di Andreina Nicoloso Ciceri | |
Ali spezzate di Andreina Nicoloso Ciceri Ricordare aspetti del passato non è solo un modo per riattualizzarli, ma è anche un modo, grazie alla distanza, di trasferirli dalla cronaca alla storia senza decontestualizzarli. Per quanto riguarda i miei fatti umani, devo molto a questa Rivista per avermi dato occasione per riflessioni autobiografiche e per capire una legge primaria del nostro sentimento che si dilata, come fa l'acqua quando vi si getta un sasso, dal personale all'affetto per il proprio Paese, per la Matria-Patria, per il Mondo... Nel n. 11 di questa Rivista ho presentato la famiglia paterna, Nicoloso Busùt, dove mancava solo lo zio Mario, tenente decorato, perito nella Prima Guerra Mondiale. Il più bassetto è zio Egidio, Barbe Gjdìn, ( 1887-1971) che ha preso vie diverse dai fratelli e, in certo senso rappresenta un esempio di quelle trasformazioni socio-economiche che si mettevano in essere in quegli anni. Egli infatti non si dedicò ad attività contadine, che pure restarono a lungo la base di tutte le nostre famiglie; non si dedicò neppure al lavoro delle fornaci (i Busùt erano an dati nelle fornaci croate fin dal 1888). Zio Egidio attivò in S. Stefano una selleria, che si può in parte considerare para-agricola, ma in parte era legata alla sfera dei trasporti. Sposatosi ad una maestrina toscana, zia Gioconda Martini (1894-1973), intelligente e di forte carattere, potè assumere le molteplici attività legate al "Tabeacco" che fu una vera istituzione per Buja, ma anche a più largo raggio (vi ho visto i primi film, ma non ho partecipato ai balli: rinomati!). Qui però non è mio intendimento trattare questi argomenti, che richiedono altra documentazione. Da tempo invece volevo stendere un ricordo per i tre fratelli 'azzurri' di questo nucleo parentale. Era utile accennare al contesto famigliare per comprendere come, cresciuti in ambiente laborioso, teso a modernizzare ogni aspetto dell'attività, collaborassero alla azienda famigliare, abituandosi ad una temperie, se non di competitività, certamente di comune volontà per tendere al meglio: e ciò, in certo senso, spiega le scelte successive di questi tre generosi, quali furono Nello (1913-1936), Marcello (1915-1940), Mario (1917-1954). Specie dei primi due ho un ricordo 'mitico' (per usare un aggettivo che oggi si spreca!), ma ho avuto maggiori contatti con Mario, che venne a S. Pietro al Natisone, dov'ero collegiale, per conseguire il diploma magistrale. Nello invece era Perito Industriale, iscritto alla Facoltà di Ingegneria meccanica; Marcello aveva conseguito il diploma di Ragioniere. Proprio perché muniti di diploma superiore e dotati delle richieste ottimali doti morali e fisiche, tutti tre poterono entrare nell'Arma Aeronautica e accedere alla Scuola Ufficiali. Notizie e dati sulle loro vicende mi sono stati forniti da Nello junior, il quale è nato pochi mesi dopo la morte del fratello omonimo, proprio come un dono della Provvidenza: egli è custode di tutte le memorie famigliari. Ho saputo così che c'era stata, nel 1919, anche la nascita di una sorellina, vissuta pochi mesi. Nello era di stanza a Gorizia, pertanto non erano infrequenti i suoi voli nei cieli di Buja e tutti oramai ne riconoscevano lo stile spericolato, come quando passò tra i due pennoni delle bandiere, sul piazzale del Municipio, quasi si infilasse nella cruna di un ago. Pilotava un caccia Breda 25 e dipendeva da formazioni agli ordini del Duca d'Aosta. Quando ebbero l'ordine di partire per una missione in Africa orientale, riuscì a mandare l'ultimo saluto ai suoi, facendo cadere il messaggio legato ad un sasso, ma quella missione per lui non ci fu: per mettersi in formazione, un compagno di volo gli passò sotto la pancia dell'aereo provocandone l'ingovernabilità, per cui l'aereo di Nello precipitò e diventò la sua bara di fuoco. Simile incidente fu fatale, pochi anni dopo, nei cieli di Ronchi dei Legionari, al tenente pilota Bruno di Montegnacco, il quale aveva compiuto tante eroiche imprese, ma non vinse il Destino beffardo. Marcello operò con idrovolanti e con bombardieri pesanti, tipo il trimotore CA. 133: sembra quasi che gli apparecchi si adeguassero al carattere dei piloti: Marcello infatti aveva un carattere assai più ponderato, ma ciò non bastò per eludere la morte in agguato. Riuscì però a compiere molte imprese, a conseguire la promozione a Tenente per tali meriti, inoltre a guadagnare due medaglie d'argento, due di bronzo, due Croci al merito di guerra. Nel novembre del 1940 il suo aereo fu colpito dalla contraerea inglese nei cieli di Gedaref, nel Sudan allora anglo egiziano: riuscì a far mettere in salvo, col paracadute, tutto il suo equipaggio, ma non ci fu tempo bastante per lui! Restò al suo posto come i comandanti delle navi. Mario, anziché sottrarsi all'accanimento della sorte, entrò volontario alla Scuola Ufficiali dell'Aeronautica e diventò sottotenente pilota per aerei da caccia: gli pareva suo ineludibile dovere di coerenza proseguire sulla via dei fratelli. Fece parte della pattuglia dei "Diavoli rossi", di Campoformido, quindi operò coi Macchi 200. Ebbe parecchi incidenti, ma seppe cavarsela con atterraggi fortunosi e, benché 'rattoppato' più volte, non morì in guerra, ma anch'egli subì le beffe della sorte perché morì emigrante, in Venezuela, per una puntura di insetto velenoso. Bisogna concludere che non si sfugge alla storia: né alla propria, né alla Storia tout court, che, a quanto si vede tutt'ora, non è affatto magistra vitae! Nella Seconda Guerra Mondiale perdemmo anche un altro cugino, il povero Dorino Nicoloso, disperso in Russia. E così, molte famiglie e tutti i paesi hanno il loro Sacrario: non solo per un principio foscoliano di esempio e di monito, ma anche per compensare con la 'vita' della Memoria quella perduta prematuramente da tanti giovani. |