordare, a questo proposito, lo stupore espresso dai titoli di molta stampa, anche nazionale, in occasione della mostra di Milano, per evidenziare l'origine bujese dei più grandi medaglisti del secolo, o la presenza di tanti artisti dell'incisione in un comune di appena seimila abitanti, nè si possono dimenticare gli apprezzamenti lusinghieri e l'attenzione rivolta dalle riviste specializzate verso il fenomeno bujese dell'incisione. Non è confortante dirlo, ma solo per la medaglia e per il terremoto le testate giornalistiche extralocali hanno speso tanto inchiostro in favore di Buja. Il problema è che probabilmente nemmeno noi bujesi abbiamo considerato tutto questo con sufficiente attenzione. Le giustificazioni di carattere economico o organizzativo oggettivamente non mancano e non si possono sottovalutare, vista la mole di impegno che il paese ha dovuto affrontare negli ultimi cinquant'anni prima per riprendersi dalla guerra e dalla miseria, poi dalla distruzione del terremoto. Resta il fatto che l'attenzione del paese verso questo tipo di espressione artistica ha avuto pochi e sporadici promotori: l'Accademia Bujense degli Accesi nel primo dopoguerra, il Circolo Culturale Laurenziano nel 1980 e nei primi anni '90, oltre che nel 1981 e 1991 con l'assegnazione del premio "Nadâl Furlan" rispettivamente a Pietro e Celestino Giampaoli, la parrocchia di Avilla con un'esposizione di medaglie a soggetto religioso nella cappella feriale, l'Amministrazione Comunale dal 1980 al '90. Sono infatti di questo decennio la coniazione di una medaglia di P. Giampaoli per il millenario di Buja (1983), la grande retrospettiva dedicata allo stesso autore (1986), la mostra di Milano in collaborazione con 1 Amministrazione civica di quella città (1986), la collettiva dei Maestri incisori bujesi nel palazzo municipale (1988) ed il convegno sulla medaglia nella prospettiva di un museo (1990). È curioso notare che i due periodi di maggiore intensità di iniziative coincidono con i periodi di maggior impegno locale per le necessità primarie, come il dopoguerra e la ricostruzione. Per il resto e fino alla mostra del settembre scorso, salvo possibili ma non meglio documentate iniziative di singoli interessati per buona volontà, il silenzio ha coperto i tanti buoni propositi di lavorare per trasformare Buja nella capitale dell'incisione. Contemporaneamente si fermava la Triennale Italiana di Udine, che aveva sempre ospitato i più grandi nomi internazionali del settore, con i bujesi in primo piano. In settembre, il connubio tra imprenditoria commerciale ed arte medaglistica, da alcuni ritenuto "nuovo" e persino "rivoluzionario" (in realtà riprendeva le modalità organizzative della mostra comunale dell'88) riportava lo medaglia sotto i riflettori. Tradotta in concreto, l'iniziativa coinvolgeva l'impegno degli amministratori locali non solo nella copertura finanziaria per la pubblicazione del catalogo, ma anche nell'istituzione di un museo che dovrà impersonare fisicamente e culturalmente l'orgoglio dei bujesi nei confronti della più illustre delle loro risorse. Un museo, o comunque si voglia chiamare il luogo che ospiterà stabilmente le testimonianze del lavoro dei nostri medaglisti, non basta tuttavia a costruire un'immagine solida e duratura. Per questa ci vogliono continuità, convergenza di mezzi e di volontà, capacità di programmazione ed organizzazione. Un nuovo silenzio di anni, una polverizzazione delle risorse al di fuori di progetti finalizzati, una caduta di impegno o di interesse da parte di chi ha idee da proporre ed esperienze da mettere a frutto potrebbero vanificare in poco tempo i risultati, benchè limitati, che si sono raggiunti. Quella di settembre deve poter essere l'ultima iniziativa di ricognizione dei nomi e delle opere esistenti e deve lasciare il posto ad una loro seria valorizzazione, al confronto con le altre realtà artistiche regionali ed extraregionali dello stesso settore, al coinvolgimento di nuove capacità creative e di abilità, tra le quali sono senza dubbio individuabili quelle della scuola e dell'arti-gianato. Si richiedono evidentemente impegni non facili, che saranno continuamente messi in tentazione dalla povertà dei mezzi e dalla necessità di non togliere spazio ad altre risorse ed iniziative meritevoli, oltre che dalle obbiettive difficoltà che si presentano davanti a chi deve dedicare tempo e lavoro spesso ripagati solo da nuovi problemi e nuove difficoltà. Non è dunque una strada in discesa, ma va percorsa per uscire dall'immobilismo che condanna Buja ad un ruolo marginale in cui il suo inestimabile patrimonio di bellezza e genialità viene svenduto ad un'attenzione provvisoria ed occasionale. La medaglia merita e può dare molto di più. |