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UN MONUMENT0 ALLA RICONOSCENZA di Mirella Comino | |
Non sempre la gente ama i monumenti. Non sempre e non tutti, di fronte a statue, cippi, lapidi, targhe che ornano vie e piazze delle città, riusciamo ad uscire dalla sensazione di trovarci davanti a celebrazioni retoriche oppure, peggio ancora, davanti a sollecitazioni propagandistiche di vecchia memoria. Altre volte non e facile superare il disagio di trovarsi di fronte a manufatti che vorrebbero essere arte, ma non riescono ad esserlo. Credo che un monumento, per appartenere veramente al paese, debba essere memoria di eventi o di sentimenti continuamente vivi nella coscienza di tutti e debba essere in grado di evocarli con chiarezza e semplicità. Aggiungiamo pure, anche se è ovvio, che non può non essere bello. Erano, queste considerazioni, le stesse con cui dovette misurarsi l’amministrazione comunale quando si tratto di decidere se e come completare la ricostruzione della piazza di Santo Stefano edificando un monumento che prendesse il posto della fontana dedicata ai Caduti, di cui non rimaneva più nient’altro che la sfera di pietra piasentina, poi collocata a lato della gradinata di accesso alla piazza stessa. Perchè un monumento? Dedicato a chi? Di quale artista? Erano le domande le cui risposte dovevano essere convincenti per giustificare, piccolo o grande che fosse, un impegno di bilancio nelle strette risorse finanziarie del Comune. Era il l987 e la ricostruzione delle case, delle strade, degli edifici pubblici e, in genere, delle infrastrutture, si stava simbolicamente concludendo proprio con le ultime finiture al centro storico di Santo Stefano: il duomo ed il municipio erano ormai riedificati e, anche se all’interno di muri diversamente costruiti, potevano ridiventare i testimoni della vita religiosa e civile di Buja; la piazza su cui si affacciano, via Roma e via Divisione Julia si stavano completando attraverso gli ultimi interventi di arredo urbano. Sul piano culturale, Buja aveva celebrato un millennio di vita documentata ed aveva individuato alcuni itinerari ed iniziative attraverso le quali si stava riappropriando della consapevolezza della sua storia, delle sue risorse umane, delle sue capacità artistiche, produttive ed imprenditoriali. La ricostruzione fisica era arrivata al traguardo e la rinascita, parola ben più profonda e difficile da vivere concretamente, stava cercando fiduciosamente la strada migliore per dare a Buja un futuro più generoso e più aperto ai tempi. Un’esperienza così grande come quella che in dieci anni aveva coinvolto ciascun cittadino e tutte le istituzioni, gli enti e le associazioni nello sforzo di ridare continuità alla vita del paese spezzata dal terremoto, aveva ragioni sufficienti per rimanere nella memoria di tutti, insieme alle grandi esperienze che hanno costruito l’identità della nostra comunità: il lavoro, l’emigrazione, la fedeltà, in tanti modi vissuta, ai più profondi valori della nostra civiltà. Da questa prima riflessione scaturì l’idea, tramutata poi in decisione da attuarsi attraverso deliberazioni amministrative, che un monumento doveva essere l’ultimo elemento della ricostruzione di Santo Stefano, centro geografico e punto di riferimento storico della comunità bujese. Esso doveva occupare lo spazio già ipotizzato in sede di progettazione per sostituire il monumento ai Caduti e, al di sopra delle parti e delle epoche, doveva essere dedicato a tutti coloro che avevano speso le loro forze, la loro intelligenza, il loro impegno per costruire fisicamente, ma soprattutto spiritualmente la fisionomia di Buja. Era una convinzione ancora in embrione che la giunta municipale, di cui facevo par te come assessore alla cultura, doveva verificare e perfezionare sotto tanti aspetti: si trattava di definire, sotto l’aspetto artistico e culturale, quale immagine usare, quale messaggio esprimere, a quale artista affidare l’incarico di interpretare efficacemente il complesso significato di tanti eventi e sentimenti. Si chiese la consulenza del professor Gian Carlo Menis il quale, oltre alla competenza che tutti gli riconoscono in campo culturale ed artistico, nella regione e molto al di la di essa, aggiungeva la qualità irrinunciabile di conoscere profondamente Buja. Si concordò che l’immagine doveva essere quella di una figura di forme moderne ma leggibili da tutti e che il messaggio doveva trovare espressione in poche parole capaci di sintetizzare la riconoscenza dei Bujesi verso le tante vite e le tante mani che hanno lavorato in ogni tempo per costruire invece che, com’è fin troppo facile, per dividere. La scelta dello scultore poneva grossi problemi. Questa Buja, cosi spesso definita “Patria d’arte”, dove la maggior parte delle iniziative comunali aveva seguito l’indirizzo di riscoprire e rivalutare la creatività dei personaggi locali, sembrava chiudere per forza all’interno di se stessa la lista di coloro che, per le loro capacità, erano in grado di realizzare un’opera di pieno rispetto artistico. La linea della politica culturale, tuttavia, si stava evolvendo secondo una logica che tuttora, pur tra mille limiti, mi sentirei di condividere e di sostenere: Buja, avviata con successo la “ricostruzione” della mappa delle sue grandi genialità (gli incisori, i poeti, gli studiosi, gli scultori, i pittori, gli artigiani, gli imprenditori, che hanno attinto al fertile terreno di quella che Gianfranco Ellero chiama “bujesità culturale” doveva vincere ogni facile (e purtroppo endemica!) tentazione individualistica e campanilistica e doveva cercare nuove aperture, nuovi confronti e stimoli nell’arte friulana e poi, chissà, in quella di più ampia appartenenza geografica. Sarebbe stato in quest’ottica che, di li a qualche mese, accanto alle esposizioni dei nostri artisti,sarebbero fiorite nelle strade e nei negozi del centro le mostre di Mucchiut, Mazzola, dello stesso Ceschia e dei suoi allievi, poi dei pittori astratti umbri. La scelta di affidare l’incarico allo scultore tarcentino Luciano Ceschia , concordata in piena identità di vedute con il prof. Menis, non fu dunque un passo indietro rispetto alla stima sempre dimostrata nei confronti dei nostri artisti. Non fu nemmeno una scorciatoia per evitare l’imbarazzo di qualche probabile antagonismo locale, anche se, rispetto a questo particolare problema, Ceschia offrì certamente una soluzione super partes. Fu piuttosto l’annuncio consapevole di una nuova attenzione verso l’arte regionale, che abbraccia anche, ma non solo, l’arte bujese. In un’affollata assemblea dei rappresentanti delle associazioni culturali e delle associazioni d’arma si illustrarono queste proposte essenziali. Il prof. Menis, che aveva sintetizzato nelle parole dell’epigrafe “Fratribus pro patria vita functis “(ai fratelli che hanno dedicato la vita alla terra dei padri) i tanti perchè dell’idea di un monumento, riespose ampiamente il significato del messaggio in latino e descrisse a grandi linee la fisionomia dell’opera. Ricordo, per inciso, che molti furono colpiti dalla lettura della parola “patria” la quale, riappropriatasi del suo antico significato etimologico di “terra dei padri”, perdeva ogni coloritura retorica. Quante epigrafi, motti, poesie potrebbero esse re riletti in un’ottica nuova, di autentica condivisione di sentimenti, vedendo nella “patria” il luogo fisico che accomuna le esperienze e le idee di chi e vissuto prima di noi ed ha preparato il nostro presente ed il nostro futuro! In quella stessa assemblea fu anche annunciata la proposta di incarico a Ceschia, del quale lo stesso professor Menis illustrò non tanto le qualità artistiche, ampiamente note ormai da decenni, quanto e soprattutto “le qualità dell’artista umile e disponibile, pronto ad ascoltare ed a capire i desideri del committente”. E ancor oggi, a distanza di anni, nell’opuscolo edito dall’attuale amministrazione comunale in occasione dell’inaugurazione del monumento, Menis afferma Posso testimoniare che, nel realizzare il monumento, a questi contenuti simbolici (i desideri, appunto, del committente) l’artista ha costantemente ed intensamente piegato i suoi pensieri ed il suo estro creativo. Lungamente ne ha discusso con me senza accontentarsi mai di facili soluzioni. In tal modo, quasi al termine della sua vita, Luciano Ceschia ci ha dato un’opera di pregnante carica emotiva ed allegorica, oltrechè di sofferto fervore compositivo, che costituisce quasi la sintesi estrema di tutta la sua multiforme esperienza artistica”. Luciano Ceschia, ufficialmente incaricato della creazione dell’opera, preparò due bozzetti che vennero esposti nella vetrina della biblioteca comunale in occasione delle manifestazioni celebrative per l’inaugurazione del centro storico nel settembre del 1988. Uno era quello dell’attuale statua bronzea, nella quale si staglia a mani levate la figura del morente, fisicamente vinto ma spiritualmente ed idealmente teso verso i valori per i quali ha impegnato tutte le sua forze e la sua vita. L’altro bozzetto, ugualmente espressivo e di grande immediatezza, rappresentava un gruppo di persone dalle braccia alzate verso il cielo, significanti lo stesso messaggio. La scelta fu comunque unanime e senza indecisioni: in un paio di incontri con lo scultore , in mezzo a centinaia di pezzi della sua straordinaria produzione artistica nello studio di Collalto, sulla “collina dei ciliegi”, il primo bozzetto fu quello che interpreto immediatamente le attese di tutti e non tanto, almeno per quanto mi riguarda, per una motivata analisi critica, quanto per quelle immediate sensazioni di forza comunicativa che le vere opere d’arte riescono a trasmettere anche a chi non possiede ad alto livello i ferri del mestiere. Le fasi successive sono momenti di un lungo, travagliato ma felicemente concluso iter amministrativo: l’incarico alla ditta Brustolin di Verona per la fusione in bronzo, la sospensione dei lavori per la mancata realizzazione di un’entrata nel bilancio comunale, con le conseguenti difficoltà di reperire i fondi necessari ai pagamenti, il succedersi di tre amministrazioni comunali che dovettero riprendere passo per passo le fasi di realizzazione. A tutto questo si aggiunse improvvisa, nel 1991, la morte di Luciano Ceschia. Eppure il monumento, con il suo imponente basamento progettato dall’architetto Gianni Avon prezioso consulente, con Menis , nella fase creativa,e oggi una realtà che una solenne inaugurazione ha consegnato ai Bujesi il 6 maggio 1995, esattamente diciannove anni dopo che il volto di Buja era stato fatto a pezzi dal terremoto. “Monumento all’anima di Buja” come lo ha sempre definito il prof. Gian Carlo Menis per sottolineare la grandezza e la profondità del suo significato, oppure “monumento all’unità ed alla continuità” come lo ha descritto durante la benedizione inaugurale, mons. Aldo Bressani, ricordando l’impegno delle diverse giunte (Molinaro, Baracchini, Fabbro e Calligaro) che si sono adoperate per portarlo a compimento, e un monumento senza nomi ne cognomi. Ognuno di noi, oltre alla generosità dei Caduti, alla sofferenza degli emigranti, al sacrificio dei lavoratori, all’intelligenza degli studiosi, alla creatività degli artisti, alla solidarietà di chi ha avuto cuore ed impegno per la nostra grande tragedia del 76, ci può vedere l’esperienza semplice della propria vita. Io ci vedo il lavoro di mio padre e i sacrifici di mia madre per dare a noi figli condizioni di vita migliore; ci vedo la bontà profonda e cristallina dei preti che condizioni di vita migliore; ci vedo la bontà profonda e cristallina dei preti che mi hanno insegnato i veri valori della vita e vedo la generosità di tanti colleghi insegnanti, mai stanchi di ricercare soluzioni capaci di dare il meglio ai bambini loro affidati. Ci vedo le attese della mia famiglia, cui ho sottratto presenza e tempo per dedicarmi, non so quanto proficuamente, ma certo con buona volontà, agli interessi del mio paese. Ci vedo infine l’autentico spirito di servizio che ho l’obbligo di testimoniare ricordando ad uno ad uno tanti colleghi amministratori, in particolare quelli della giunta del sindaco Molinaro, che insieme con me hanno visto muovere i primi passi di quest’opera. Tra i tanti appellativi con cui l’ho sentito definire, uno e quello che sento più vero di tutti: monumento alla riconoscenza. Non la riconoscenza di maniera, di un grazie formale che tornerebbe ad essere retorico, bensì la riconoscenza, oggi troppo rara, intesa come capacita di riconoscere l’impegno altrui e di capire che grazie ad esso ciascuno di noi possiede un patrimonio di tante cose positive con cui può sperare, pur tra tanti dubbi, in una vita libera e dignitosa. |