"Nancje ch'al ves poât el pît el òrgul!" La tradizione dell'orco tra narrativa orale ed iconografica di Michela Pauluzzo Guerra | |
Fintrimài al... Concilio - si disial cussì? - al Consilio di Trento, lu àn vedût, dopo no'l è pui vi-gnûtfûr... (1 Prime 'e vedevin dutes chês robes lì... Dopo, dopo dal Concilio di Trento, no àn pui vedût nie (2. Molte delle testimonianze orali raccolte in Friuli intorno agli esseri fantastici, ai dannati, alle streghe ed agli spiriti della tradizione popolare, si chiudono con pensieri simili a quelli riportati, conferendo alle narrazioni quel grado di formalizzazione e stabilità originariamente proprio solo delle fiabe e, in qualche modo, finendo per accomunare e confondere personaggi con matrici narrative profondamente diverse ma portatori di un identico senso di alterità, marginalità e quindi stranezza e pericolosità (3. L'invidia per il vicino di casa o di comunità, le inimicizie, le anomalie fisi che o morali si trasferiscono sul piano simbolico, di cui ogni racconto rappresenta una forma possibile.S'al leve mâl alc, 'e disevin ch'e ere stade le strie ( 4.Ce che ti ven di mâl in cjase, al ere dut colpe dal òrgul (5. Se il Concilio di Trento ha posto fine, nell'immaginario popolare, agli episodi legati alla comparsa di streghe, agane, incubi, processioni di morti e spiriti di dannati, la resistenza o sopravvivenza di almeno una di queste figure mitiche è tanto più eccezionale e degna di considerazione: quella dell'orco, che peraltro riveste nella tradizione buiese un ruolo decisamente pregnante, tenuto conto del vero e proprio ciclo di racconti consolidatosi attorno ad essa nel corso del tempo (6. La celebrazione del ventesimo anniversario del sisma che ha colpito il Friuli nel 1976 offre l'occasione per riflettere sulla funzione e la vitalità della tradizione popolare in un contesto d'uso non sottoposto a strumentalizzazione consumistica, oleografica o d'altra natura. E noto infatti il legame simbolico ed iconografico che, dal 1976 in poi, si è stabilito tra la figura dell'orco ed il fenomeno catastrofico-naturale del terremoto; quasi una sorta di declinazione della tradizione in cui l'"òrcul-orcolàt" (7, proprio grazie alla sua natura ambigua e polimorfa, è venuto assumendo i tratti del mostro responsabile dei sommovimenti tellurici, distruttore delle abitazioni e dei paesi friulani (8. Nella tradizione mitologica latina, forse di derivazione greca, l'orco è divinità dell'oltretomba ma nei racconti popolari classici compare già più propriamente come essere antropofago, rappresentato in forma di gigante dal capo grossissimo, con barba e capelli folti e arruffati e bocca enorme (9. Connotati fisici che, evidentemente, rimandano a fiabe di magia dei tipi I bambini e l'orco o Hansel e Gretel piuttosto che alle attestazioni provenienti dalla demonologia popolare, da cui l'orco emerge talvolta come creatura spaventosa, notturna e polimorfa e talvolta come essere dispettoso e ridanciano quanto innocuo (10. Ancje l'òrgul. El òrgul 'e iè une robe come... El òrgul al è un omp come un strión. 'E disevin ch'al ere un ch'al podeve messedâ corne ch'al oleve (11. Superata la ricorrente difficoltà a trovare una definizione appropriata (ed in qualche caso anche la reticenza nei confronti dell'argomento), in prima risposta l'orco è una "cosa", quindi un uomo ed infine un uomo con caratteristiche particolari, dotato di poteri che lo accomunano ad uno stregone che può "mescolare" eventi e persone come vuole, almeno quanto una strega può "fare" e "disfare" a proprio piacimento (12. 'E disevin: "Ti cjape l'òrgul, se no tu stâs bon!" El òrgul alpò sei stât une robe di fâ pôre, iò i pensi une bestie. Come ch'e disevin che par lâ a Udin tu às di bussâ el cûl ae viêle. Le viêle ere une robe inventade di lôr, no esisteve, però 'e disevin cussì par no puartânus a Udin (13. Al ere el boborosso, al ere el babàu, no? Lòrgul (14. Lo "strión", la "viele", il "boborosso" ed il "babau" (15) sono altro dall'orco eppure non è per nulla innaturale, neH'immaginario collettivo popolare di oggi, confondere o intercambiare queste figure di paura soprattutto nel caso siano state sottratte al loro contesto nativo, "addomesticate" per funzionare da deterrenti per bambini e come tali memorizzate; come le fiabe di magia nascono dagli antichi rituali iniziatici ormai privi di funzione, così anche i racconti su questi esseri mitici erano originariamente prodotti e fruiti da adulti, divenendo solo successivamente un "genere" infantile (16. Di più, in assenza delle "storie" che li animano i personaggi rimangono figure vuote, puri contenitori buoni per ogni uso o abuso. Molto diversi i racconti degli informatori più anziani o semplicemente più conservatori nella trasmissione del proprio sapere narrativo: A Darìul al ere l'òrgul ch'al ere cun t'un pît sui cops de cjase di Chit e un pît sù pal cuc di Cjamartìn, di Nârt de Cjargnele: cuant che chês femines e lavin a lavâ o e lavin a messe prime a binôre, lui si sbassave e ur dave une prese di tabàc. El òrgul, cussì (17. E cjaminavin, chês femines, e vedevin un biel glimùz e lu cjapavin su e lu metevin tal stomi, cussì, parcè che une volte no vevin borsetes, no, lu metevin ca e dopo 'e lavin vie cidines cidines parcè che senò l'òrgul al cresseve, al cresseve e dopo al saltave fûr, ur faseve pôre e: "Cjomo, te ài fate!". E cussì. Ben, chê no faseve pôre, i ridevi (18. Proprio a partire da quella complessiva ambiguità di cui si diceva, attorno alla figura dell'"òrcul" o "òrgul" (19), in Friuli si è sviluppato un nutrito filone narrativo, presente anche a Buia con varianti per lo più aderenti agli schemi diffusi sul territorio ma non prive per questo di interesse quanto a ricombinazione di motivi e soprattutto per il fenomeno, cui si accennava, di ripresa della tradizione in funzione iconografica e del successivo contributo di questa alla nascita di nuovi racconti aventi per protagonista l'"orcolàt". Pensare al terremoto come ad un "orcolàt" è infatti un automatismo piuttosto recente; precisamente, si afferma nel momento in cui, superata l'immediata contingenza del sisma, l'immaginario collettivo popolare sente la necessità di darsi una rappresentazione (diegetica o iconografica) dell'evento vissuto in modo tale da superarlo. E difatti, "nominare" una paura, conferirle un'identità per quanto possibile precisa è, di per sè, un modo per controllarla. È interessante chiedersi perchè la scelta sia caduta su un personaggio della tradizione orale e perchè proprio sulla figura dell'"orcolàt", evidente derivazione, in senso peggiorativo, del termine "òrcul". La questione si può chiarire analizzando forse il primo e maggiore degli esiti artistici prodotti da questa identificazione: la medaglia commemorativa realizzata nel 1976 dall'incisore buiese Guerrino Mattia Monassi in occasione del gemellaggio tra la Caritas - Chiesa di Firenze e S. Stefano di Buia. Pertinente, ai fini del nostro discorso, è il recto della medaglia. Vi appare incisa la figura di un orco, rappresentato con sembianze umane ma enorme e peloso come un animale, chino sopra un agglomerato di campanili e colto nell'atto di distruggerli con mani e piedi. All'immagine si accompagna una scritta eloquente, in lingua friulana: "... l'orcolàt l'ere vêr... gnot dal sîs di mai 1976" ("... l'orco era vero... notte del sei maggio 1976"). Correlativamente, dalle testimonianze orali l'orco emerge come una "cosa" grande, imponente, che spesso cresce a dismisura o si trasforma e solo talvolta si rivela alla vittima con un riso di scherno; certo è che l'indefinitezza del termine "cosa" ben traduce l'incerta natura del personaggio che presenta alternativamente connotati umani, anche se eccezionali, o animali. Paradossalmente "vedere l'orco" equivale spesso a scontrarsi con qualcosa di invisibile, Tanto che nel dire comune, sganciata dal suo referente originario, l'espressione diventa metafora generica per descrivere un grande spavento o dolore. Eh sì, che une volte 'e disevin simpri: "I ài vedût el òrgul!" Cuisa ce che vedevin... forse al ere el pôc mangjâ e chei 'e vedevin nome robes. Cui lu à mai vedût? Cui sa ce ch'al ere?
"Chi l'ha mai visto? Chi sa cos'era? Non si è mai saputo... ". Scetticismo e credenza sono i due poli entro cui oscilla l'atteggiamento dei narratori nei confronti dello "orco" di cui riferiscono le imprese; detto altrimenti, distacco critico, prima di tutto dagli stessi anziani che hanno contribuito alla diffusione di tali racconti e dal loro status sociale quasi sempre molto povero o, più raramente, partecipazione incondizionata ai modelli tradizionali di conoscenza appresi oralmente dagli avi. Se la conclusione canonica dei racconti è ispirata dal Concilio di Trento, è invece una costante degli esordi narrativi il richiamarsi a "loro", i vecchi, a ciò che sentivano e vedevano, quasi per sottrarsi alla responsabilità della testimonianza attribuendo quelle "visioni" ingenue alla fame ed alla miseria. Eh, el òrgul di Dóbes. Sul plan di Dóbes al ere l'òrgul. Ancje me mari 'e à vedût un alâ su e a côri vie. E disevin ch'al ere l'òrgul parcè che le int 'e ere plene di fan (21. Une volte 'e vedevin tantes robes, forsit 'e vevin fan (22.Une volte 'e disevin "l'òrgul" cuant ch'e vedevin alcpar strade: iò no sai se ere une bestie... (23. Ma 'e vedevin forse parcè ch'e vevin un pôcje di fan... ma 'e erin dutes... "visioni", pui che âtri (24. Pôr gno pari al lave a cusî a Ursinins Pizzul, lì di chei di "Scriz", sot el simitêri, 'là che cumò 'e iè le Cjase diRicovero e 'sòme 'e disevin ch'e vedevin el òrgul. Lui al ere di Darìul e al vignive iù dopo cene, 'sòme, par lâ a cusî e al à vedût... un pît di ca e un pît di là de strade, 'sòme, al cjapave dute le strade, pui i lave dongje e pui si ingrandive chel chi e cuant ch'al ere lì a ret al à stret i comodôns sui manùbrios de biciclete par passai sot des gjambes. Sì, dissal che lu à vedût, al ere un omp, e dopo nol à vedût niâtri pui (25. Quest'ultima testimonianza presenta diversi motivi d'interesse che ci riconducono utilmente al nodo centrale della riflessione. Come sulla medaglia di G. M. Monassi, l'orco appare "raffigurato" con tratti sostanzialmente realistici, a gambe divaricate, "un piede di qua... un piede di là", fino ad occupare l'intera larghezza della strada; benchè uomo, ha proporzioni gigantesche che all'avvicinarsi del protagonista si rendono sempre più evidenti. Da notare come la precisione dei dettagli e dei riferimenti spazio-temporali conferiscano alla narrazione un contesto complessivo di credibilità assente in altri racconti: "Povero mio padre andava a cucire a Ursinins Piccolo, presso la famiglia degli "Scriz", sotto il cimitero, dove ora c'è la Casa di Riposo e insomma dicevano che vedevano l'orco. Lui era di Arrio e veniva giù dopo cena... ". Da un semplice spoglio dei testi trascritti risulta immediatamente la ricca varietà di motivi tipici elementari esistenti sull'orco cui un narratore può attingere creando, di volta in volta, esiti differenti, più orientati sul versante della esperienza vissuta (come nel caso precedente) o del racconto formalizzato, maggiormente rispettoso delle sequenze narrative fondamentali. Le attestazioni più frequenti a Buia: - l'orco a gambe divaricate, con un piede su una - l'orco, seduto a Gemona, si lava i piedi nel - l'orco appare di notte o di primo mattino; Mi contavin a mi che une volte, par fâ i lavôrs 'e scognevin partî di cjase tant adôre, no, o par lâ in tai cjamps o par lâ a sapâ o par lâ a resentâ, chês femines, opûr par spostâsi di un paîs a chel âtri. E alore 'e partivin, specie s'e ere le lune, cuant ch'e son chês gnos bieles di lune plene, no, e lôr 'e contavin che un cert momênt, de strade 'e vedevin come a vignî indenânt une robe grande grande e nô frus si veve come un pocje di pôre, no, a sintî. E disevin ch'al ere el òrgul (26. l'orco cresce a dismisura fino a raggiungere i piani superiori delle case (i ballatoi esterni, le finestre delle camere etc); E disevin che, no sai se in t'un curtîl o andulà, vie pe gnot un al à sintût a clamâ, al è iessût e al ere abàs, l'òrgul, e al è alciât pui de cjase par dai le prêse dal tabàc11. - l'orco, in forma di gomitolo, gioca brutti scherzi alle donne rivelandosi, infine, con una risata; Atres voltes al ere un glimuz, cussì 'e contave Angjeline. E cjatavin un glimùz, no, chestes femines. Dio, un glimùz in chê volte! Lu cjapavin su e lu metevin te sachete, no? E dopo un pôc 'e sintivin a ridi, al vignive fûr de sachete, insòme, simpripui grant, al vignive fûr el òrgul, no?
E senò, une volte 'e contave che jé sucedude a ié, 'e diseve, ch'e lave iù a Cjagjalòt e ancje 'e veve vedût come un glimùz, e voleve cjapâlu sù e chest glimùz i scjampave simpri, i coreve denânt. Dopo si è fermât ma ié no à vût pui el coragjo di cjapâlu sù e, 'e à dite, lu à lassat alì e dopo 'e à continuât a cjaminâ e dopo i tiràvin pieres. lé ere cuasit già laiù di Signôr e di lì de fontane 'e sintive ch'i tiràvin pieres, ch'e à scognût côri par che no le cjàpin. E al ere chel glimùz, ch'al ere vignût fûr el òrgul, ch'i tirave les pieres parcè che no lu veve cjapât sù... o no sisa parcè (28.
- l'orco è un essere che cavalca (o è cavalcato) da altro animale (asino o cavallo). El òrgul al ere une robe che... che si alciave su pui dal barcón des cjamares, 'e disevin, no? E dopo 'e disevin simpri ch'e erin plens di fan, chê póare int. Lu vedevin, lôr, sì, a forme di bestie, no savaress nancje iò, une robe ch'e cress, pui di une bestie, pui di un muss e al ere un a cjaval parsore di lui, ch'al passave. 'E vedevin chês robes lì 29. Da rilevare come all'interno di ogni territorio esistano dei luoghi fisici più di altri favorevoli alla nascita di leggende e aneddoti, alle apparizioni fantastiche e notturne, non solo dell'orco ma anche degli altri esseri mitici presenti in zona, come agane, spiriti, dannati e diavoli 30. Come ben si può immaginare, si tratta di località attraversate da corsi d'acqua, poste nei pressi di boschi o sterpaglie o interessate dalla presenza di resti di castelli o fortificazioni. Con particolare riguardo all'orco, a Buia viene visto per lo più in Dobes, ad Arrio, Sottocostoia, Sopramonte e Sottocolle: non a caso, tutte frazioni gravitanti intorno al Monte di Buia. In Mont 'e disevin ch'e ere une buse ch'e lave vie fin tal cjscjel. E dopo 'e disevin ch'e vedevin un omp simpri a miege gnot. Lòrgul al à di iessi stât. Dopo 'e iè passade che robe li (31. Viceversa, alcuni informatori negano la presenza dell'orco a Buia - "A Gemona, lo vedevano!" - quasi per confinarlo ai margini della propria comunità di appartenenza ed alzare metaforicamente una barriera tra civilizzato e barbaro, sacro e profano, razionalità e superstizione: El orcolàt, sì: 'e vedevin l'òrgul ch'al vignive fur, ch'al poave un pît... un pît a Glamone, là, su par là, e al lave a lavasi tal Tilimênt. Si sentave a Glamone e si lavave i pîs tal Tilimênt e lu vedevin, cussì grant, no? Lòrgul: al ere une robe mostruose, une robe grande, par sentasi a Glamone cui pîs tal Tilimênt, no? Une robe cussì (32. E vero che i racconti sull'orco burlone, peraltro ben diffusi a Buia, rappresentano una correzione simpatica a queste forme prevalenti di distanziamento "noi-loro", ma nei detti popolari, espressioni sintetiche di saggezza oralmente trasmessa, l'orco incarna senz'altro il negativo del mondo (33. "Nemmeno avesse messo il piede l'orco!". È il detto popolare, riferitomi da una delle informatrici intervistate (34), che ho scelto come titolo per questo intervento perchè mi ha rivelato una possibile chiave di lettura per buona parte dei racconti che qui si sono analizzati, fermo restando che ogni interpretazione muove da presupposti e che in questo caso si voleva ricondurre l'iconografia sull'orcolàt ai racconti precedentemente sviluppatisi sul personaggio. Il piede dell'orco, come la coda del diavolo, è di per sè sinonimo di catastrofe, sventura vissuta in senso fatalistico, cui non si può opporre in alcun modo resistenza. In questa direzione, anche il pensiero popolare sul terremoto e, coerentemente, una rappresentazione di esso in cui fisicità prorompente e minaccia della natura diventano tutt'uno. Se il Concilio di Trento ha segnato, in generale, la fine di molte "visioni" popolari, potremmo dire che per l'orco, a Buia, analogo valore ha assunto il sisma del 1976: dopo il terremoto infatti forse più che altro per il progressivo dilatarsi della sfera d'azione dei mezzi di comunicazione di massa sull'immaginario collettivo le apparizioni dell' orco sono diventate chicche per pochi tenaci ricercatori sulle tracce di gomitoli sfuggenti e donne che accettando o offrendo tabacco agli sconosciuti rivelino tutte le sfumature dell'antica relazione esistente tra esseri umani e mondo animale, ovvero, sul piano propiziatorio e rituale, ora sopravissuto soltanto nelle storie "mitiche" che qualcuno ancora continua a raccontare, tra cultura e natura. El òrgul A Glamone lu vedevin. 'E passavin in Plovie, lì, in Propersie par lâ vie in Plovie, 'e ere une strade strete e dopo 'e erin ch'i doi mûrs di ca e di là. E lì, prime dal taramòt, 'e àn dite ch'e vedevin, chês ch'e lavin a messe ch'al ere ancjmò scûr, alc come un omp grant grant e chestes femines 'e lavin su preànt e tabaànt e tabacànt, no si sa ce... E alore, l'òrgul al meteve un pît di ca e un di là di chest mûr e ur domandave le prêse. E cu le prêse al cjapave su dut el tabàc ch'e vevin te scjatule. Ma dopo, dopo dal taramòt, no'lu àn pui vedût (35. NOTE 1 - Presello Alma (1923), Sopramonte. 2 - Calligaro Giuseppina (1920), Avilla. 3 - Il clima controriformistico ha interessato, retrospettivamente, non solo le streghe "vere" coinvolte nei processi per inquisizione ma anche quelle protagoniste di racconti e testimonianze della tradizione orale; in questo modo, i dannati delle leggende finiscono per confondersi con i condannati dal Concilio Tridentino. 4 - Ursella Dante (1900-1995), San Floreano. 6 - A tale proposito, cfr. i contributi documentari e critici di LEA D'ORLANDI, L'òrcul, in "Sot la Nape" VIII (1956), n. 4, pp. 32-34; ID, Ancora sull'orco, in "Sot la Nape" VIII (1956), n. 5-6, pp. 22-23; MARIA FORTE, L'orco burlone nella tradizione buiese, in "Sot la Nape" VIII (1956), n. 4, pp. 34-35; ID,... e a Buia, in "Sot la Nape" VIII (1956), n. 5-6,p.23. 7 - Cfr. le voci "òrcul" e "orcolàt" riportate da GIULIO ANDREA PIRONA-ERCOLE CARLETTI-GIOVANNI BATTISTA CORGNALI, Il Nuovo Pirona. Vocabolario Friulano, Udine, Società Filologica Friulana, 1983, p. 670. "Orcul" è presentato come termine indistinto per orco, fantasma, folletto, diavolo mentre invece "orcolàt" è un essere con una precisa identità: colui che, di dimensioni enormi, non cammina a terra ma sui tetti delle case o sulle cime dei monti. Appare evidente il rimando alla traduzione iconografica post-terremoto: calpestando le case, l'orco le distrugge, le riduce in macerie. 8 - Cfr. la rielaborazione di questo tema tradizionale, trasposto in ambito letterario colto, operata da CARLO SGORLON, L'ultima valle, Milano, Mondadori, 1987. In particolare, si vedano i passi riferiti all'orco come superstizione, residuo di credenze anticamente radicate ed oggetto di culto: a pag. 91, "...l'orcul, un ombra enorme che camminava mettendo i piedi sulle cime delle montagne o sui tetti delle case, con pochi passi attraversava la valle, e più lo si guardava più cresceva di statura, anche se vederlo e individuarlo era difficile perche si confondeva con le tenebre"; parimenti a pag. 226. A pag. 291, l'orco diventa personificazione del maremoto che provoca la rottura di una diga, come in Friuli accade per il terremoto: "... si dirigeva verso di noi, un òrcul in forma d'acqua e di ondata, che camminava da una montagna all'altra"; in senso più ampio, dell'impotenza dell'uomo di fronte alle forze della natura. 9 - Cfr. le voci relative all'orco, curate da RAFFAELE CORSO e GIULIO GIANNELLI, in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Fondata da Giovanni Treccani, 1949 (1 ed. 1935), vol. XXV, p. 460. 10 - La tradizione dell'orco burlone è per molti aspetti vicina a quella di folletti, esseri mitici ed eroi culturali, spesso dispettosi ma benevoli con l'uomo, tanto da farsi riconoscere come maestri di arti e mestieri, spiriti familiari. Cfr., in questo senso, GIUSEPPE BONOMO, I folletti nel folklore italiano, in Studi Demologici, Palermo, S.F. Flaccovio, 1970, pp. 95-140. L'autore osserva come il cristianesimo, non potendo negare l'esistenza delle divinità pagane trasformò gli dei in demoni. Questa, anche la sorte dell'orco, originaria divinità dell'oltretomba. Relativamente al folklore friulano, per gli esseri mitici della tradizione orale si veda LEA D'ORLANDI-NOVELLA CANTARUTTI, Credenze sopravviventi in Friuli intorno agli esseri mitici, in "Ce fastu?" XL (1964), n. 1-6, pp. 17-41; ID.-ID., Esseri mitici nelle tradizioni friulane, in Enciclopedia Monografica del Friuli Venezia Giulia, vol. III/3, pp. 1403-1415; VALENTINO OSTERMANN, La vita in Friuli. Usi, costumi, credenze popolari, Rist. della 2 ed. riordinata, riveduta e annotata da Giuseppe Vidossi, Udine, Del Bianco Editore, 1940, pp. 403-472. 11 - Pezzetta Anna (1909), Sopramonte. 12 - Si accenna, di passaggio, al rapporto esistente tra azioni magiche e sapere pratico, messo in luce dagli stessi verbi operatvi che solitamente traducono l'identità della "strega": in particolare, "fare" e "disfare" malocchi e malie, oppure "legare" e "dislegare" le proprie vittime. 13 - Piccolo Edera (1926), Avilla. 14 - Felice Enore (1914), Monte di Buia. 15 - Figure mitiche popolari e credenze ad esse legate sono trattate ampiamente da ANDREINA NICOLOSO CICERI, Tradizioni popolari in Friuli, Reana del Rojale (Ud), Chiandetti Editore, Ed. 1992, 2 voll. Per gli esseri nominati, si veda in particolare il capitolo Credenze, pp. 411-573; ID, Ancora sugli esseri mitici e sui personaggi della tradizione popolare in Friuli, in Studi di letteratura popolare friulana, n. 2, Udine, Società Filologica Friulana, 1970, pp. 114-127. 16 - Si veda, a conferma di questa tesi, CARLO LAPUCCI, Il libro delle veglie. Racconti popolari di Diavoli, Fate e Fantasmi, Milano, Garzanti, 1988. 17 - Del Degan Noemi (1907-1990), Arrio. 18 - Fantinutto Giuseppina (1905-1995), Avilla. 19 - Gli informatori che mi hanno riferito le testimonianze riportate utilizzano alternativamente i termini "òrcul" o "òrgul" per orco, mentre invece rimane costante la dizione di "orcolàt", peraltro utilizzata molto più raramente. 20 - Patriarca Fulvia Maria (1909), Tonzolano. 21 - Ganzitti Fulvia (1900), Monte di Buia. 22 - Ganzitti Carino (1919), Avilla. 23 - Molinaro Annamaria (1937), S.Stefano. 24 - Pauluzzo Annamaria (1927), Urbignacco. 25 - Papinutti Salvatore (1922), S.Stefano. 27 - Ganzitti Fulvia (1900), Monte di Buia. 28 - Aita Rosina (1947), Urbignacco. 29 - Piemonte Delfina, Ursinins Grande. 30 - Interessanti testi raccolti a Buia, che mi riservo di presentare in aLtra occasione, parlano delle "agane" del fiume Ledra e degli altri torrenti che attraversano il territorio, del "cjan dal Pape" a Sopramonte, di dannati e spiriti di morti come "le Lungje di Micoss" o "le Blancje dal Comunàl" in Monte. Sulla narrativa di tradizione orale a Buia si vedano le raccolte di: ANDREINA NICOLOSO CICERI, Racconti Popolari Friulani. Buia, vol. I, Udine, S.F.F., 1 ed. 1968, 2 ed. riveduta e ampliata, 1993; PIERI MENIS, Les Lejendis di Buje, Udine, 1928. 31 - Ganzitti Fulvia (1900), Monte di Buia. 32 - Ganzitti Carino (1919), Avilla. 33 - Sulle diverse funzioni simboliche dell' "uomo selvaggio" nella narrativa popolare, a cui si può ricondurre anche la figura dell'orco, cfr. CESARE POPPI, II tipo simbolico "uomo selvaggio". Motivi, funzioni e ideologia, in "Mondo Ladino", n. 10 (1986), pp. 95-118. Sull'orco, anche NARDO CIBELE A., Superstizioni Bellunesi e Cadorine. El Massarol, l'Orco, la Smara, la Redodesa, le Anguane, in "Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari" (ASTP), IV (1885), pp. 588-591; F.SCHNEIDER, Memorie di racconti che oggidì si chiamano leggende e superstizioni (Sauris/Zahre), a.e. di D. ISABELLA, XVII voi. della collana Racconti Popolari Friulani, Udine, S.F.F., 1993, pp. 49-72 e note alle pp. 127-133. 34 - Molaro Teresina (1935), Sottocolle. 35 - Presello Alma (1923), Sopramonte. |