San Floriano: un borgo alla ricerca della vitalità perduta di Lodovico Ursella (Cai) | |
Con la chiusura del negozio di alimentari "Là di Gjerumie" il borgo di S. Floreano aggiunge un nuovo vuoto a quelli che negli ultimi tempi hanno incominciato ad impoverire il suo tessuto economico. Il bar "Miami" che fu in pieno splendore negli anni Settanta, il negozio di calzature e quello di articoli orientali, uno dopo l'altro hanno lasciato le vetrine vuote, per non parlare di tante attività imprenditoriali più grandi che per lungo tempo sono state il fiore all'occhiello di questo borgo. Basta uno sguardo al passato, infatti, per scoprire una realtà completamente diversa: un mondo di attività, spesso originali rispetto ad altre zone di Buja, un brulicare di idee e di iniziative che sapevano adattarsi di volta in volta alla situazione economica, alle esigenze di mercato, alle novità della tecnologia, talvolta anticipandole. La vita di San Floreano si muoveva attorno alle acque che l'attraversavano: le Rogge e il Ledra hanno dato vita ai mulini fin dall'antichità. Nel 1287 Asquino di Buja ebbe la concessione di "trahere unam rojam de aqua Ledrae" per erigervi un mulino, e per centinaia di anni le pale mosse dalla corrente hanno continuato a macinare frumento, sorgo rosso, grano saraceno, segale, orzo, avena, castagne e, più tardi, granoturco. La centrale idroelettrica che sfruttava l'energia della Roggia Grava II e che per buna parte di questo. secolo diede illuminazione ed energia alle case ed alle attività produttive della frazione, era sorta già nel 1904, appena pochi anni dopo che Arturo Malignani, alla fine dell'800, aveva installato la prima turbina sulla roggia di Udine. Tutti ricordano, poi, i grandi traguardi raggiunti dalla ditta Ursella "Seto", che, muovendo i primi passi dall'azienda edile di Ermenegildo, si fece conoscere per la costruzione delle prime cucine economiche, quindi per la realizzazione di pezzi per l'edilizia e di intere case prefabbricate, nonché per l'espansione che fu in grado di raggiungere negli anni '60, costruendo la maggior parte di Lignano ed installando cantieri in tutto il Friuli, nel Veneto e all'estero. Un'altra attività di rilievo fu fondata nel 1948 da un certo sig. Pantorotti Giovanni: serviva a filare i bozzoli dei bachi che venivano allevati nella zona e a trasformarli in seta. La filanda occupava dalle 80 alle 90 donne per sei, sette mesi all'anno. Di quanto fosse stato duro il lavoro, specialmente quello delle "scoline" che dovevano sollevare i bozzoli prendendoli dall'acqua bollente per consegnarli alle "maestre" che li attaccavano ai telai, si parla ancora tra le anziane che ebbero l'esperienza della filanda; eppure, dal punto di vista economico, questa occupazione servì ad arrotondare non pochi bilanci familiari. È del '52, invece, la nascita della MI. VA. BA, (Minini, Vattolo, Basaldella) una ferriera sorta vicino al mulino di "Pevar", che lavorava lingotti di ferro, specialmente vecchie rotaie, per trasformarli in tondino. Erano anni in cui, in Friuli, c'erano solo la Bertoli e la Safau, oltre, qui a Buja, alla ferriera Vattolo di Andreuzza. Le rotaie provenivano in buona parte dalla Francia, dalla famosa linea Maginot della seconda guerra mondiale, ed il tondino ottenuto fu esportato, ad esempio, per la costruzione della diga di Assuan, in Egitto... Se di tutte queste attività rimangono, oltre alle testimonianze di chi vi ha lavorato, manufatti importanti che ricordano i loro momenti migliori, ci sono altri lavori che hanno concorso allo sviluppo di San Floreano e che paiono esser svaniti senza lasciare tracce visibili, soprattutto dopo le distruzioni del terremoto. Molti parlano, ad esempio, del cementificio che il nobile Barnaba Peressutti di Ospedaletto impiantò accanto al mulino sulla Roggia Grava II, dopo che questa fu ricalibrata in modo da evitare il pericolo di esondazioni. Il materiale per fare il cemento, il cosiddetto "moleton", veniva prelevato dai "Sdrups" di San Floreano e cotto nel cementificio con legna e carbone. Fino al terremoto c'erano nei dintorni muretti, piccoli fabbricati, riparazioni costruite con il cemento locale, anche se l'attività ebbe durata piuttosto breve a causa delle difficoltà di lavorazione. Il fabbricato in legno che l'ospitava servì come bagno alle truppe d'occupazione durante la grande guerra, poi fu fienile, porcile, pollaio, fino alla sua distruzione. Il martello che frantumava il moleton diventò invece il battacchio della campana grande di San Floreano. Sorte diversa ebbe la segheria adiacente al mulino di Pevar, sulla Roggia Grava II. Il documento di concessione datato 14 luglio 1788, nella nota "delli usi che vengono praticati delle acque che scorrono nel territorio di Buja" si dà il diritto al proprietario del mulino di una sola mola per azionare la segheria. L'attività funzionò per lunghi anni, con ammodernamenti e sostituzioni, ma finì nel 1950 a causa di un incendio che distrusse l'edificio che l'ospitava. Un'altra attività ormai scomparsa è quella della trebbiatrice, impiantata da un certo Calligaro Antonio che aveva acquistato il mulino sulla Roggia Grava I agli inizi di questo secolo. Poiché la trebbia lavorò fino al 1967, non sono pochi coloro che, giovani in quegli anni, ricordano le lunghe file di carri in attesa, e le giornate intense di lavoro in cui proprio i giovani del luogo guadagnavano qualcosa aiutando i proprietari. La famiglia Piemonte "Scoi" di Santo Stefano, che fu proprietaria della trebbia dal '30 al '65, fondò, vicino al mulino di Pastôr, anche una falegnameria in cui si costruivano suole di legno per zoccoli. A questo prodotto si aggiunsero, più tardi, manici di pale e picconi che venivano in buona parte inviati nelle colonie italiane in Africa, e successivamente parti di sedie che venivano finite di montare dai seggiolai di Manzano. Anche San Floreano, poi, ha nel suo passato i segni di quello che fu il mestiere dei Bujesi per tradizione: la fornace. Pietro Ursella (Pieri Gurìn) impiantò una piccola "cravuate" che produceva mattoni e coppi nell'immediato dopoguerra. Il luogo era quello che, secondo i racconti di anziani del borgo, era stato tanto tempo fa un lago prosciugato da un signore che aprì una falla nei pressi della casa di Bertul e, bonificato il terreno per uso agricolo, mise in evidenza la natura argillosa del terreno che fu poi utilizzato, appunto, per la costruzione di laterizi. La fornace di calce, invece, era situata a S. Floreano di fronte alla chiesa, dove si trova ora l'abitazione di Vittorio Calligaro "Vizi". Esisteva già nel 1800 ed apparteneva ad un certo 'Sef Bastian. I sassi da cui veniva estratta la calce venivano presi dal Tagliamento e trasportati da carri trainati da cavalli che, così si dice, arrivavano stremati sul posto. La fornace funzionò anche alla fine della II guerra mondiale per iniziativa di un gruppo di disoccupati che fondarono una cooperativa. C'era poi, in località "Cjandane", una cava di pietra, che veniva prelevata per costruire case e ponti ed era considerata buona per la facilità con cui poteva essere lavorata. Negli anni '20, le strade e i ponti della ferrovia Majano-Udine furono in parte costruiti con la pietra di questa cava. Ma, accanto a questi luoghi di lavoro che impiegavano in epoche diverse più o meno gente, quante altre testimonianze di piccole attività del tutto o quasi del tutto scomparse si possono raccogliere ancora nelle memorie dei paesani o nei documenti e negli studi che registrano la storia della vita locale! A valle del mulino di Pevar c'era, ad esempio una tintoria di proprietà di una vecchia famiglia di Monte di Buja. Le botti con i panni e la tela da tingere venivano fatte girare da una ruota idraulica (rût) collegata nella Roggia di Grava II Si dice che in questa bottega si tingessero stoffe non solo per la gente del posto, ma anche per la tessitura Linussio di Tolmezzo. La sua attività cessò, pare, intorno al 1830. Altre botteghe ormai scomparse, ed esistite in tempi diversi furono le "faries" di numerosi fabbri. Antonio Calligaro (Toni Vizi, 1871-1959) aveva imparato il mestiere dal nonno Toni de Lungje in Ontegnano. Faceva ringhiere, griglie, parti in ferro dei carri, attrezzi agricoli, ma soprattutto ferrava cavalli e buoi perché nessuno come lui era abile in questa delicata operazione: aveva infatti inventato un meccanismo di sollevamento degli animali che li costringeva in posizioni inoffensive. Furono, inoltre, opera sua le inferriate della scuola di S. Floreano, oggi scomparsa, e le parti in ferro dei serramenti del duomo di S. Stefano. Insegnò il mestiere non solo ai 5 figli, ma anche a numerosi giovani che in seguito avviarono attività in proprio (Lodovico Ursella "Cai" e Giuseppe Marcuzzo "Bastian"). Lodovico Ursella (1875-1936) ad esempio, già nel 1894 apriva un'officina, dopo aver diretto quella di Toni Vizi quando questi era militare. La sua abilità si rivelò da principio nella costruzione delle parti metalliche dei carri agricoli (la parte in legno era opera dei Zontone di Ontegnano), nei quali era in grado di costruire la "sieràe" in pochissime ore e, naturalmente, senza l'uso del tornio. Successivamente, avendo visto le prime biciclette, cominciò a costruirle e a ripararle con l'aiuto dei figli e di qualche giovane operaio. I riconoscimenti non mancarono: diploma per una bicicletta speciale alla "Seconda mostra d'emulazione" di Udine nel '21, diploma con medaglia d'oro alla "Mostra artistico-agricolo-industriale" di Gemona nel 1931, ma anche il riconoscimento di valenti ciclisti del tempo come Vittorio Vacchiani e Aldo Molinaro. Rico Zus (Enrico Papinutto) imparò il mestiere da Lodovico Cai e si mise in proprio nel 1913 e, oltre a griglie ed inferriate, curò per conto suo con i figli, la produzione di biciclette. Eseguì con tecniche del tutto nuove per quei tempi anche le parti in ferro dei serramenti della chiesa di Avilla. Le botteghe di falegnami furono altrettanto importanti. Giacomo Briante, vissuto nel secolo scorso, faceva soprattutto il bottaio e suo figlio Pietro, nato nel 1883 e morto nel 1936, continuò l'attività di falegname lasciandola anche ai figlio Pio e Amadio. Di Pietro si ricordarono comunque le scale del campanile e diversi banchi della chiesa di S. Floreano. Angelo Briante, nato nel 1879, diventò bottaio dopo essere stato fornaciaio. I figli, al contrario di altre botteghe familiari, pur rimanendo nell'artigianato non continuarono l'attività di falegnami, ma preferirono lavorare in vari campi della meccanica. Anche Mirco Barnaba, nato nel 1912 ed oggi in pensione, fu prima fornaciaio: imparò infatti il mestiere di falegname durante le pause invernali presso i laboratori di Attilio Spingjarde e di Luigi Marcuzzo "Talmine". I calzolai di San Floreano che la gente ricorda chiaramente sono almeno tre: Leonardo Ursella "Cai" (1874-1925), Detalmo Nicoloso (Didimo) "Gri" (1914-1990) e Gelindo Calligaro "Pei" (n. nel 1910). Il primo aveva un piccolo laboratorio vicino a casa, a San Floreano basso ed insegnò il mestiere a molti giovani. Il secondo, che lavorava a S. Floreano alto, essendo stato salvato durante la guerra d'Africa da un commilitone di Terni, al ritorno dalla guerra aprì un laboratorio nella città umbra. Il terzo fu uno degli allievi di Leonardo Cai e dopo la II guerra mondiale aveva perfino alcuni operai che lo aiutavano. Tutti erano comunque degli artisti: il calzolaio, infatti, non solo riparava le scarpe, ma doveva essere capace di costruirle e soprattutto di farle resistenti perché durassero una vita! Sempre nell'abbigliamento, tra le tante donne capaci di arrangiarsi nel confezionare per sé e per la famiglia i vestiti necessari, viene ricordata con interesse particolare la sarta Ester Pauluzzo, sposata Zus, che aveva frequentato un corso di taglio prima della guerra 15-18. Oltre ad insegnare l'arte dell'ago a tante ragazzine del posto, era rinomata fino in città e si racconta che, insieme alla sorella Lucia, avesse per clienti le signore della bella società e perfino la contessa Bellavitis. Ed ecco, infine, uno sguardo agli esercizi commerciali. I venditori ambulanti giravano con mezzi di fortuna: Giovanni Santi "Lunghin" vendeva frutta, frutta secca, "carobules" e caldarroste intorno agli anni Venti-Trenta girando col suo carretto trainato da un asino. Angela Natolini "Ansule de Cae", cominciò addirittura con una carrozzella per neonati, con la quale girava per le case intorno al 1930, portando con sé i pochi metri di tessuto di cui riusciva ad approvvigionarsi. È curioso ricordare che, più tardi, non potendo ottenere una licenza di vendita al pubblico in un negozio fisso, oltre a frequentare i mercati (primo quello di Sant Ramacul!) si recava a misurare la stoffa da vendere nel campo presso casa, di proprietà di un certo Bastian, per essere in regola con la sua qualifica di ambulante. Le osterie erano sicuramente le più numerose di tutte. L'osteria di Bet, vicino al campanile, vendeva soprattutto vino ed aveva anche una sala da ballo. Quella di Cai, sita a San Floreano basso, aveva anche alimentari e tabacchi e sopravvisse per alcuni anni dopo il terremoto in un prefabbricato. Quella di Giuseppe Ursella "Saete", sorta intorno al 1914, si trovava accanto alla Roggia Grava II e vendeva birra, vino e gazzosa; aveva anche due spazi per giocare a bocce. Quella di Saro, aperta negli anni '30, vendeva solo vino di produzione della famiglia ed aveva anch'essa il suo campo bocce. Quella, infine, di Marcuzzo Virginia, più tardi chiamata "Al Cacciatore" vendeva alimentari e tabacchi e, come le due precedenti, era in grado di offrire lo svago di un campo di bocce. Pur con le inevitabili trasformazioni del tempo è l'unica sopravvissuta tra tutte le sue innumerevoli consimili! Il tempo dirà se San Floreano sarà in grado di far rinascere tutte queste risorse umane, operative ed economiche, che hanno accompagnato la sua vita in passato. Intanto, uno sguardo indietro alla storia può dirci che cosa eravamo e che cosa possiamo ancora aspettarci di essere capaci di fare. |