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Antichi blasoni buiesi di Pietro Menis |
Alla ricerca delle origini del proprio ceppo Metodi di un tempo e metodi moderni Si legge su di una pubblicazione araldica che la democrazia non è «altro che quella grossa parte del mondo che vuole diventare aristocrazia». Non so se l'affermazione risponda completamente a verità però è certo che molti sono quelli che si agitano e spendono per ricercare la propria origine; ciò merita lode ed incoraggiamento ma il guaio si è che sono troppi a voler scoprire un filone di sangue blù scorrere nelle loro vene; tutti sognano di discendere da magnanimi lombi quasichè ladri ed avventurieri, schiavi e servi, assassini e pirati non avessero lasciata discendenza. In tante case e tinelli, anche di gente che si eleva dalla comune e sa di lettere, si vedono belle cornici inquadrate papiri pergamenacei con pompose scritture sull'origine della casata, vergate a caratteri gotico-antico, con pseudo miniature ed il tutto naturalmente ornato da uno stemma a colori. Da qui nascono leggende, si creano stati d'animo.... «Documenti storici» rilasciati da questo o quello Archivio quindi nulla da ridire. I capostipite sono Ambasciatori e Consoli, Guerrieri e Magistrati, Governatori ed Umanisti, Capitani e Podestà. E tutta questa illustre schiera vide luce in altre Regioni, compì le sue gesta in altre terre e solo più tardi «si stabiliva» su questo lembo di mondo... popolandolo. Tutti «forastieri» dunque e nessuno «nostrano»... Ma noi trascuriamo questi «documenti» e facciamo invece una passeggiata nel tempo, fra gli stemmi inalberati nel nostro paese e dei quali si conserva tutt'ora degli esemplari o delle memorie scritte. Essi sono come pietre miliari che stanno a testimoniare il cammino delle famiglie o degli Enti che li adottarono. Lo stemma più antico e popolare, diremo così, giacchè lo vediamo riprodotto e trattato su le più disparate cose con insolita frequenza, come cosa cara e simbolo di distinzione che unisce e sintetizza tutto un popolo, è quello del Comune; un Bue passante (Boj-Bovis) su di uno, o più colli, come vedremo. Con ogni probabilità anche la Pieve aveva assunto lo stesso simbolo giacchè tutt'ora un esemplare orna la facciata della matrice ed uno l'interno e stanno a significare due tempi diversi. Entrambi sono stati eseguiti con perfetta conoscenza del significato che si deve attribuire alle «pezze». Quello del duomo, ('500 o '600) il più perfetto per fattura, con elementi di osso e madreperla, ci mostra il bue che sorregge con la zampa sinistra una banderuola, caricata da una croce, e ciò a significazione di dominio e di giurisdizione su altre terre. Nell'altro invece che risale al 1714, abbiamo il Bue «spodestato», cioè privo della banderuola giacchè proprio allora la Pieve aveva perduto o stava per perdere gli ultimi suoi domini spirituali sulla vasta zona nel bacino morenico per tanti secoli a lei soggetti. E solo più tardi che la bandierina ricomparirà fra le zampe del nostro Bove, ma ormai non era che un ricordo dello antico potere, anzichè «passante» sulla «campagna», ora apparirà un «tre colli di verde», cioè sulla terra di Buia vera e propria, ridotta nei suoi termini. Interessante lo stemma che aveva assunto l'antica Confraternita di San Antonio Abate, un Ente di beneficenza che risale al 1300 e che, soppresso nella pristina forma, continua, dopo tanti secoli, nella attuale Casa di Ricovero: il simbolo era semplice ma pieno di significato; consisteva in «un maiale con campanello al collo e sacco al dorso». E' uno stemma «parlante»: Infatti il maialino che, ancora oggi in certi paesi, dopo di essere benedetto dal sacerdote, si usa lasciare libero di procacciar il vitto e una volta cresciuto si vende a scopo di beneficenza, da S. Antonio Abate prende il nome — «il purcit di Santantoni» — ed è simbolo di sacrificio; il campanello vuole significare richiamo alla carità, mentre il «sacco sul dorso» rappresenta il frutto della questua nel nome di Dio per l'amore del prossimo. Anche la Società Operaia di Mutuo Soccorso, al suo sorgere (1892) inalberava due stemmi molto espressivi; un'arnia con le api significazione di operosità, ordine, previdenza, socievolezza; il secondo il tetto di un fabbricato da cui si innalza un comignolo fumante, la fornace, la fabbrica dove, a quel tempo, il nostro emigrante attingeva, col suo lavoro silenzioso, duro e costante, i mezzi ed il benessere necessari alla vita. La «fornace» nella quale si voleva impersonificare il buiese, perchè in quel lavoro si era specializzato, ed è specializzato, tanto che non vi è continente che non annoveri dei nostri «fornaciai». Oggi quest'incanto è rotto ed i figli di Buia, pur restando eminentemente emigratori, per forza di cose e di eventi, battono con velocità di primato, strade più luminose, campi di lavoro più vasti e vari, per cui il suo nome ha ben altra risonanza! Dopo questa sosta tra gli emblemi degli Enti pubblici diamo una scorsa fra quelli delle famiglie: Quando i nostri Maggiori sentivano il pungolo della... vanità e la volevano... immortalare con uno stemma ricorrevano alle fonti autentiche della loro origine; cioè al Catapane, il Codice più antico che abbiamo a Buia (1400), e la cui esistenza certamente essi la conoscevano, ed apprezzavano a quanto pare!... Gli stemmi buiesi sono i-spirati, la maggior parte, alla sigla che sul codice contraddistingue la famiglia, che vanno dai simboli della Fede agli arnesi del mestiere. Altri hanno sul loro blasone «pezze» dall'apparenza umili ma piene di significato, come il corno, l'arco, la clessidra, la stella, la cinta, uccelli. Il tutto esposto sempre con buon gusto e pudica sobrietà. E certamente non si scervellavano i nostri Avi nella scelta: restavano fedeli alle origini, al costume, alla storia. Sapevano che la distinzione, la nobiltà si crea con le proprie virtù e che si sostiene sul piedestallo delle proprie azioni. |