Casa Vidoni, quasi mia prima Università di Andreina Nicoloso Ciceri | |
Quando torno al mio paese mi piace cercare sui volti delle nuove generazioni i segni fisionomici del loro ceppo famigliare: e la memoria ostinata richiama persone che non ci sono più. Lo stesso accade per le case: al di là del nuovo, nella memoria continua a vivere indelebile l'aspetto di quello che c'era prima. Della palazzina del dottor Ottavio Vidoni, che nella mia giovinezza è stata un po' come una seconda casa, ricordo ogni vano ed ogni mobile. Ricordo, ad esempio, l'ampio salotto con le librerie alle pareti, ma ricordo anche che quello era l'ambiente più estraneo, perché le conversazioni si svolgevano sempre attorno alla tavola quadrata della sala da pranzo, sia perché il dottore non aveva tempo disponibile che all'ora dei pasti, sia perché amava moltissimo l'ospitalità e la convivialità. Mia cugina Emilia, d'altronde, era una cuoca squisita e preparava sempre gran varietà di portate, perché il dottore, più che mangiare, piluccava qua e là. Raramente, dunque, mancavano commensali. Intanto c'era la numerosa parentela Vidoni che capitava anche dall'estero, dove c'erano loro fabbriche di salumi (mi colpivano i nomi esotici, come Debrecen...); c'era la schiera degli amici: oltre ai notabili del paese, oltre ai colleghi medici e professori, personalità di varia cultura e di varia provenienza. Casa Vidoni pareva un luogo di transito obbligato! E' in questo ambiente che la mia mente si è aperta a tante nuove cognizioni ed ha guadagnato spazi più dilatati, ben oltre all'area paesana e regionale. Ricordo perciò con gratitudine sia il dottore che mia cugina Emilia dalla quale, fra l'altro, ho appreso fondamentali operazioni domestiche che non speravo di poter imparare da mia madre, la quale demandava alla nonna le cure casalinghe: anche quando non era a scuola, era sempre intenta a leggere o a scrivere. E poi c'era l'automobile, un bene assai poco diffuso allora, ma indispensabile per un medico condotto. Ebbene, mi scarrozzavano ovunque andassero al di fuori degli impegni professionali. Credo mi considerassero un po' parente, un po' amica e, forse, anche un po' figlia. L'euforia di quelle gitarelle mi faceva sentire anni-luce lontana dall'ambiente del mio borgo, anche perché l'adolescenza è di per sé età di rigetto e di ricerca di altro. Viene più tardi la rivincita dei più lontani ricordi, cosicché ora penso con tanto affetto alla rustica infanzia vissuta sotto il campanile di Avilla, a quel primo cinematografo dei passanti sulla piazza le cui ombre, per un gioco di riflessi, parevano camminare sul soffitto della mia camera. La piazza era allora come il cortile della comunità e le strade erano spesso un palcoscenico per i piccoli drammi di borgata: sulla strada si affrontavano immancabilmente due partiti ad ogni cambio di prete; sulle strade di Sottocolle si consumavano dispetti ad ogni processione, perché quel borgo non voleva sottostare ad Avilla. Sulle strade si verificava qualche scontro anche più drammatico: rivedo la scena (ero allora bambina) di due gruppi parentali coi relativi supporters affrontarsi con parole e gesti minacciosi. Davanti ad una schiera stava un giovane che rifiutava di sposare la ragazza incinta, che lo affrontava dal partito opposto, e negava ogni sua responsabilità. La tensione era altissima, ma qualcuno deve essersi interposto, perché mi sfugge memoria delle conclusioni. Ho fatto questa...digressione perché risulti ben evidente cosa poteva per me significare allora 'inurbarsi' a S. Stefano e conoscere tante persone interessanti. Non solo di sesso maschile, naturalmente. C'era, ad esempio, la signora Masotti che ogni tanto veniva a trascorrere qualche giorno dagli amici Vidoni, lasciando la sua splendida villa settecentesca di Pozzuolo per ritemprarsi più d'appresso all'aria nativa (era di Tarcento). Era compito mio accompagnarla nelle passeggiate; ed i suoi discorsi, più che istruttivi, erano scuola di vita: romanzucci e pettegolezzi sulle sue amiche, del resto a me sconosciute, ma anche lezioni di giardinaggio, di bonton e di moda. Anni più tardi, a guerra inoltrata, non cessò la funzione di punto di ritrovo, ma l'atmosfera di casa Vidoni in parte cambiò e cambiarono in parte anche i visitatori, specie quando cominciarono a formarsi gli schieramenti partigiani. Solo così mi spiego la presenza in casa Vidoni dell'allora giovane scrittore trevigiano Cino Boccazzi e di altre persone che mi parevano un po' misteriose. Fra le presenze più costanti, ricordo quella di Lodovico Zanini, lo storico della nostra emigrazione, ma non mi rendevo allora conto del suo grande valore, perché era persona priva di carisma e di eloquenza. Chi invece ne era dotato in sovrabbondanza era Chino Ermacora, il "nume tutelare del Friuli", come lo definì Pasolini. Anche in tempi assolutamente grami egli portava tanta vita: arrivava sempre con qualcosa, magari qualche mela avuta in dono nella sosta precedente; e sempre ripartiva (naturalmente in bicicletta) con qualcosa da donare altrove. Era come le api. Ricordo che riusciva sempre a mettere in moto tutti con consigli e stimoli: lo sentivo dare suggerimenti allo stesso Zanini o all'amatissimo suo fotografo di fiducia, Baldassi. In quel torno di tempo raccoglieva i canti dei partigiani, per cui una sera gli procurai un incontro a casa mia con Monassi e con alcuni amici della «Osoppo» come Fior. Ermacora ne parla nel racconto «Rastrellamento» (fa parte del volume di memorie «La Patria era sui monti»). Non ricordo bene, ma credo che sia stato lui a suggerirmi di preparare la mia tesi di Laurea sulle tradizioni friulane e, a laurea avvenuta, scrisse poi un articoletto sulla mia Tesi, intitolandolo profeticamente: «Quasi in vetrina» (era allora Direttore della Redazione udinese del «Gazzettino»). Alla mia festa di Laurea non era presente, come mancano altri amici, perché volli darle un carattere semplice e famigliare. Non mancano però alcuni amici del gruppo majanese, dove ci dedicavamo alla lettura dei poeti moderni con la guida di Silvano Del Missier, poi prof. all'Università di Trieste. Così sono presenti alcuni degli amici della «Accademia degli Accesi» (fra cui unica donna ero io) ed è ben visibile (nella foto qui pubblicata) il suo Decano, che ne scrisse la storia: Pieri Menis. Il dottor Vidoni sta in alto ed ha come sfondo, sostenuto dall'amica Luisa, il mio grande papiro di Laurea disegnato da Pezzetta. Ringrazio la Redazione di questa rivista che mi ha dato spazio per questa memoria rivolta ai tanti amici che sono stati parte della nostra vita: intendo mia e di tutto il paese. |