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Storie di gente nostra 

di Andreina Nicoloso Ciceri

 

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Baracchini `signori' e Baracchini `scodellari' Un semplice e nudo elenco talvolta offre interessanti spie: così, ad esempio quello della "Tansa per il Borgo di Avilla", privo di data, ma presumibilmente del primo Settecento. Elenca i seguenti nomi, che certamente non sono tutti gli abitanti di Avilla, ma solo quelli che, possedendo poco o tanto, vanno soggetti a "Tansa" (tassa): Natale Zontone; Innocente Zontone; Zuan Forte Osto; Valentino Mitone; Angelo Gazan; Antonio Nicolosi; Signor Domenico Barachino; Domenico Ganzitti; mistro Gioseffo Monasso; mistro Pietro Forte; Angelo Barachino scodellaro; Pre Giacomo Barachino; Lenardo Barachino suo zio; Gion Batta e Fratelli Barachini; Domenico Drusian; Antonio Forte; Antonio Frisac; Pre Giacomo Forte; Angelo Forte; mistro Domenico Fabro; Antonio quondam Zuan Fabro; Francesco Miton; Giacomo Miton; Gio Batta Forte; Zuanne Barachino scodellaro; Domenico Savio; Angelo Ganzitti; Antonio e Domenico fratelli Ganzitti; Giacomo Ganzitti; Zuan e Batta Fratelli Ganzitti; Pietro Baldasso; Nicolò di Monte; Don Mattia Taboga; Pietro d'Antonio Barachino ed Antonio suo Padre; Enrico quondam Pietro Barachini; Domenico di Minin (1).

Si nota che i cognomi sono declinati (es. Barachino, Barachini...) (2), inoltre che per la tassazione, oltre che padre e figlio, fanno corpo unico i fratelli, finché vige quel tipo di unione famigliare che si definiva "fraterna" (3), ma ancor più interessante è quanto si può arguire, sulle categorie sociali, dalla qualifica che precede il nome: quando è assente qualsiasi qualifica, si tratta certamente di un contadino, perché chi pratica un mestiere diverso, cioè è un artigiano (4), ha la qualifica di mistro o mastro; il nome di un sacerdote è preceduto da Pre o Don; solo persona facoltosa più della media ha il nome preceduto da Sig. (5). Qui inoltre compaiono un osto (6) ed alcuni scodellari.

Chiaramente uno stesso cognome sta ad indicare famiglie partite dallo stesso ceppo, i cui rami nel tempo si sono diversificati più o meno, socialmente ed economicamente. Ora vogliamo soffermarci sui Barachini: alcuni privi di qualifica, altri definiti scodellari, uno è sacerdote, uno è `signore'. È da ritenere che l'attività figulina, per cui fino a ieri sopravviveva il soprannome di Scugielìn, risalga a vari secoli addietro, almeno al Seicento.

È durata fino almeno all'Ottocento, quando l'impianto è stato ceduto ai Monasso. Vito Scugielìn (Vittorio Baracchini, n. 1901) ricordava che "suo nonno gli raccontava che da giovane andava per i paesi a vendere piatti e scodelle con suo nonno, che anche li cuoceva" (7). Vi sono vari documenti su questa attività, inoltre, in un terreno già Baracchini (presso le Rive di San Pieri), dov'era il luogo di cottura, lavorando la terra, affioravano sempre dei cocci ed anche i tipici appoggi a tre peduncoli, usati per i pezzi che passavano al forno.

Il bellissimo piatto che pubblichiamo, sebbene un po' rozzo per gli empirici mezzi tecnici e manuali e per l'argilla rossa poco lavorata, ha una grande grazia nel decoro a colori blu, verde con profilature marrone, ma soprattutto pregevole è il monogramma di Cristo che campeggia in centro. Tale monogramma era molto usato sui mobili ed oggetti casalinghi, proprio per la religiosità della gente, mentre taluni erroneamente credono che tale segno indichi oggetti di chiesa.

E stato proprio quel segno cristiano a salvare il pezzo, che altrimenti sarebbe andato buttato, come tutti gli altri, anche perché è un po' sbreccato. Infatti, per quel segno lo conservò amorosamente Nardìn Brusìn (Leonardo Baracchini), perché aveva studiato da prete, ma non lo diventò mai (forse per motivi di salute, o di soldi, o non so per che altro), continuando però a supportare le attività pastorali in Avilla.

Alla fine vendette il piatto a mia madre, un po' per la pertinacia di questa, un po' per l'indigenza di quello. E poi le vendette pure il pozzo di casa sua, anzi la mezza vera, che stava addossata ad un muro laterale della casa di Nardìn, casa che, pur nel degrado finale, aveva caratteri di signorilità, con un bel portale sormontato da poggiolo: doveva essere questa l'abitazione del ramo ricco, come si deduce anche dal fatto che qui erano conservati i documenti antichi di famiglia (8).

Il pozzo forse in realtà era piuttosto una conserva d'acqua piovana, perché è assai basso, ma eccezionale per la scena che vi è rudemente scolpita: marito e moglie si danno la mano e, tra le due figure, su un bordo ottagonale a rilievo, correva una scritta amorosa (molti anni fa ero riuscita a leggere qualcosa!); al centro si legge: "Giov.i e M. Barachini 1696 B"; poi una specie di stemma col segno di famiglia: una croce che alla base si divarica con due tratti obliqui.

A riprova dei tanti rami del ceppo Baracchini, riporto qui un passo da appunti (9) di Maria Forte: "Sono nata sulla piazza di Avilla, in un grande casamento che formava angolo retto (10). Internamente all'origine aveva archi pesanti posati su colonne di tufo. Poi le divisioni hanno spezzettato la casa, suddiviso i cortili, fatto murare gli archi. Era anticamente della famiglia Baracchini, che si diceva fosse venuta dalla Toscana e aveva fatto anche costruire la prima chiesetta, Navicula Petri, con la tomba. A Nord della piazza stavano i Baracchini Brusìn e di là i B. Coscèz ed oltre c'erano i B. Cudìns e `Sefòns; divisi dalla strada i B. Nadál e più sù i B. Preantoni (11).

Sulla strada per Tonzolano i B. Scugielìn e Narde. A fianco della chiesa i B. Masòn e Nelo. I B. Bisèt si sono trasferiti a Sopramonte. Nell'altro lato della casa dove abitavo, stavano i B. Nardibete, del ramo di Tite Baracchini, che aveva partecipato nel 1848 alle scaramucce di Visco. Discosto dal centro del borgo si era costruito una gran bella casa don Domenico Baracchini" (12).

Molini e minere Qual'era il patrimonio Baracchini? Erano terre, case e quelle `imprese' che costituivano l'industria di quei tempi: molino e battiferro. Infatti, il capitalismo allora era, per le zone di montagna, gestire malghe e segherie, in pianura appunto molini, annesse gualchiere, fornaci e simili, o anche ammassi ed essicatoi di bozzoli, e tante altre attività che si basavano principalmente sul lavoro della gente. Ai tempi della Repubblica di Venezia le persone intraprendenti avevano maggiore facilità di farsi strada, se godevano di credito pubblico: ad esempio, se ricoprivano cariche nella Vicinia o nelle Opere religiose.

Venezia concedeva, sempre a pagamento, Privilegi (13), cioè concessioni per sfruttare quelli che oggi si chiamano beni demaniali, come acque, terre comunali, ecc.; lo faceva con la formalità dell'Investitura. E poi c'erano le strategie matrimoniali-patrimoniali come in questo caso: Maddalena Baracchini diventa oggetto di trattative matrimoniali tra il padre di questa, Domenico, e Don Domenico Pezzetta, Arciprete di Lozzo di Cadore, e Don Carlo, pure Pezzetta, che agiscono per conto del loro "Nipote e Fiozzo".

Le due parti predispongono il contratto nuziale, che prevede anche una controdote (14) da parte Pezzetta: una donatio propter nuptias di 1.000 Ducati. Ciò avviene il 15 novembre 1780, in Buja, ma, cosa inaudita per i tempi, Maddalena, pur pressata da famigliari e parenti, rifiuta di firmare il patto di nozze, anzi scrive al suo pretendente una lettera dai toni assai recisi: "...questo è un passo che facendolo una sol volta e facendola ancora senza Genio che mai non lo avuto per Lei ne mai lo avrò sarebbe sempre una continua Guerra tra di noi...".

Il padre è costretto a scusarsi umilmente e la controparte sembra accettare con urbanità tali scuse, ma i riflessi si vedono ben presto: i Pezzetta possedevano un molino a monte di quello dell'Andreuzza, dei Baracchini. In passato c'erano state contese, più volte, tra i due proprietari per la manutenzione del roiale che serviva entrambi: nel 1799 alfine le due parti entrano in causa legale! Maddalena però fa un matrimonio ben più prestigioso, entrando in Casa Barnaba, con cospicua dote. Su terreno Baracchini sorge il palazzo Barnaba (15), sulla piazza di Avilla, ed i Barnaba diventano consorti nelle imprese dell'Andreuzza.

Essi tuttavia già possedevano un molino, da lunghissimo tempo, comunque già prima del 1527, quando il Notaio Pichissino di Gemona stende l'atto con cui Andrea quondam Sig. Giovanni Barnaba loca al molinaro Giovanni di Osoppo "quoddam molendinum cum quinque mollis [...] in pertinentijs Buiae in contrata de Pallude". Questo molino però subì gravi danni a causa di una delle periodiche alluvioni: "A dì 28 Giugno 1605 -

Nota come oggi fù una escrescenza d'acqua nel Tagliamento, che surmontò la Rosta grande in cima Ospitaletto, e così pure tutte le altre Roste verso le Comugne, di modo che l'acqua fece danni innumerevoli qui in Ospitaletto, e Gemona coll'haver atterrate Case, e mollini [...]. In Buia fece moltissimi danni, ed in particolare atterrò sino alle fondamenta il mollino di Signor Nicolò Barnaba, quale era posto nella contrada di Pallude sù la Roja, che traeva la sua origine dal fiume Ledra, chiamato mollino di Pallude vicino al Ponte della Ledra, che tende a Tomba, in modo tale, che non si vedono più ne meno le vestigia [...] di sotto della strada, che tende a Tomba, fece pure danni considerabili alli altri due mollini, ma quelli però non li atterrò..." (16). È da ritenere però che il molino sia stato ricostruito.

Un'altra iniziativa dei Barnaba merita di essere qui ricordata: "Noi Deputati dell'Eccelso Conseglio de' Dieci-Sopra le Minere-Invigilando Noi con zello, ed fervore allo scoprimento, ed conservazione delle Minere di questo Serenissimo Dominio [...] acciò non restino sepolti li doni concessi dal Signor Iddio a questo serenissimo stato; che però suplicati da Domino Domenico Valentino Barnaba d'esser investito d'un pezzo di cumunalle posto nelle pertinenze di Buia loco detto Dobis nella Patria del Friul [...] con obbligo al suddetto investito di corrisponder la decima Minerale (17)...".

Questo documento, datato da Venezia il 2 settembre 1747, il 5 sett. successivo è confermato in Udine da Giuseppe Cosatini Vicario alle Minere, d'accordo anche con Alessandro Vicario Condutore. Il beneficiario Barnaba poteva fare "sino tre buse con li suoi respiri, e scolatorij..."; poteva scavare non solo terra e pietre (18) "ma anco Oro, Argento, Rame, Stagno, Argento vivo, Piombo e ferro" e, nel caso avesse trovato oro o argento, doveva portarlo "nella publica cecca" (19), ottenendo in cambio valsente in moneta.

Ovviamente non era il caso di Dobis (20), ma l'interesse economico di questa impresa si comprende meglio da un Bando allegato all'Investitura: esso contempla tutti i vincoli e gli oneri per chi ha fornaci, calchere da calcina, per chi scava pietre "da Buchi, fiumi, Cave, Gorghi...", per i tagliapietra generici e per quelli "dell'Arte Sottile". Tutta l'edilizia, allora in forte ripresa, si basava su questi materiali, quindi l'Investitura di Dobis faceva dei Barnaba dei `concessionari' che, a loro volta, ridistribuivano e rifornivano gli operatori del ramo, molto numerosi nel nostro paese di Buja (21).

 

 

NOTE

(1) Nella trascrizione ho sciolto tutte le abbreviazioni (da archiv. privato).

(2) Così sempre, nei documenti antichi: declinati non solo al sing. e plur., ma anche al ms. e fem. I cognomi, derivati per lo più da mestieri, da aggettivi, da soprannomi o patronimici, si sono fissati solo con l'istituzione dell'anagrafe, formatasi dopo l'avvento dell'Italia.

(3) La "Fraterna compagnia" era istituto antico, durato finché durò qui il dominio veneto: era come una società tra fratelli, che conservavano indivisa l'eredità paterna ed avevano in comune oneri ed utili.

(4) Nei nostri paesi l'artigiano era detto artist.

(5) Nei documenti più antichi: Dòmino (Donna=Signora).

(6) Su Zuan Forte Osto (probabilmente si tratta di un precedente omonimo), vedasi il mio contributo Documenti di vita bujese dei secoli passati, nel numero del 1992 di questa rivista.

(7) Cfr. LUIGI CICERI, La ceramica friulana, in "Pordenon", Numero Unico della Società Fflologica Friulana, 1970, p. 356.

(8) Esaminai tali documenti in preparazione del mio contributo Casal del Andreuza, apparso in questa rivista nel 1985. Erano allora vive due sorelle di Nardìn, le quali non vollero vendermeli: oggi devono trovarsi a Torino, presso una nipote.

(9) Dopo il terremoto mia madre riuscì solo a scrivere alcune strazianti poesie sul nefasto evento. Perché si distogliesse dall'angoscia della perdita della casa, la sollecitavo a lasciarmi qualche appunto sulla situazione di Avilla, nel passato.

(10) Il lato di fronte alla chiesa era appunto quello acquistato dai Forte, per una parte (qui c'erano un affresco religioso ed un grande pozzo col segno distintivo dei Baracchini), e per una parte dagli Ondevieni: di questa sussiste il portone che, nella chiave di volta, porta pure il segno Baracchini e la data 1836 (ora il portale è in parte mio, in parte degli eredi di Lino Forte). Il lato Nord-Ovest, quello Nardibete (Nart di Bete) conservò gli archi più a lungo di tutti.

(11) Una parte di questa proprietà fu acquistata da me (ora perduta) e di essa conservo un cardine di pietra del portone e la chiave dello stesso, senza il segno distintivo, ma con le iniziali D. B [aracchinil F fece] F [are] - 1795.

(12) Sussistono due bei portali (ora proprietà Maiorca). Su uno si legge: 1862 - D.D.B.

(13) Proprio per ciò, per traslato, da noi la fornace si diceva pravilegio. Di buon reddito e di concessione statale erano pure la condotta del sale, i tabacchi ed il traffico postale.

(14) Cfr. A.N. CICERI, Cuintridote, in "Sot la nape", 1972-2, pp. 61-63.

(15) Un ramo Barnaba `scende' allora dal palazzo di S. Stefano. Questo, di Avilla (ora sostituito da un condominio che ne conserva solo il portale d'ingresso), aveva inglobato anche una precedente costruzione, tanto che, fino al terremoto, oltre la grande cucina, con un bel fogolâr addossato a parete ed un monumentale seglâr di marmo, in contiguità aveva una stanza con soffitto a volti ed un tipico fogolâr antico.

(16) Questi e successivi documenti stanno all'Archivio di Stato di Udine - Archivio Barnaba - Busta 5.

(17) Detta anche Decima della Vena.

(18) Senza pagare alcunché ci si poteva appropriare solo di sassi erratici e di macigni di superficie, trovati nei propri terreni (detti qui clas di ramengo), perciò la gente ne faceva... tesoro, radunandoli in mucchi o muretti a secco per eventuali occorrenze (specie per edificazioni rustiche). La pietra di Buja era piuttosto utile per fare calce, perché sfaldabile (moletòn).

(19) Zecca.

(20) Leggiamo nella Guida delle Prealpi Giulie della S.A.F. che il terreno di Buja è fossilifero e vi si poteva trovare pure il corallo.

(21) In particolare, fornaci e calchere sorgevano preferenzialmente nelle zone a Nord-Est, a causa della vicinanza con plaghe ricche di torba, combustibile necessario e più economico della legna.